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  • venerdì 27 ottobre 2017

Storia di un accordo mancato, in Catalogna

Ieri per diverse ore sembrava che la crisi catalana avesse trovato una via d'uscita con la convocazione di elezioni anticipate: era praticamente fatta, poi è saltato tutto

(David Ramos/Getty Images)

Aggiornamento: Il parlamento catalano ha dichiarato l’indipendenza. Il Post segue gli sviluppi della giornata con un liveblog.

Ieri per diverse ore è sembrato che la crisi catalana potesse avere trovato una via d’uscita. Giornalisti e politici davano per certo il raggiungimento di un accordo tra il presidente catalano Carles Puigdemont e il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy: Puigdemont avrebbe convocato elezioni anticipate, rinunciando alla dichiarazione unilaterale di indipendenza, e in cambio Rajoy avrebbe congelato l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, quello che permette allo stato spagnolo di intervenire in una Comunità autonoma (come la Catalogna) e obbligarla a rispettare la legge. L’accordo era dato così per certo che il fronte degli indipendentisti più radicali aveva già cominciato a protestare rumorosamente e chiamare “traditore” Puigdemont.

Centinaia di persone si erano riunite in Plaça de Sant Jaume a Barcellona, dove si trova la sede del governo catalano, altre erano andate a protestare di fronte alla sede del Partito democratico europeo (PDeCAT), il partito a cui appartiene Puigdemont e che forma la coalizione di governo insieme a Esquerra Republicana (ERC).

Manifestanti in Plaça de Sant Jaume per protestare contro la decisione (poi cambiata) del governo catalano di convocare elezioni anticiate. Barcellona, 26 ottobre (AP Photo/Emilio Morenatti)

Poi però qualcosa è andato storto. Alle 13.30 Puigdemont avrebbe dovuto parlare ai giornalisti dal palazzo del governo per annunciare le elezioni anticipate. La dichiarazione è stata spostata prima alle 14.30, e poi sospesa. Puigdemont ha parlato infine poco dopo le 17, annunciando che non avrebbe convocato elezioni anticipate perché non aveva avuto sufficienti garanzie dal governo spagnolo sull’applicazione dell’articolo 155. In altre parole, secondo la ricostruzione del governo catalano, l’esecutivo di Mariano Rajoy (del Partito popolare, PP) non avrebbe voluto rinunciare del tutto alle misure dell’articolo 155 che verranno approvate oggi al Senato spagnolo e che di fatto porteranno a una sospensione dell’autogoverno in Catalogna.

Cos’era cambiato in quelle poche ore per spingere Puigdemont a ribaltare una decisione tanto importante? Non c’è una risposta certa, ovviamente, anche perché ognuna delle due parti ha convenienza a scaricare le responsabilità sull’altra ed è quindi difficile capire cosa sia andato storto. Oggi comunque i giornali catalani e spagnoli hanno provato a fare delle ipotesi e mettere insieme quello che si sa.

Partiamo dalle richieste. Secondo diversi giornali spagnoli, che citano fonti vicine alle trattative, Puigdemont chiedeva la sospensione dell’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, la scarcerazione di Jordi Sánchez e Jordi Cuixart (leader di due importanti organizzazioni indipendentiste) e il ritiro degli agenti della Guardia civile e della Polizia nazionale mandati in via eccezionale in Catalogna all’inizio della crisi, qualche settimana fa. In cambio offriva la convocazione di elezioni anticipate per il 20 dicembre e la rinuncia a fare una dichiarazione unilaterale di indipendenza. Un accordo di questo tipo era stato richiesto nei giorni scorsi da diversi politici spagnoli e catalani, soprattutto del Partito Socialista (sia PSOE che PSC, la sezione catalana dl PSOE), ma era considerato pessimo da una buona fetta della maggioranza parlamentare che sostiene Puigdemont, in particolare dai deputati di ERC e della CUP, partito marxista e indipendentista. Aveva invece qualche sostenitore all’interno del PDeCAT, il partito di Puigdemont, come per esempio Santi Vila, ex ministro dell’Impresa del governo catalano (ex perché Vila si è rimesso ieri sera dopo che era saltata l’opzione delle elezioni anticipate).

All’accordo si era arrivati grazie a diversi canali. La mediazione più rilevante è stata probabilmente svolta da Íñigo Urkullu, presidente dei Paesi Baschi e leader del PNV (Partito nazionalista basco). Urkullu ha fatto valere i suoi buoni rapporti con Rajoy (negli ultimi mesi il PNV ha siglato diversi accordi con il PP) e con il nazionalismo catalano moderato, con cui il PNV ha una sintonia politica che arriva da lontano. L’intenzione di Urkullu era quella di bloccare il cosiddetto “scontro di treni”, espressione che da anni viene usata in Catalogna per descrivere l’inevitabile punto di non ritorno che si sarebbe raggiunto tra governo catalano e stato spagnolo. Il Confidencial ha scritto che lo stesso Santi Villa, membro del governo Puigdemont, ha provato a sfruttare i suoi buoni rapporti con la presidente del Parlamento spagnolo Ana Pastor (del PP) per provare a convincere Rajoy ad accettare l’accordo. Nessuna di queste mediazioni, però, ha funzionato.

L’accordo è saltato all’ultimo minuto, probabilmente per diverse ragioni. Anzitutto per la mancanza di fiducia tra le due parti. Il País ha scritto che Rajoy voleva che Puigdemont rinunciasse a qualsiasi piano indipendentista, una richiesta per certi versi inaccettabile se si considera che il governo catalano è appoggiato fin dal suo insediamento da una maggioranza parlamentare indipendentista. Inoltre la diffusione della notizia sull’accordo e sulla convocazione di elezioni anticipate stava già provocando molte reazioni furiose e deluse. Diversi esponenti del PDeCAT stavano annunciando su Twitter le proprie dimissioni, ERC stava dicendo che in caso di elezioni avrebbe tolto l’appoggio al governo e le più importanti organizzazioni indipendentiste stavano convocando manifestazioni di protesta in diverse città catalane. Di fronte a tutte queste pressioni, è probabile che Puigdemont abbia alzato l’asticella delle sue richieste, pretendendo garanzie certe sulla non applicazione dell’articolo 155, ovvero l’unico motivo per cui il governo catalano accetterebbe di andare ad elezioni anticipate.

Allo stesso tempo, anche le richieste di Puigdemont sono state definite come difficilmente accettabili dal governo spagnolo. Per esempio fonti del governo hanno ribadito che il potere esecutivo non può intervenire per la liberazione di Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, perché in Spagna vige il principio della separazione dei poteri. Inoltre Rajoy non avrebbe probabilmente potuto giustificare al suo elettorale una sospensione dell’applicazione dell’articolo 155 senza una inequivocabile rinuncia del governo catalano ai piani indipendentisti: a livello nazionale il PP continua a essere premiato quando usa il pugno di ferro contro gli indipendentisti catalani, anche se in Catalogna è probabilmente il partito più impopolare in assoluto.

Non si sa cosa succederà ora. Dopo la seduta del Parlamento catalano iniziata ieri alle 18, Puigdemont ha avuto una riunione con Miquel Iceta, leader dei Socialisti catalani e uno dei principali sostenitori della via del dialogo tra le due parti. Non è chiaro comunque se ci siano ancora dei margini per raggiungere un accordo, anche perché il tempo ormai è pochissimo. Oggi il Senato spagnolo approverà le misure studiate dal governo e dai suoi alleati nell’ambito dell’articolo 155 della Costituzione, misure che probabilmente saranno applicate da subito, provocando la rimozione dell’intero governo catalano e la riduzione dei poteri del Parlamento, tra le altre cose. Alle 12 il Parlamento catalano torna a riunirsi: tutto fa pensare che verrà dichiarata e votata l’indipendenza.

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