I personaggi della crisi in Catalogna, uno per uno

Chi sono i leader degli indipendentisti? Cosa fanno Podemos e i Socialisti? E che tipo è Josep Trapero, il capo della polizia catalana accusato di sedizione?

A quasi una settimana dal voto sul referendum per l’indipendenza della Catalogna, considerato illegale dalla magistratura e dal governo spagnoli, la crisi in Spagna ha raggiunto livelli impensabili fino a qualche mese fa. In molti si chiedono come sia stato possibile arrivare fin qui: viene accusato anzitutto il presidente catalano Carles Puigdemont, che da giorni sta agendo al di fuori della legge spagnola, oltre al primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, le cui decisioni – e non decisioni – sono state considerate disastrose anche dagli esponenti della sua parte politica.

Non è facile stare dietro agli sviluppi della crisi catalana, anche per i suoi molti protagonisti: ai leader indipendentisti della Catalogna, molto diversi tra loro, si aggiungono le complicazioni della politica nazionale, che non sono mai state veramente risolte dopo la lunga crisi dello scorso anno, durante la quale la Spagna rimase senza governo per quasi un anno. In Catalogna, poi, da qualche anno c’è stata una impressionante sovrapposizione tra partiti politici e associazioni indipendentiste, che oltre a essere molto potenti e influenti sono anche quelle che organizzano le enormi manifestazioni di piazza della Diada, la giornata nazionale della Catalogna. Per capire qualcosa di più abbiamo composto una guida con i principali protagonisti della crisi catalana: per capire chi sono, come si stanno muovendo e come potrebbero influenzare la crisi nei prossimi giorni, o settimane.

Partito Popolare e Mariano Rajoy
Il Partito Popolare (PP) è il principale partito di centrodestra spagnolo, fortemente unionista e centralista. Il suo leader, nonché primo ministro della Spagna dal 2011, è Mariano Rajoy, 62 anni, originario di Santiago di Compostela, in Galizia. Rajoy ha iniziato il suo secondo mandato da capo del governo alla fine del 2016, dopo una serie di gravi scandali che hanno coinvolto il suo partito, due elezioni consecutive e una crisi politica durata quasi un anno. Oggi il PP non ha la maggioranza in Parlamento nonostante l’appoggio di Ciudadanos, il quarto partito spagnolo per numero di seggi: quindi Rajoy guida un governo di minoranza che sta in piedi solo perché il Partito Socialista (PSOE), il principale partito di centrosinistra del paese, si è astenuto durante il voto di fiducia.

In azzurro il PP, in rosso il PSOE, in viola Podemos, in arancione Ciudadanos, in giallo la ERC-CAT Si (coalizione elettorale catalana), in verde il Partito Nazionalista Basco, in nero il gruppo misto

C’è poi una cosa da aggiungere: il PP è storicamente molto debole in Catalogna, dove oggi occupa solo 11 seggi dei 135 che compongono il Parlamento catalano. Alle ultime elezioni catalane, tenute nel settembre 2015, è andato peggio di tutti gli altri grandi partiti nazionali, prendendo l’8,53 per cento dei voti e perdendo 8 seggi rispetto alla precedente legislatura. Insomma, non è un partito che ha un numero significativo di elettori da quelle parti.

Questi numeri dicono parecchio della difficoltà del PP di influenzare la politica locale catalana, che negli ultimi anni si è distanziata sempre di più da quella nazionale, ma anche del suo relativo interesse a farlo. Il PP – sia a livello nazionale che catalano – ha mostrato di avere posizioni chiarissime sul referendum: considera Puigdemont un golpista, il referendum illegale, i Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, dei traditori. Ritiene che la Polizia nazionale e la Guardia civile non abbiano sbagliato niente il giorno del referendum, nonostante le violenze ai seggi, e il presidente del PP catalano, Xavier García Albiol, lo ha dimostrato così.

In generale, però, Rajoy è stato molto criticato per la gestione del referendum in Catalogna: è stato accusato di non avere avuto una strategia che frenasse sul nascere l’iniziativa illegale del governo catalano, ma anche di avere mandato allo sbaraglio la Polizia nazionale e la Guardia civile, che il giorno della votazione in diversi seggi hanno usato la violenza per riuscire a eseguire gli ordini che erano stati dati, cioè sequestrare le urne e le schede elettorali. Ora Rajoy è accusato da una parte del suo stesso partito di voler temporeggiare, di essere troppo indeciso, di non voler applicare immediatamente l’articolo 155 della Costituzione, quello che permetterebbe la sospensione dell’autonomia catalana e quindi dell’esito del referendum. Con che conseguenze concrete, però, non si sa.

Junts pel Sí e Carles Puigdemont
Junts pel Sí è una coalizione elettorale indipendentista che si è presentata per la prima volta alle elezioni parlamentari catalane del 2015. È trasversale, nel senso che è formata da quattro partiti di diversi orientamenti: c’è il Partito Democratico Europeo (quello che prima era Convergenza Democratica e che oggi è conosciuto con la sigla PDeCAT), di centrodestra, il partito del presidente Puigdemont; Sinistra Repubblicana di Catalogna (ERC, di cui fa parte anche Gabriel Rufián, di cui si è parlato parecchio nelle ultime settimane), di sinistra; Democratici di Catalogna (DC), di centrodestra; e Movimento delle Sinistre (MES), di centrosinistra. Le differenze all’interno della coalizione sono molte e significative, ma tutte le parti condividono l’obiettivo di arrivare a una dichiarazione di indipendenza della Catalogna. Alle elezioni parlamentari catalane del 2015, Junts pel Sí è stata la prima forza politica: ha ottenuto il 39,6 per cento dei voti, pari a 62 deputati.

Dopo le elezioni, e dopo l’iniziale tentativo di estendere il mandato dell’allora presidente uscente catalano Artur Mas, Junts pel Sí ha trovato un accordo politico con Candidatura di Unità Popolare (CUP, di estrema sinistra) per nominare alla presidenza Carles Puigdemont, ex sindaco di Girona, che quindi è sostenuto da una coalizione che va dal centrodestra ai marxisti e ha praticamente un solo obiettivo comune: l’indipendenza della Catalogna. Nonostante questo, il modo in cui Puigdemont si è dato da fare per raggiungere quell’obiettivo ha sorpreso molti.

Il presidente catalano Carles Puigdemont, a destra, e il vicepresidente e leader di ERC Oriol Junqueras, alla Generalitat, il palazzo del governo catalano, Barcellona (JOSEP LAGO/AFP/Getty Images)

La crescita di tutte queste forze politiche indipendentiste è iniziata sette anni fa, soprattutto come reazione a tre eventi: i continui scandali che hanno colpito il governo centrale di Madrid guidato da Mariano Rajoy; la crisi economica, che ha avuto conseguenze in Catalogna così come nel resto della Spagna; e la bocciatura nel 2010 da parte del Tribunale costituzionale spagnolo di diversi articoli dello Statuto di Autonomia della Catalogna, approvato cinque anni prima a stragrande maggioranza in un referendum. Le forze indipendentiste sono state più pronte delle altre a riempire gli spazi che si erano creati, anche grazie al loro forte radicamento nella società catalana costruito nel corso degli anni.

Negli ultimi giorni i due partiti più importanti di Junts pel Sí, ERC e PDeCAT, hanno mostrato di essere aperti a valutare una mediazione per risolvere la crisi. Andando anche contro alla linea di Puigdemont, che sembra voler tirare dritto sulla strada della dichiarazione d’indipendenza, si sono detti disponibili a valutare il tentativo di mediazione offerto loro dal partito Podemos. Non si sa ancora però se funzionerà e per ora non sembrano esserci molti margini: il giornale spagnolo Diario ha scritto che il discorso del Re di martedì sera – molto duro contro i leader indipendentisti catalani e interpretato come una sorta di via libera al governo di Rajoy a usare le maniere forti per risolvere la crisi – ha spostato i deputati di ERC e PDeCAT su posizioni più radicali. Non c’è alcuna certezza, comunque, e bisognerà aspettare i prossimi giorni per valutare davvero quali siano le posizioni maggioritarie nella coalizione Junts pel Sí.

La dichiarazione istituzionale di Puigdemont di mercoledì sera, nella quale il presidente catalano ha criticato le parole del Re

CUP
La Candidatura di Unità Popolare, conosciuta con la sua sigla CUP, è un partito indipendentista e di estrema sinistra catalano, definito spesso marxista. Non fa parte di Junts pel Sí, che include forze politiche più moderate, ma appoggia comunque il governo di Puigdemont. Negli ultimi 5 anni la CUP ha visto crescere molto i suoi consensi: i 3 seggi ottenuti alle elezioni regionali catalane del 2012 sono diventati 10 dopo il voto del 2015.

La CUP rappresenta l’ala estrema dell’indipendentismo catalano, quella che ha chiesto al governo catalano di boicottare le banche che vogliono spostare la loro sede sociale fuori dalla Catalogna, come il Banco Sabadell e La Caixa, e che ha parlato di «controllare il territorio» a partire dai porti e dagli aeroporti catalani. La persona più conosciuta e visibile della CUP è Anna Gabriel, 42 anni, originaria di Sallent de Llobregat, in provincia di Barcellona, docente di diritto all’Università Autonoma di Barcellona e deputata nel Parlamento catalano dal 2015.

Anna Gabriel, deputata della CUP al Parlamento catalano (JOSEP LAGO/AFP/Getty Images)

Uno dei grandi temi di cui si sta dibattendo in questi giorni è l’influenza che la CUP esercita sui partiti che compongono Junts pel Sí, oltre che sul presidente Puigdemont e gli altri membri del governo. Secondo alcuni giornali spagnoli, le forze più moderate dell’indipendentismo catalano potrebbero pagare caro l’appoggio della CUP, che sembra stia spingendo per una immediata dichiarazione d’indipendenza della Catalogna (la cosiddetta DUI) e che è ostile ad avviare dei negoziati con il governo spagnolo di Mariano Rajoy. La CUP può contare su una forte presenza sul territorio, grazie soprattutto ai suoi legami con le molte associazioni indipendentiste presenti in Catalogna, tra cui l’Assemblea Nazionale Catalana (ANC) e Òmnium Cultural.

Òmnium e ANC
Òmnium Cultural e l’Assemblea Nazionale Catalana (ANC) sono due organizzazioni molto influenti che sostengono l’indipendenza della Catalogna ma che hanno storie diverse. Òmnium è più vecchia: nacque negli anni Sessanta, durante il franchismo, e per cinque anni, fino al 1967, agì in clandestinità. Per decenni il suo obiettivo primario è stato promuovere la lingua e la cultura catalane, ma dal 2012 la causa indipendentista è diventato il punto centrale del suo programma. L’Assemblea Nazionale Catalana ha invece una storia più recente: è nata tra il 2011 e il 2012, dopo la contestata sentenza del Tribunale costituzionale spagnolo che aveva bocciato diversi articoli dello Statuto di Autonomia della Catalogna approvato nel 2005, un testo molto ambizioso che prevedeva un livello di autonomia maggiore di quello attuale. Nel giro di 5 anni l’ANC è diventata una delle più importanti e influenti organizzazioni catalane che promuovo l’indipendenza, con decine di migliaia di iscritti. Le storie di queste due organizzazioni mostrano, tra le altre cose, come un indipendentismo catalano di queste dimensioni sia un fenomeno molto recente.

Jordi Cuixart (a sinistra) e Jordi Sànchez

Le due organizzazioni sono capeggiate dai «due Jordi», come vengono chiamati i rispettivi leader: Jordi Cuixart, capo di Òmnium, e Jordi Sànchez, capo dell’ANC. Entrambi sono stati convocati venerdì all’Audiencia Nacional di Madrid per rispondere dell’accusa di sedizione, un reato previsto dal codice penale spagnolo che prevede pene per chi impedisce l’applicazione della legge con la forza o con mezzi al di fuori della legge. Le accuse si riferiscono alle proteste di Barcellona del 20 settembre scorso, quando centinaia di persone – secondo l’accusa coordinate da Òmnium e ANC – rallentarono le operazioni della polizia spagnola negli edifici del governo catalano per fermare il referendum dell’1 ottobre.

In molti pensano che il referendum sull’indipendenza catalana sia stato possibile solo grazie al lavoro di queste due organizzazioni, le stesse che negli ultimi anni si sono occupate di organizzare la Diada, l’enorme manifestazione che si tiene ogni anno a Barcellona per sostenere l’indipendenza della Catalogna. Entrambe hanno anche forti legami con la CUP: per esempio Antonio Baños, che fino all’anno scorso era uno dei dirigenti più conosciuti della CUP, oggi fa parte della segreteria nazionale dell’ANC.

Podemos e Ada Colau
Alle ultime elezioni generali spagnole, quelle di giugno 2016, Podemos è stato il terzo partito politico per numero di consensi, dietro al PP e al PSOE. Oltre a Podemos nazionale, a quelle elezioni partecipò anche En Comú Podem, ovvero una coalizione elettorale che includeva Podem Catalunya, la sezione catalana di Podemos (Podemos e En Comú Podem si sono presentati separati). Alle ultime elezioni catalane invece, quelle che si sono tenute nel 2015, Podemos si è presentato con la coalizione Catalunya Sí que es Pot (Catalogna sì, si può) insieme ad alcuni partiti minori catalani, ottenendo 11 seggi (quarto partito) nel Parlamento catalano. Inoltre la sindaca di Barcellona, Ada Colau, è stata eletta con Barcelona en Comú, una piattaforma civica che formalmente non è legata né a Podemos né a Catalunya Sí que es Pot, ma di fatto viene considerata “in quota” Podemos. Colau ha tenuto una posizione molto ambigua sul referendum: prima ha detto che non avrebbe messo a disposizione gli edifici comunali per allestire i seggi, definendo il referendum illegale, poi però ha cambiato idea.

Pablo Iglesias e Ada Colau (JAVIER SORIANO/AFP/Getty Images)

Il giorno del referendum, inoltre, Ada Colau ha attaccato direttamente il governo spagnolo di Mariano Rajoy per le operazioni di polizia ai seggi elettorali.

Non è facile capire i legami tra tutte queste formazioni e coalizioni elettorali, e la situazione si è ulteriormente complicata sul tema del referendum per l’indipendenza della Catalogna. Podemos nazionale ha sempre sostenuto il diritto dei catalani a tenere un referendum sulla propria indipendenza, ma all’interno della legge: e infatti l’organizzazione del voto dell’1 ottobre è stata molto criticata dai leader del partito. La sezione catalana di Podemos, Podem, si è detta favorevole a tenere il referendum, anche se illegale, invitando però i propri sostenitori a votare “no”, cioè a favore della permanenza della Catalogna nella Spagna. Nel frattempo Joan Coscubiela, portavoce della coalizione Catalunya Sí que es Pot (ma non membro di Podemos: è il segretario di una confederazione sindacale spagnola), ha criticato molto duramente i metodi usati nel Parlamento catalano da Junts pel Sí e dalla CUP per forzare l’ordine del giorno e approvare a inizio settembre le leggi che hanno poi permesso il referendum.

Dopo il referendum, e la crisi profonda iniziata tra governo spagnolo e catalano, anche Podemos nazionale ha cominciato a fare qualcosa. Pablo Iglesias, il leader del movimento, ha chiesto al PSOE di appoggiare una mozione di sfiducia nei confronti del governo Rajoy, per creare un governo tecnico che si incarichi di organizzare nuove elezioni: la proposta però finora è stata rifiutata. Podemos poi si è messo anche a capo di un tentativo di mediazione tra le due parti – governo di Madrid e leader indipendentisti catalani – che però finora non ha dato alcun risultato significativo.

PSOE e Pedro Sánchez
Il Partito Socialista spagnolo (PSOE), il principale partito di centrosinistra della Spagna, è la forza politica che è sembrata più in difficoltà negli ultimi giorni di crisi. Non è una novità: il PSOE attraversa momenti difficili da diverso tempo, che lo hanno portato alle ultime due elezioni politiche (2015 e 2016) a ottenere i peggiori risultati della sua storia. Il PSOE e il suo leader, Pedro Sánchez, non sembrano sapere cosa fare e infatti finora hanno fatto poco o niente.

Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, a sinistra, e il leader del PSOE Pedro Sanchez, a Madrid il 7 settembre 2017 (PIERRE-PHILIPPE MARCOU/AFP/Getty Images)

Il PSOE non si è espresso chiaramente sulla richiesta del PP di applicare l’articolo 155 della Costituzione, cioè quello che permetterebbe al governo spagnolo di sospendere l’autonomia della Catalogna. Nonostante il PP abbia la maggioranza in Senato – cioè nell’aula del Parlamento che potrebbe approvare l’applicazione del 155 – il governo ha chiesto al PSOE di appoggiare la misura, di modo da avere un più ampio sostegno popolare: per ora però il PSOE ha temporeggiato, probabilmente considerando l’iniziativa del governo troppo rischiosa. Il PSOE si è anche rifiutato di appoggiare la mozione di sfiducia presentata da Podemos contro il governo Rajoy, ma allo stesso tempo ha criticato pubblicamente la vicepresidente del governo Soraya Sáenz, del PP, per le cariche della polizia nei seggi elettorali l’1 ottobre. Venerdì il Pais ha pubblicato una lettera aperta scritta da diversi storici esponenti del PSOE e diretta a Sánchez per chiedergli di stare dalla parte della Costituzione, anche a costo di stare con il governo di Rajoy, e schierarsi nettamente contro gli indipendentisti catalani.

Qualcosa di più sembra voler fare il Partito socialista della Catalogna (PSC), che nel Parlamento catalano si era opposto alla possibilità di tenere un referendum per l’indipendenza. Nei giorni scorsi il PSC ha presentato un ricorso al Tribunale costituzionale spagnolo per chiedere la sospensione della sessione del Parlamento catalano convocata per lunedì 9 ottobre, che si pensava potesse essere usata da Puigdemont per fare la dichiarazione di indipendenza. Il Tribunale ha accolto il ricorso.

Josep Trapero
Josep Trapero non è un politico: è il capo dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, diventato piuttosto noto anche sulla stampa internazionale dopo gli attentati terroristici compiuti ad agosto in Catalogna, a Barcellona e Cambrils. Negli ultimi giorni Trapero è stato molto criticato e accusato di avere “tradito” le altre forze di polizia che il giorno del referendum operavano in Catalogna, la Polizia nazionale e la Guardia civile: Trapero avrebbe detto ai suoi agenti di non impedire il referendum, diversamente da quanto gli era stato ordinato dal Tribunale supremo di giustizia della Catalogna, e di avere in un certo senso costretto le altre forze di polizia ad agire per sequestrare le urne e le schede elettorali. I Mossos si sono difesi dicendo di avere chiuso più seggi di quanti ne abbiano chiusi la mattina del referendum gli altri corpi di polizia, oltretutto senza usare la violenza. È una storia complicata – non si sa ancora esattamente come siano andate le cose – ma un pezzo si può leggere qui.

Trapero – la cui lingua madre non è il catalano, ma il castigliano – è stato spesso descritto come vicino agli ambienti indipendentisti, soprattutto per la diffusione di un video che lo mostra a una festa privata mentre suona la chitarra in compagnia, tra gli altri, del presidente catalano Puigdemont e dell’ex presidente del Barcellona, Joan Laporta, noto indipendentista. Non ha comunque mai preso una posizione pubblica sulla questione.

A inizio settembre il Pais, riferendosi al fatto che Trapero fosse diventato un simbolo per gli indipendentisti, aveva scritto: «Un paradosso per un commissario di 51 anni la cui traiettoria è stata caratterizzata dalla sua indipendenza politica e per non avere detto mai niente a favore di nessuno, se non del corpo di polizia. Il suo forte corporativismo lo ha portato a criticare con durezza i media. Una posizione che, in un contesto di forte polarizzazione, gli ha fatto guadagnare gli applausi degli indipendentisti».

Venerdì mattina Trapero si è presentato all’Audiencia Nacional a Madrid perché indagato per sedizione, un reato previsto dal codice penale spagnolo che prevede pene per chi impedisce l’applicazione della legge con la forza o con mezzi al di fuori della legge. Trapero è accusato di non avere ordinato ai suoi agenti di fermare le proteste di Barcellona del 20 settembre, quando centinaia di persone cercarono di impedire alla polizia spagnola di arrestare funzionari del governo catalano accusati di stare organizzando il referendum. Per ora contro di lui non sono state prese misure cautelari, ma la Procura di Madrid ha chiesto che venga convocato di nuovo.