• Mondo
  • venerdì 20 ottobre 2017

Raqqa è stata riconquistata, e ora?

L'ISIS in Siria è stato quasi sconfitto, ma manca un piano politico per il futuro e c'è il pericolo che inizino nuovi conflitti

Soldatesse delle SDF a Raqqa (BULENT KILIC/AFP/Getty Images)

Due giorni fa le Forze Democratiche Siriane (SDF), coalizione di arabi e curdi appoggiata dagli Stati Uniti, hanno annunciato di avere riconquistato Raqqa, la città siriana che per diversi anni è stata considerata la capitale dello Stato Islamico (o ISIS) in Siria. È stata una vittoria importante, arrivata alla fine di una battaglia durata quattro mesi, ma non risolutiva nella guerra contro lo Stato Islamico e nemmeno decisiva nel riportare la pace in Siria. Come hanno raccontato Anne Barnard e Hwaida Saad sul New York Times, ci sono diverse ragioni per pensare che la guerra andrà avanti ancora per molto tempo e il rischio che inizino nuovi conflitti esiste e non va sottovalutato.

I problemi riguardano anzitutto Raqqa, dove negli ultimi mesi si sono concentrati gli sforzi militari della coalizione appoggiata dagli Stati Uniti. Due giorni dopo avere riconquistato la città siriana, le SFD – nelle quali la componente curda è maggioritaria rispetto a quella araba – hanno tenuto una conferenza stampa in una piazza pubblica della città, dove hanno innalzato un’enorme immagine con sopra la faccia di Abdullah Öcalan, leader dei nazionalisti curdi turchi che si trova da parecchi anni in prigione e che la Turchia considera un terrorista. Non si sono viste invece bandiere o altri segni rappresentanti della componente araba delle SDF.

Immagine tratta da un video di Ronahi TV, un canale curdo, che mostra diversi soldati curdi davanti all’immagine del leader curdo Abdullah Ocalan, a Raqqa (Ronahi TV, via AP)

A molti residenti di Raqqa, una città a stragrande maggioranza araba, l’immagine di Öcalan non è piaciuta. Mohamad al Mosari, attivista e fondatore del gruppo Raqqa is Being Slaughtered Silenty (il primo che si è opposto allo Stato Islamico a Raqqa), ha detto al Wall Street Journal: «Quella foto rappresenta chiaramente chi controlla Raqqa oggi».

I comandanti curdi delle SDF hanno difeso la scelta di innalzare l’immagine di Öcalan, sostenendo che non voleva essere divisiva, ma i dubbi rimangono. In teoria, nei piani stabiliti prima della battaglia, le SDF dovrebbero trasferire il potere a un consiglio civile cittadino composto dagli abitanti della città, proprio per evitare tensioni tra diversi gruppi etnici. Non è chiaro però quello che succederà nei prossimi giorni, o settimane.

Una mappa della situazione attuale in Siria: i curdi sono indicati in giallo, il regime di Assad e i suoi alleati in rosso, i ribelli in verde e lo Stato Islamico in grigio (Liveuamap)

C’è poi un’altra questione. Durante le ultime battaglie combattute in Siria, molti miliziani dello Stato Islamico sono scappati per riorganizzarsi in altre zone, per esempio nelle aree desertiche orientali del paese. Il New York Times ha scritto:

«A migliaia di combattenti dello Stato Islamico è stato permesso di consegnare le loro armi e di andarsene via liberamente, una strana scappatoia che è diventata un marchio di fabbrica di questo conflitto. Poco prima dell’assalto finale a una città controllata dai miliziani, non è stato insolito vedere linee di autobus che caricavano centinaia di miliziani e le loro famiglie, portandoli via dal campo di battaglia, a volte diretti verso un altro territorio controllato dallo Stato Islamico»

Lo spostamento dei combattenti dello Stato Islamico da una zona all’altra ha permesso di ridurre temporaneamente le vittime civili del conflitto, ma allo stesso tempo non ha risolto il problema. Molti miliziani, per esempio, sono stati portati a Deir Ezzor, provincia orientale siriana vicino al confine iracheno dove da diverso tempo lo Stato Islamico sta combattendo contro il regime di Bashar al Assad e i suoi alleati. Altri si sono riuniti vicini alle rovine di Palmira, la città della Siria centrale riconquistata dall’esercito siriano nel marzo 2017. Altri ancora stanno cercando di riorganizzarsi comprando armi al mercato nero.

Il New York Times ha scritto che diversi funzionari dell’amministrazione americana di Donald Trump sostengono che la campagna militare contro lo Stato Islamico abbia fatto passare in secondo piano la ricerca di una soluzione diplomatica: in altre parole, non esiste un piano politico reale che definisca cosa sarà della Siria una volta che lo Stato Islamico sarà stato sconfitto definitivamente. Per esempio non è chiaro quale sarà nel futuro la posizione degli Stati Uniti nei confronti del regime di Assad, che negli ultimi due anni ha ripreso il controllo di buona parte della Siria e continua a sostenere di volerla riconquistare tutta. Assad potrebbe ricominciare per esempio a bombardare con grande intensità i ribelli siriani – prevalentemente jihadisti – concentrati nella provincia nord-occidentale di Idlib. Oppure potrebbero emergere tensioni con i curdi, che hanno di fatto creato uno stato autonomo nel nord del paese. Finora il problema è stato rimandato, ma di certo non si può dire che sia stato risolto.

Mostra commenti ( )