Foto dalla settimana della moda di Parigi

Disastri e successi di Christian Dior, Chanel, Valentino, in un'atmosfera descritta come una festa con un tono di sfida

Si è conclusa ieri, 3 ottobre, la Settimana della moda di Parigi, iniziata il 25 settembre, in cui le più importanti aziende di moda francesi ma non solo – come da tradizione c’era per esempio Valentino – hanno presentato le collezioni della primavera/estate 2018. Parigi è solitamente l’appuntamento più ricco e prestigioso della stagione aperta dalle sfilate di New York e proseguita a Londra e Milano: è allo stesso tempo intellettuale, innovativa, accurata nella scelta di tagli e materiali, e affianca il debutto di nuove promesse ai marchi più celebri come Chanel, Dior, Givenchy e Yves Saint Laurent.

È impossibile riassumere in poche righe le scelte di così tanti stilisti e le opinioni della critica, anche perché contrariamente a Milano e Londra non c’è stato un tema condiviso e un giudizio complessivo. Al massimo un’atmosfera generale, come scrive la critica di moda del New York Times Vanessa Friedman:

«La felicità inizia a essere una sorta di tema alla Settimana della moda di Parigi. […] Mentre la scorsa stagione è stata tutto un bardarsi, tutto un proteggersi per la battaglia a venire, questa si è trasformata in una festa divertente (relativamente parlando). Dati gli attentati al Bataclan e in altre zone di Parigi nel 2015, non è una cosa scontata: è più un atto di sfida».

Guardando nel dettaglio delle sfilate principali, non è piaciuta molto quella della stilista Maria Grazia Chiuri per Dior, dov’è arrivata come prima direttrice creativa donna un anno fa. Da allora Chiuri si è presentata come la paladina del femminismo e delle donne nella moda ed è famosa la maglietta della sua prima collezione con stampata sopra una frase della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, “We should all be feminists”.

Chiuri ne ha riproposta una simile per questa collezione con sopra lo slogan “Why Have There Been No Great Women Artists?”, titolo di un saggio scritto nel 1971 dalla storica d’arte Linda Nochlin, distribuito agli invitati della sfilata.

La collezione era ispirata alle opere dell’artista francese Niki de Saint Phalle, un’outsider femminista e visionaria, con i suoi draghi, serpenti e ragni stampati sugli abiti. La maggior parte dei critici ha accusato Chiuri di proporre un femminismo di facciata e di non saper tradurre in pratica le buone intenzioni: gli abiti – pantaloni larghi, magliette alla marinara, gonne in tulle, bretelle – non avevano niente di rivoluzionario e riproponevano le regole della moda inventata dagli uomini. È molto chiara Robin Givhan sul Washington Post, che critica Chiuri per usare il femminismo come una mano di vernice brillante per abbellire i suoi abiti, che di per sé sono prevedibili e funzionano solo perché c’è scritto Dior sopra: è «una collezione senza un chiaro punto di vista» che non racconta gli sforzi delle stiliste per cambiare la società e il mondo della moda.

Prima di arrivare a Dior, Chiuri lavorava per Valentino in coppia con Pierpaolo Piccioli: e se le collezioni individuali di Chiuri non hanno convinto molto i critici, il lavoro di Piccioli è invece sempre più apprezzato. L’ultima collezione per esempio è piaciuta a tutti, Givhan ha scritto che tutto quello che ha sfilato «è stata un’idea stupenda. Piccioli ha vinto a mani basse. La collezione non era un omaggio a niente e nessuno, non era ispirata a una pittura, un paesaggio, un romanzo, non aveva un tema. Ogni idea scaturiva dalla sua immaginazione, che viaggiava libera e giocosa». Secondo Friedman il successo di Piccioli sta nell’aver isolato gli elementi caratteristici di Valentino – come il rosso e i fiori – per riproporli con un occhio nuovo, come se fossero straordinari: c’erano pantaloni cargo, pantaloncini e giacche a vento, capi che si indossano al volo senza particolare sforzo, resi lussuosi da nuovi tessuti, pigmenti di colore e paillettes.

È stata un disastro la prima collezione di Olivier Lapidus per Lanvin, direttore creativo da luglio: Friedman ha intitolato il suo articolo di commento alla sfilata “Come distruggere un marchio in tre anni“, riferendosi alla crisi in cui è caduta l’azienda dopo l’allontanamento dello storico stilista Alber Elbaz. Lapidus non ha saputo proporre nulla di nuovo e convincente – «non ci sono scuse per una moda così brutta e noiosa», scrive Givhan – e ha fatto sfilare le modelle su una passerella sopraelevata, cosa che non si vedeva da molti anni.

Sono invece piaciute la collezione di Anthony Vaccarello per Yves Saint Laurent, aggressiva e sexy, con modelle che sfilavano in short di pelle lucida davanti alla Tour Eiffel, e quella di John Galliano per Maison Margiela, dove ha reinventato il trench trasformandolo in un abito e continuando a decostruire accessori e abiti riproponendoli in altre funzioni.

Rei Kawakubo di Comme des Garçons ha mostrato la sua collezione nell’ambasciata russa, sempre con abiti stravaganti stavolta con stampe digitali di opere di 10 artisti dal XXVI secolo a oggi, compresi manga, Hello Kitty e i ritratti surreali con ortaggi di Giuseppe Arcimboldo.

Tra le altre stranezze ci sono state anche le Crocs Balenciaga proposte dallo stilista Demna Gvasalia. È sobriamente piaciuta la prima collezione di Claire Waight Keller, nuova direttrice creativa di Givenchy che ha fatto sfilare sia l’uomo che la donna, mentre Chanel è stato giudicato un po’ fuori forma per la collezione, incentrata sul water-proof, ma sempre grandioso nella scenografia, con la ricostruzione delle Gole del Verdon nel Grand Palais.

Le sfilate di Parigi sono state concluse da quella di Louis Vuitton, aperta per la prima volta nella storia dell’azienda da una modella afroamericana, Janaye Furman. Il direttore creativo Nicolas Ghesquière ha disegnato una collezione che mescola antichi tagli sartoriali francesi, comode sneakers e riferimenti alla cultura pop, in particolare alla serie tv Stranger Things.