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  • giovedì 12 ottobre 2017

In Catalogna è diventata una partita a scacchi

di Elena Zacchetti

Non si è ancora capito se Puigdemont farà un passo indietro (ma ha fatto un passo avanti?), mentre Rajoy si prepara ad applicare l'articolo 155 (o lo minaccia e basta?)

Il presidente catalano Carles Puigdemont (JOSEP LAGO/AFP/Getty Images)

Nonostante da qualche giorno si parli insistentemente della necessità di iniziare un dialogo politico per superare la crisi, in Catalogna la situazione continua a essere molto incerta e lontana dall’essere risolta. Ieri il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha annunciato di essere pronto ad applicare l’articolo 155 della Costituzione – quello pensato per obbligare il governo di una comunità autonoma spagnola a rispettare la legge e la Costituzione – nel caso in cui il presidente catalano Carles Puigdemont non faccia un passo indietro, cioè dica che la sua dichiarazione d’indipendenza di martedì era una vera dichiarazione di indipendenza. Il governo catalano non ha ancora risposto formalmente alla richiesta di Rajoy, ma qualche reazione – anche di Puigdemont – c’è stata. Nel frattempo è successa un’altra cosa, che coinvolge due importanti esponenti indipendentisti e il capo della polizia catalana e che potrebbe rendere ancora più tesa la situazione dei prossimi giorni.

La richiesta di Rajoy e la reazione del governo catalano
Dopo un Consiglio dei ministri del governo spagnolo convocato ieri mattina, Mariano Rajoy, primo ministro spagnolo e leader del Partito Popolare (PP), ha fatto un discorso che in un certo senso ha messo Puigdemont con le spalle al muro: ha chiesto formalmente a Puigdemont di chiarire se quella pronunciata due giorni fa al Parlamento catalano fosse una vera dichiarazione d’indipendenza della Catalogna oppure no. La domanda di Rajoy è stata ritenuta legittima da molti. Puigdemont, infatti, aveva sospeso gli effetti di una dichiarazione d’indipendenza mai veramente proclamata, rimanendo in una zona grigia per lui vantaggiosa perché più difficilmente perseguibile dalla legge spagnola (la questione è piuttosto complicata ed è spiegata meglio qui).

La richiesta formale di Mariano Rajoy a Puigdemont di tornare a rispettare i suoi obblighi costituzionali e legali»

Nella sua richiesta di ieri, Rajoy ha dato tempo a Puigdemont di chiarire questo punto fino alle 10 di lunedì 16 ottobre. Se il governo catalano risponderà che il discorso di Puigdemont di martedì è stato effettivamente una dichiarazione di indipendenza, avrà tempo fino alle 10 di giovedì 19 per ritrattare la dichiarazione. Se non succederà, il governo spagnolo chiederà al Senato l’attivazione dell’articolo 155 della Costituzione, una misura che finora non era stata ancora presa perché considerata troppo dura e perché non aveva un appoggio politico ampio. Nessuno comunque ha ancora chiaro cosa il governo potrà fare tramite l’articolo 155, che ha una formulazione piuttosto vaga e che finora non è mai stato attivato. L’articolo 155 parla infatti dell’adozione «di misure necessarie per obbligare [la comunità autonoma] all’adempimento forzato» dei suoi obblighi derivanti dal rispetto della legge e della Costituzione della Spagna: come si riuscirà a obbligare il governo catalano a rispettare i suoi obblighi, ancora non si sa.

Se invece Puigdemont dovesse dire che la sua non era una vera dichiarazione di indipendenza, sarebbe una vittoria politica di Rajoy: di fatto il referendum – che per lui non è mai avvenuto, in quanto illegale – non avrebbe avuto conseguenze per ammissione dello stesso Puigdemont.

La richiesta di Rajoy è stata appoggiata non solo dal suo partito, il PP, ma anche dai Socialisti (PSOE) e da Ciudadanos. È stata invece osteggiata da Podemos, il terzo partito per seggi nel Parlamento spagnolo, il cui leader, Pablo Iglesias, si è opposto all’applicazione dell’articolo 155 e ha ribadito che Rajoy dovrebbe avviare dei negoziati seri con Puigdemont per risolvere la crisi. PP e PSOE si sono anche accordati per iniziare una riforma della Costituzione spagnola, una «decisione storica», l’ha definita il PSOE: non è chiaro però a quale tipo di modifiche costituzionali si potrebbe arrivare, e se tra le vie considerate ci sarà quella di permettere un referendum legale sull’indipendenza alla Catalogna, un’ipotesi finora considerata molto improbabile.

La reazione del governo catalano
Dopo la richiesta di Rajoy, il governo catalano ha fatto sapere che risponderà nei termini previsti dal governo spagnolo, una volta che riceverà formalmente l’atto. Intanto però qualche reazione c’è stata, soprattutto critica verso la minaccia di applicare l’articolo 155 della Costituzione. Puigdemont ha scritto su Twitter: «Chiedi il dialogo e ti rispondono mettendo sul tavolo il 155. Capito.».

Puigdemont ha fatto probabilmente anche riferimento all’intervista che aveva dato poco prima a CNN, nella quale aveva proposto un incontro tra due rappresentanti del governo spagnolo e due del governo catalano con l’obiettivo di trovare una figura che facesse da mediatore nella crisi. Poco prima di scrivere il tweet, Puigdemont aveva cambiato l’immagine del suo profilo Instagram, mettendo una foto di una scacchiera accompagnata dalla scritta: «#RepúblicaCatalana». Il significato dell’immagine e della scritta non è stato chiarito, ma potrebbe avere a che fare con le caratteristiche dell’attuale situazione politica, in cui Spagna e Catalogna fanno una mossa ciascuno cercando di mettere in difficoltà l’altro.

⏳ #RepúblicaCatalana

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Mercoledì ha detto la sua anche la CUP (Candidatura di Unità Popolare), partito di estrema sinistra e marxista che appoggia il governo di Puigdemont, con cui condivide una sola cosa: l’obiettivo dell’indipendenza della Catalogna. La CUP, senza il cui sostegno il governo catalano cadrebbe, ha fatto un tweet esprimendo la sua posizione sull’annuncio del governo spagnolo di avviare una riforma della Costituzione: «Il mandato è la Repubblica e non la via del patto costituzionale. La Repubblica Catalana! Andiamo avanti?», rivolgendo la domanda al presidente Puigdemont e al vicepresidente Oriol Junquras, esponente del Partito Sinistra Repubblicana di Catalogna (ERC), che appoggia il governo.

La posizione della CUP è molto importante per capire cosa succederà nei prossimi giorni. La CUP, che alle ultime elezioni ha ottenuto 10 seggi (sui 135 totali del Parlamento catalano), è stata fondamentale nella nomina di Puigdemont a presidente del governo e da giorni sta spingendo affinché la dichiarazione di indipendenza diventi immediatamente effettiva. Si può dire che rappresenta l’ala più radicale dell’indipendentismo catalano, che però è centrale nella sopravvivenza del governo di Puigdemont, leader di un partito di destra (Partito Democratico Europeo Catalano, PDeCAT).

L’indagine per sedizione per “i due Jordi” e Josep Trapero
Un altro importante sviluppo di ieri è stato la nuova convocazione all’Audiencia Nacional di Jordi Sánchez, Jordi Cuixart e Josep Trapero. I “due Jordi”, come sono chiamati spesso dalla stampa spagnola, sono i capi rispettivamente dell’Assemblea Nazionale Catalana (ANC) e di Óminum Cultural, due organizzazioni indipendentiste molto influenti che hanno stretti legami con il fronte politico indipendentista catalano; Josep Trapero, invece, è il capo dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana accusata di avere permesso il referendum sull’indipendenza della Catalogna lo scorso 1 ottobre, nonostante l’ordine contrario del Tribunale superiore di giustizia della Catalogna. Sánchez, Cuixart e Trapero sono indagati per sedizione, un reato previsto dal codice penale spagnolo che prevede pene per chi impedisce l’applicazione della legge con la forza o con mezzi al di fuori della legge. Le accuse si riferiscono alla proteste di Barcellona del 20 settembre scorso, quando centinaia di persone cercarono di impedire le operazioni della polizia spagnola negli edifici del governo catalano per fermare il referendum dell’1 ottobre,

Sánchez, Cuixart e Trapero erano già stati sentiti la scorsa settimana dall’Audiencia Nacional, senza però che venissero prese contro di loro misure cautelari. Ora sembra che siano emerse nuove prove e i tre dovranno ripresentarsi al tribunale di Madrid lunedì 16. Non si sa ancora se si presenteranno, né quali nuove prove siano state messe insieme contro di loro. Il reato di sedizione prevede una pena massima di 15 anni.

Quindi cosa succede ora?
Non si sa. La richiesta di ieri di Rajoy è stata legata dallo stesso governo all’eventuale attivazione dell’articolo 155 della Costituzione, di cui però non si hanno precedenti applicazioni. Il governo spagnolo potrebbe per esempio rimuovere dal potere alcuni membri del governo catalano, ma non è chiaro come questo possa avvenire, anche perché non si sa come potrebbero reagire i Mossos, già accusati di essere la “polizia degli indipendentisti”. Un’eventuale ampia operazione della polizia spagnola a Barcellona potrebbe anche provocare la reazione dei catalani indipendentisti, che da anni mostrano una capacità non comune di organizzarsi e mobilitarsi in piazza.

Non si conoscono nemmeno le intenzioni del governo guidato da Puigdemont. Il fatto di avere sospeso la dichiarazione d’indipendenza durante il discorso in Parlamento di martedì potrebbe significare due cose: che Puigdemont ha deciso di fare mezzo passo indietro perché spaventato dalla fuga di banche e aziende dalla Catalogna, oltre che dalla posizione finora netta dell’Unione Europea a favore del governo spagnolo; oppure che il governo catalano vuole in qualche maniera prendere tempo per mostrare la sua disponibilità ad avere un dialogo con Rajoy, per poi dare la colpa allo stesso Rajoy in caso di fallimento dei negoziati e acquisire così una posizione di maggiore legittimità agli occhi dei leader europei. Sta di fatto che ad oggi le posizioni dei due governi sembrano ancora lontane e i tentativi di aprire dei negoziati molto difficili.

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