La legge elettorale ha passato la seconda fiducia

Le votazioni alla Camera dovrebbero concludersi domani, tra le proteste dell'opposizione, ma al Senato sarà un'altra storia

Nicola Fratoianni durante la votazione sulla nuova legge elettorale - Roma, 11 ottobre 2017 (Roberto Monaldo / LaPresse)

Sono cominciate oggi alla Camera le votazioni sulla nuova legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum, dal nome del capogruppo alla Camera del Partito Democratico, su cui ieri il governo ha posto la questione di fiducia. I voti di fiducia in totale saranno tre: quello sul primo articolo è passato con 307 sì, 90 no e 9 astenuti, quello sull’articolo 2 è passato con 308 sì, 81 no e 8 astenuti. Domani, giovedì 12, dovrebbe concludersi la votazione con il terzo voto di fiducia e poi con il voto complessivo sulla legge, a scrutinio segreto.

A favore della legge sono PD, Forza Italia, Lega Nord e partiti centristi della maggioranza. Contrari sono il Movimento 5 Stelle, MDP, Sinistra Italiana e Possibile, che protestano in particolare perché il governo ha deciso di porre la fiducia. Il Movimento 5 Stelle ha organizzato una manifestazione alle 13.45 davanti alla Camera, la sinistra alle 17 davanti al Pantheon. Prima di entrare in vigore, comunque, la legge dovrà essere approvata anche al Senato.

In teoria, almeno alla Camera, la legge elettorale dovrebbe essere approvata senza difficoltà vista l’ampia maggioranza che la sostiene: circa due terzi dei deputati dovrebbero votare “Sì”. Il problema è che le leggi elettorali sono sempre temi delicati, su cui i gruppi parlamentari tendono a dividersi anche al loro interno. Lo scorso giugno la Camera non è riuscita ad approvare un’altra legge elettorale su cui c’era l’accordo di PD, Forza Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle (all’ultimo momento l’M5S votò contro insieme a numerosi “franchi tiratori” di PD e Forza Italia). Per questa ragione il PD ha chiesto al governo di mettere la fiducia sui tre articoli di cui è composto il Rosatellum. In questo modo ha fatto decadere le decine di emendamenti presentati dalle opposizioni, il voto su ognuno dei quali avrebbe potuto portare a un risultato simile a quello di giugno. La legge che si votava all’epoca era stata soprannominata “sistema tedesco”, perché aveva alcuni elementi che richiamavano la legge elettorale in vigore in Germania.

Inoltre, il voto di fiducia serve a irregimentare i parlamentari della maggioranza, che sanno che se voteranno contro le indicazioni di partito rischiano di far cadere il governo. Il Rosatellum potrebbe essere preso di mira dai franchi tiratori (cioè i parlamentari che votano in modo diverso rispetto al resto del partito) per diversi motivi. È una legge che introduce numerosi collegi uninominali, dove i singoli candidati si sfidano direttamente costringendoli quindi a fare una difficile campagna elettorale in prima persona e, spesso, a spendere personalmente del denaro per farlo. Il Rosatellum inoltre introduce le coalizioni, una possibilità che non tutti i parlamentari vedono di buon occhio per ragioni tattiche e strategiche.

Porre la questione di fiducia su una legge elettorale è considerato un gesto politicamente inopportuno, anche se formalmente non ci sono leggi o regole che lo impediscono. Il principio che lo sconsiglia è che la sorte di un governo non dovrebbe essere legata a una materia di competenza tipicamente parlamentare come la legge elettorale. In passato, lo strumento della fiducia è stato usato altre due volte per approvare una legge elettorale nazionale. La prima, dalla Democrazia Cristiana nel 1953; la seconda dal governo Renzi per approvare l’Italicum. Un altro comportamento ritenuto scorretto è approvare una legge elettorale senza coinvolgere nessuna parte dell’opposizione, poiché così facendo la legge approvata potrebbe essere scritta proprio per sfavorire gli avversari che non sono in maggioranza: ma anche questo è già capitato in passato. Il Rosatellum, però, dovrebbe essere approvato da una vasta maggioranza parlamentare, compresi due importanti partiti di opposizione. In ogni caso, anche se la Camera dovesse approvare la nuova legge elettorale, bisognerà riuscire comunque ad approvarla anche in Senato, dove le forze che sostengono la legge hanno una maggioranza più risicata.

Se approvato, il Rosatellum introdurrà nel nostro paese un sistema elettorale misto proporzionale maggioritario. Alla Camera ci saranno 232 collegi uninominali, in cui ogni partito o coalizione presenterà un suo candidato. Verrà eletto chi prenderà nel collegio almeno un voto in più degli altri. Gli altri 386 seggi saranno assegnati con metodo proporzionale: si conteranno i voti ricevuti da ogni lista e ciascuno riceverà un numero di parlamentari proporzionale ai voti ottenuti. Altri 12 seggi saranno assegnati nelle circoscrizioni estere. Al Senato le cose funzioneranno in maniera quasi identica: i collegi uninominali saranno 102 e 207 i collegi del proporzionale; saranno 6 i seggi degli eletti all’estero. Non sarà possibile il voto disgiunto: significa che si potrà quindi votare soltanto il candidato al collegio uninominale e una delle liste che lo appoggiano (se viene barrata la casella di un candidato al collegio uninominale e la casella di una lista diversa da quelle che lo appoggiano, il voto sarà annullato).

Come accadeva con la vecchia legge elettorale, il Mattarellum, la presenza dei collegi uninominali favorirà le alleanze tra partiti, che avranno un incentivo a dividersi tra di loro i vari collegi e appoggiare in maniera unitaria i candidati di coalizione. È una situazione che favorisce il centrodestra che, soprattutto alle elezioni amministrative, ha mostrato di riuscire a ottenere buoni risultati quando si presenta unito. Anche il centrosinistra potrebbe risultare avvantaggiato, se il PD riuscisse a formare una coalizione con le forze di centro e con quelle alla sua sinistra. Il Movimento 5 Stelle, invece, rischia di essere la forza più penalizzata da questo sistema. Da un lato non intende allearsi con nessuno, dall’altro non ha molti candidati forti e con l’esperienza e la notorietà necessaria a competere efficacemente nei collegi uninominali.

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