I nuovi Google Pixel 2 e tutto il resto

Come sono fatti e cos'hanno di diverso dagli altri smartphone, a partire dall'intelligenza artificiale, che Google vuole portare ovunque: anche in una fotocamera che decide da sola quando scattare

I nuovi Google Pixel 2 e Pixel 2 XL sono stati presentati ieri da Google nel corso di un atteso evento organizzato a San Francisco, in California. La nuova generazione di smartphone arriva a un anno di distanza dalla presentazione dei primi Pixel, che hanno ottenuto un buon successo, seppure con vendite contenute se confrontate con i risultati ottenuti da Samsung e da Apple con i loro cellulari. Google non sembra comunque volersi dare per vinta, e le funzionalità dei nuovi modelli – con processori più potenti e una fotocamera ulteriormente migliorata – sembrano confermarlo. Del resto Google ha da poco acquisito circa 2mila ingegneri e sviluppatori dall’azienda taiwanese HTC, specializzata nella produzione di smartphone, e ha in programma piani molto ambiziosi per i suoi cellulari, soprattutto sul piano dell’intelligenza artificiale (AI). Come ha spiegato il suo CEO, Sundar Pichai, Google è in una fase di transizione da “mobile first” ad “AI first”, dove saranno i sistemi di intelligenza artificiale e di machine learning al centro delle sue attività e dei servizi offerti agli utenti. I Pixel 2 e Pixel 2 XL saranno una delle innumerevoli porte di accesso a questi sistemi.

Le AI sono presenti in molti altri prodotti annunciati ieri da Google, a cominciare dai Google Home Mini e Max, gli assistenti personali da tenere in casa che si aggiungono al Google Home presentato lo scorso anno e che ricorda molto l’Echo di Amazon. È stato anche presentato un nuovo modello ibrido tra computer portatile e tablet, con l’immancabile assistente personale di Google, e una strana fotocamera che usa un’AI per scattare autonomamente fotografie nel corso della giornata. L’uso intensivo di AI e di sistemi automatici potrebbe inquietare qualcuno, soprattutto tra chi tiene di più alla propria privacy, Google sta però seguendo un approccio molto aperto e più trasparente rispetto al passato per far capire fin dove si spingono i suoi sistemi automatici e come possono essere tenuti sotto controllo. Ma cominciamo con gli smartphone, che per la prima volta arriveranno ufficialmente anche in Italia.

Google Pixel 2 e Pixel 2 XL
Alla presentazione dei primi Pixel, un anno fa, molti osservatori pensarono che Google non stesse facendo sul serio: che i suoi telefoni fossero più che altro dimostrativi per far capire ai produttori di smartphone le potenzialità di Android e le opportunità che dà il sistema operativo, senza aggiungerci sopra applicazioni inutili e che lo appesantiscono (chi utilizza cellulari Samsung ha ben presente il problema, anche se l’azienda si è data una regolata negli ultimi anni). I modelli di quest’anno, l’accordo con HTC e l’impegno a produrre molti più cellulari per soddisfare la domanda, ci dicono che Google sta facendo veramente sul serio e che mira alla produzione di hardware che dialoghi perfettamente con il software, sulla falsa riga di quanto ha sempre fatto Apple. Invece di realizzare telefoni con caratteristiche e design aggressivi, come gli iPhone X o i Galaxy Note 8, Google ha scelto la via del pragmatismo: cellulari con un design semplice e affidabile, con alla base la cosa che l’azienda riesce a fare meglio, cioè la ricerca e l’analisi dei dati.

Il design dei nuovi Pixel 2 e Pixel 2 XL non è molto distante dai modelli presentati l’anno scorso, molto essenziale (quasi scandinavo) e con qualche tocco di colore in più. A differenza di Apple, che offre funzionalità diverse a seconda che si acquisti un iPhone di dimensioni standard o un iPhone Plus, Google ha deciso di dotare i suoi due modelli con gli stessi processori, la stessa fotocamera e le medesime funzionalità. L’unica cosa che cambia sono la batteria e lo schermo: da 5 pollici nel caso del modello più piccolo, e da 6 pollici per il più grande. Su entrambi i modelli lo schermo non ricopre integralmente la parte frontale del telefono, come invece avviene sugli iPhone X e sui Samsung più recenti. Nel Pixel 2 sono evidenti le classiche bande nere sopra e sotto lo schermo, nel 2 XL sono più sottili ma comunque visibili. Questa soluzione da un lato permette di rendere meno costosi i telefoni e dall’altro offre uno spazio dove inserire le casse dello smartphone, per rendere più pratico l’ascolto della musica e dell’audio dei video.

Schermo, processore e il resto
Gli schermi usati su entrambi i telefoni sono di tipo OLED, quindi più definiti degli iPhone 8 con un rapporto nel contrasto (in pratica la resa del nero) di 100.000:1 rispetto agli iPhone 8 che con i loro LCD arrivano a 1.400:1. A differenza degli LCD, che hanno sempre bisogno di un pannello che li illumina posteriormente, gli OLED accendono solo le parti di schermo che devono essere colorate, lasciando spente e quindi più scure quelle dove c’è il nero. Il sistema consente di risparmiare batteria e al tempo stesso di avere funzionalità che tengono sempre accese piccole parti dello schermo. Nel caso dei Pixel 2 e 2 XL, il sistema viene usato per mostrare sempre l’ora, la data, le ultime notifiche e persino un sistema automatico di riconoscimento delle canzoni riprodotte nell’ambiente in cui ci si trova, simile a Shazam, ma che funziona completamente in locale usando l’AI di Google, senza doversi collegare a un database online.

Google

Per il resto i due smartphone hanno dotazioni piuttosto standard, con un processore Snapdragon 835 e 4 GB di RAM. La memoria interna, a seconda delle configurazioni, può essere da 64 GB o 128 GB. Non c’è la ricarica wireless e manca il jack per le cuffie, ormai in fase di estinzione dopo la scelta di Apple di abbandonarlo lo scorso anno (c’è comunque un adattatore da USB-C al classico jack, per chi non vuole rinunciare alle sue cuffie). Il lettore per le impronte digitali è collocato nella parte posteriore del telefono, ma in una posizione più pratica rispetto ad altri smartphone, a debita distanza dall’obiettivo della fotocamera. Il rivestimento posteriore è in alluminio, mentre nella parte superiore dove c’è l’obiettivo della fotocamera è in vetro, con una diversa tonalità di colore, che rende i Pixel 2 e 2 XL meno monotoni e più riconoscibili.

Fotocamera
I modelli dello scorso anno avevano ricevuto il punteggio di 89 da parte degli esperti di DxOMark, società molto rispettata che analizza le prestazioni delle fotocamere, il più alto mai ottenuto da uno smartphone. I nuovi Pixel 2 e 2 XL sono riusciti a fare ancora meglio, ottenendo un punteggio di 98. Apple ha probabilmente la migliore fotocamera sul mercato nei suoi telefoni, ma Google riesce a compensare e in molti casi a superarla grazie agli algoritmi che la gestiscono e che comprendono sistemi di intelligenza artificiale. I due nuovi telefoni scattano foto con la stessa identica qualità e con le medesime opzioni, a differenza di Apple che riserva funzionalità più sofisticate per i modelli Plus degli iPhone, più grandi e costosi. Questo vale anche per cose complicate come la modalità ritratto, che mette in evidenza il soggetto e sfoca lo sfondo, un effetto che Apple ottiene con l’impiego di due fotocamere appaiate in un iPhone e che Google ottiene con un solo obiettivo.

La novità più importante della fotocamera posteriore sui nuovi Pixel è un sensore a doppi pixel: semplificando, significa che ci sono due pixel più piccoli che insieme ne formano uno più grande; rilevando il microscopico scostamento tra i due, l’AI riesce a ricostruire la profondità di un’immagine e a sfocare lo sfondo mantenendo a fuoco il soggetto in primo piano quando si sta facendo un ritratto. Chi l’ha provato dice di essere rimasto sorpreso dalla resa, soprattutto nel ritaglio dei contorni tra cosa deve essere messo a fuoco e cosa no, se confrontata con altri smartphone che promettono risultati simili senza mantenerli. La fotocamera a ogni scatto produce inoltre una raffica di fotografie usando varie impostazioni di esposizione, poi le confronta e fonde insieme usando l’AI per ottenere un risultato migliore: avviene tutto in locale sul telefono in una frazione di secondo, senza tempi di attesa per chi sta scattando.

Foto animate e realtà aumentata
Google ha aggiunto una funzione simile alle Live Photo di Apple per scattare fotografie con una breve animazione, che può essere riprodotta a ripetizione come con le GIF animate. Anche in questo caso il sistema usa diversi algoritmi per rendere l’effetto il più naturale possibile e soprattutto mascherare il salto dall’ultimo fotogramma a quello iniziale del loop, in modo da rendere l’animazione più fluida. La stabilizzazione ottica dell’immagine viene usata insieme a quella software per girare video che non siano mossi: per ora mancano recensioni indipendenti, ma la dimostrazione fatta da Google durante la presentazione è stata notevole.

Come Apple, anche Google ha deciso di investire molto sulla realtà aumentata (AR), cioè l’aggiunta di oggetti virtuali animati a inquadrature reali fatte con lo smartphone. Le dimostrazioni sul palco della presentazione in questo campo non sono state nulla che non sia già stato visto, ma come la concorrenza anche Google ritiene che l’AR abbia grandi potenzialità e non solo per realizzare filtri più divertenti e realistici su Snapchat.

Puro Android
I Pixel 2 e 2 XL utilizzano Android Oreo, l’ultima versione del sistema operativo di Google, e non hanno quasi nessun’altra personalizzazione che potrebbe rallentarne o modificarne il funzionamento. Un’aggiunta curiosa è la possibilità di spremere lievemente i lati del telefono, mentre lo s’impugna, per attivare istantaneamente Google Assistant, l’assistente personale che fa molte più cose di Siri sugli iPhone, sfruttando l’enorme mole di informazioni catalogate in questi anni da Google e usate per fare imparare cose alle sue AI. Sui nuovi Pixel c’è una funzione sperimentale che si chiama Lens e che serve per riconoscere oggetti nelle fotografie: per ora funziona molto bene nel trascrivere informazioni scritte, per esempio tratte da un volantino, o per riconoscere copertine di libri e dischi, ma Google sta lavorando per renderla sempre più intelligente e in grado di riconoscere e dare informazioni su qualsiasi cosa venga fotografata. Per il resto ci sono tutte le normali opzioni e funzioni di Android, con i loro pregi e i loro difetti, come in ogni sistema operativo.

Prezzi e disponibilità
Google per la prima volta venderà direttamente un modello di Pixel anche in Italia, dove finora gli smartphone di questo tipo potevano essere acquistati da alcuni importatori che non offrivano molte garanzie in caso di rottura o se si aveva necessità di assistenza tecnica. Almeno per ora, però, sarà disponibile solo il Pixel 2 XL, il modello più grande, al prezzo non indifferente di 989 euro: 200 euro in meno di un iPhone X, che ha capacità più avanzate (ma non è detto che servano a tutti). Non è chiaro se e quando sarà disponibile anche il Pixel 2, che dovrebbe costare meno di 700 euro, considerati i prezzi applicati negli Stati Uniti. Il Pixel 2 XL può essere già prenotato nello store online di Google e arriverà entro la fine dell’anno.

DayDream View
Oltre alla realtà aumentata, Google non ha perso speranze per quanto riguarda la realtà virtuale, ambito nel quale la Silicon Valley sta investendo molto, anche se non sembra avere ancora le idee molto chiare su cosa farne. A San Francisco, i dirigenti di Google hanno mostrato una nuova versione di DayDream View, il visore simile a una maschera da sub dentro il quale s’inserisce il proprio smartphone per vedere ambienti virtuali, attraverso il suo schermo. Google ha cambiato le lenti del visore per aumentare l’angolo di visione e renderlo più realistico, così come ha aggiunto opzioni per mostrare su uno schermo TV (con Chromecast) ciò che sta vedendo chi lo indossa, in modo da coinvolgere i propri amici e rendere meno solitaria l’esperienza con la realtà virtuale. Il visore costa 99 dollari, 20 in più rispetto al modello dell’anno scorso, che non aveva però ottenuto molto successo.

Pixel Buds
La risposta di Google agli AirPods di Apple si chiama Pixel Buds: sono auricolari senza fili, che possono essere utilizzati con i nuovi Pixel e con diversi altri modelli di smartphone che sfruttano gli standard Bluetooth più recenti. Come gli AirPods, i Buds sono venduto insieme a una custodia con una batteria più grande, che ricarica quella degli auricolari quando sono riposti al suo interno. Google ha però aggiunto un cavo che mette in comunicazione i due auricolari e che si indossa facendolo passare dietro al collo, che potrebbe risultare più pratico per chi vuole sfilarsi un momento una cuffietta senza temere di perdersela per strada o di farla cadere. Anche in questo caso l’approccio di Google è più pragmatico rispetto a quello di Apple: i materiali non sono di altissima qualità e sono più spartani, ma in compenso rendono le cuffie resistenti. Questa scelta ha anche permesso di ridurre il prezzo: 159 dollari contro i 179 euro degli AirPods. Per ora non è però prevista una loro vendita in Italia.

(Google)

Pixelbook
Ma gli smartphone non sono l’unica area in cui Google sta investendo molto per quanto riguarda l’hardware. Dopo aver passato qualche anno trascurandoli, Google ha ripreso a puntare sui Chromebook, i computer portatili che funzionano con Chrome OS, un sistema operativo molto leggero e che integra al suo interno anche alcune funzionalità di Android. I Chromebook non sono molto conosciuti in Italia, dove negli anni sono stati messi in vendita pochi modelli prodotti per lo più da aziende che hanno aderito al progetto, come Samsung e HP. Il rilancio passa attraverso Pixelbook, un nuovo portatile progettato interamente da Google e che può essere utilizzato anche come tablet.

Pixelbook è una sorta di Chromebook premium, il meglio che secondo Google si può ottenere dal suo sistema operativo e dall’hardware che lo fa funzionare. Il design è molto curato e ricorda quello dei MacBook di Apple, seppure più squadrato e con l’utilizzo di materiali diversi oltre all’alluminio. Ha uno schermo da 12,3 pollici (2.400 x 1.600 pixel), una tastiera retroilluminata, 8 GB di RAM e processori che partono dai modelli Intel Core i5. Può essere usato come un normale portatile, oppure come un tablet ripiegando la tastiera dietro lo schermo. La cerniera permette di usare la tastiera anche come supporto, per mantenere lo schermo verticale se si vogliono vedere video senza l’ingombro dei tasti sul tavolo. Il modello base costa 999 dollari, ma si arriva fino a 1.649 dollari per quello più potente: per ora non è prevista una sua vendita diretta in Italia. Per essere un Chromebook, comunque, Pixelbook è caro: ma Google sembra non farsi molti problemi ed essere consapevole che il nuovo computer è indirizzato a una particolare fascia di clienti, una via di mezzo tra gli studenti (dove i modelli meno cari hanno molto successo) e i professionisti. Molto del futuro dei Pixelbook dipenderà dalla disponibilità di applicazioni che funzionino meglio delle attuali, a partire da Microsoft Office e dai prodotti di Adobe come Photoshop. E, sì, c’è l’immancabile penna opzionale per scrivere direttamente sullo schermo: si chiama Pixelbook Pen, rileva fino a 1.000 diverse intensità nella pressione della punta sullo schermo e con una batteria AAAA dura un anno prima di scaricarsi.

Google Home
Il mercato degli assistenti personali automatici da tenere in casa sta crescendo molto rapidamente negli Stati Uniti, soprattutto grazie a Echo di Amazon e alla sua intelligenza artificiale Alexa. Amazon è arrivata prima degli altri ed è in una netta posizione di vantaggio, ma i concorrenti come Apple e Google stanno cercando di recuperare strada il più in fretta possibile. Google l’anno scorso ha introdotto Home, il cui concetto alla base è tale e quale a Echo: un oggetto da tenere in casa collegato a Internet con microfoni e altoparlanti per rispondere alle richieste degli utenti, dall’impostare un promemoria a sapere i risultati della propria squadra preferita, passando per l’ascolto della musica. Google nell’ultimo anno ha lavorato per integrare ulteriormente Home con gli smartphone Android e per farlo dialogare più facilmente con i prodotti “intelligenti” che si hanno in casa, come termostati, lampadine che si possono accendere a distanza, videocitofoni e via discorrendo.

Per rendere ancora più diffuso il sistema, ieri Google ha annunciato Home Mini, una versione più piccola del suo dispositivo, che costa circa 50 dollari e che ha una presenza più discreta in casa. Fa le stesse identiche cose del dispositivo presentato lo scorso anno, anche se è un po’ meno potente e la riproduzione della musica è più scadente. Il basso costo lo rende però ideale per chi vuole usare l’assistente di Google in più punti della casa, aggiungendo dispositivi ausiliari nelle altre stanze. Anche in questo caso, Google è andata dietro ad Amazon che ha di recente presentato una versione più piccola del suo Echo.

Google ha anche presentato Home Max, che come suggerisce il nome è un dispositivo ancora più grande di quello standard e che, tra le altre cose, assolve anche alla funzione di cassa per la riproduzione della musica. Sarà in diretta concorrenza con l’Home Pod di Apple, che dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno. Max ha un sistema di AI che regola automaticamente la riproduzione della musica in base all’ambiente in cui si trova, per rendere l’ascolto più gradevole. Per il resto fa le stesse cose del classico Home. Per ora nessun modello della linea Home sarà venduto in Italia, ma l’attesa non dovrebbe durare ancora a lungo, considerato che in un anno Google ha iniziato a vendere versioni localizzate del suo prodotto in alcuni paesi europei e presto in Giappone.

Google Clips
Clips è una fotocamera con un design molto amichevole, pensata da Google per fare una sola cosa: scattare fotografie e girare un breve video di 7 secondi quando le pare. Anche in questo caso utilizza sistemi di intelligenza artificiale per decidere se sia il momento di attivarsi, per riprendere un momento divertente nel salotto di casa, oppure durante una festa con gli amici in giardino. L’idea è che il suo proprietario la piazzi da qualche parte e poi se ne dimentichi, lasciandole fare il resto (c’è ovviamente un tasto che si può premere in qualsiasi momento per scattarsi un selfie).

Sembra tutto molto inquietante e da futuro distopico in cui saranno le macchine a decidere di cosa valga la pena serbare un ricordo, ma Google assicura che non è così. Clips scatta fotografie e registra video senza sonoro e non lo fa mai a tradimento: un LED s’illumina quando è attiva. L’AI funziona autonomamente nella fotocamera, che non ha possibilità di collegarsi a Internet. Le fotografie vengono inviate a una app sul proprio telefono Android o iOS, attraverso una connessione diretta WiFi crittografata. Dalla app si possono scegliere i video e le foto da salvare sul proprio telefono, cancellando il resto. Clips non è una GoPro e fa molte meno cose, ma in un certo senso è un prodotto con un’idea completamente nuova e va riconosciuto a Google di volerne esplorare le potenzialità lasciando a chi la comprerà la scelta di decidere come usarla.

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