L’inchiesta del New York Times che accusa Harvey Weinstein di molestie sessuali

Negli ultimi 30 anni il noto produttore cinematografico americano avrebbe molestato diverse donne, sue attuali ed ex dipendenti

Il New York Times ha pubblicato oggi un’inchiesta che sostiene che negli ultimi 30 anni il produttore cinematografico americano Harvey Weinstein, tra le altre cose vincitore di un Oscar al miglior film per Shakespeare in Love nel 1999, avrebbe ricevuto diverse denunce per molestie sessuali. Molte delle donne che lo hanno accusato erano giovani dipendenti che lavoravano nelle sue case di produzione cinematografica, la Winstein Company e la Miramax. Secondo il New York Times, Weinstein avrebbe raggiunto un accordo con almeno otto donne che lo avevano accusato di molestie: tra loro «una giovane assistente a New York nel 1990, un’attrice nel 1997, un’assistente a Londra nel 1998, una modella italiana nel 2015» e Lauren O’Connor, un’assistente di Weinstein.

Sentito dal New York Times giovedì pomeriggio, Weinstein ha detto: «Il modo in cui mi sono comportato in passato con le mie colleghe ha provocato molto dolore e me ne scuso sinceramente. Sto cercando di migliorare, so di avere ancora molta strada da fare». Weinstein ha aggiunto che si sta facendo aiutare da un terapista e di avere intenzione di prendersi un periodo di pausa dal lavoro per risolvere il suo problema. Né lui né i suoi avvocati hanno voluto commentare la richiesta di maggiori chiarimenti del New York Times sugli accordi raggiunti negli anni con le donne che avevano fatto denuncia.

L’inchiesta del New York Times si è basata su alcune interviste ad attuali ed ex dipendenti delle case di produzione di Weinstein, su diversi documenti legali, email e documenti interni delle due società di cui Weinstein è stato co-fondatore. Racconta per esempio un episodio successo 20 anni fa, quando Weinstein invitò l’attrice statunitense Ashley Judd, protagonista tra gli altri dei film Il collezionista, all’hotel Peninsula di Beverly Hills per quella che Judd si aspettava essere una colazione di lavoro. Weinstein invece la fece salire nella sua stanza, dove si presentò in accappatoio e le chiese se poteva fargli un massaggio o guardarlo mentre si faceva una doccia.

In un altro episodio più recente, risalente al 2014, Weinstein invitò l’attrice e produttrice Emily Nelson nello stesso hotel di Beverly Hills e le disse che se avesse accettato le sue proposte sessuali l’avrebbe aiutata nella sua carriera. L’anno successivo Weinstein importunò una sua assistente, chiedendole di fargli un massaggio mentre era nudo e «lasciandola in lacrime e sconvolta», scrisse Lauren O’Connor, assistente di Weinstein, in un report che nel 2015 fu poi presentato ai membri del consiglio di amministrazione della Weinstein Company – dove c’era anche il fratello di Weinstein, Bob – senza però che la società avviasse un’indagine su di lui. Il New York Times ha scritto che Weinstein si rese responsabile di episodi simili anche a New York, Londra, Cannes e a Salt Lake City.

L’inchiesta del New York Times è stata molto ripresa non solo per la notorietà di Weinstein, ma anche per l’immagine che lo stesso Weinstein ha dato di sé nel corso degli anni: cioè quella di un sostenitore dei diritti delle donne, attento alle questioni umanitarie, oltre che finanziatore del Partito Democratico americano, solitamente più sensibile a tematiche di questo tipo rispetto ai Repubblicani. Nel 2017, scrive il New York Times, Weinstein ha offerto uno stage a Malia Obama, la figlia maggiore dell’ex presidente americano Barack Obama, e ha partecipato a una marcia in favore dei diritti delle donne a Park City, Utah, durante il Sundance Film Festival, importante festival dedicato al cinema indipendente che si svolge ogni anno a gennaio proprio a Park City.