5 risposte sul post-referendum in Catalogna

Il governo catalano farà la dichiarazione di indipendenza? Quando? Come reagirà il primo ministro spagnolo Rajoy? Come finirà con le accuse alla polizia catalana?

Negli ultimi tre giorni in Spagna è successo un po’ di tutto. Domenica si è tenuto il referendum sull’indipendenza della Catalogna, giudicato illegale dalla magistratura e dal governo spagnoli. Poi il presidente catalano Carles Puigdemont ha annunciato la vittoria del sì e ha promesso che in poco tempo avrebbe fatto una dichiarazione di indipendenza. Poi c’è stato uno sciopero generale per protestare contro le violenze della Polizia nazionale e della Guardia civile ai seggi elettorali catalani, che hanno provocato il ferimento di centinaia di persone, e le critiche ai Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, accusati di avere sostenuto la causa indipendentista disobbedendo agli ordini della magistratura.

In tutto questo, sono passati tre giorni ma nessuno ha ancora chiaro cosa succederà in Catalogna e come reagirà il governo spagnolo. Intanto, per capirci qualcosa di più, si può partire dalle cinque cose che seguono.

1. Quando verrà dichiarata l’indipendenza della Catalogna?
Domenica sera, dopo qualche ora dalla chiusura dei seggi, il presidente catalano Puigdemont ha fatto un discorso dal palazzo della Generalitat, cioè del governo catalano, per annunciare che la vittoria del Sì al referendum si sarebbe tradotta in una dichiarazione di indipendenza della Catalogna. Puigdemont ha detto che avrebbe applicato la legge del referendum, approvata tra molte contestazioni dal Parlamento catalano nella prima settimana di settembre, che stabilisce che l’indipendenza debba essere dichiarata entro 48 ore dalla pubblicazione dei risultati definitivi del referendum.

I risultati definitivi, però, non sono stati ancora diffusi: secondo la versione ufficiale perché si stanno contando i voti dall’estero, secondo altre ricostruzioni per prendere tempo e permettere a Puigdemont di capire come muoversi per evitare un disastro politico. Oggi le due forze politiche che sostengono il governo catalano, Junts pel Sí e la CUP, entrambe indipendentiste, hanno annunciato di essersi accordate per convocare una sessione plenaria del Parlamento catalano per lunedì prossimo, durante la quale comparirà anche Puigdemont. Diversi politici citati dai giornali spagnoli dicono che durante la sessione verrà fatta la dichiarazione di indipendenza, che verrà votata dallo stesso Parlamento, ma la notizia non è ancora stata confermata ufficialmente dal governo.

Puigdemont ha tenuto un discorso in tv la sera di mercoledì 4 ottobre: si è rivolto direttamente al re (che aveva parlato la sera prima) rimproverandolo di non essere stato all’altezza del suo ruolo istituzionale e di aver «ignorato deliberatamente milioni di catalani». E ancora: «Mi voglio rivolgere direttamente a sua maestà nella lingua che so che capisce, conosce e parla: così no (“Así no”). Non abbiamo mai ricevuto una risposta positiva da parte dello stato a nessuna delle proposte di mediazione che abbiamo messo sulla tavola finora». Puigdemont ha anche detto che il suo governo «sarà sempre impegnato a favore della pace, ma saremo risoluti» e ha parlato della necessità di una mediazione. Non ha comunque chiarito quali saranno le prossime mosse del governo catalano.

2. Come ne sta uscendo Mariano Rajoy?
Non troppo bene, sembra. Il primo ministro spagnolo è stato molto criticato per le operazioni della Polizia nazionale e della Guardia civile ai seggi durante il referendum di domenica, ma non solo. È stato criticato per non avere agito prima che si arrivasse a una situazione di non ritorno, come sembra quella attuale: alcuni lo accusano di non avere applicato l’articolo 155 della Costituzione, quello che sospenderebbe l’autonomia della Catalogna e darebbe il potere allo stato spagnolo di rimuovere dai loro incarichi i membri del governo catalano e sostituirli con funzionari nominati da Madrid. Altri lo accusano di non avere tentato abbastanza di dialogare con il governo catalano per evitare che si arrivasse a questo punto, altri ancora di non avere fermato per tempo la crescita inesorabile dei consensi verso i partiti indipendentisti catalani.

Gli interventi della polizia di domenica sono stati considerati dalla stampa spagnola, anche da quella solitamente indulgente verso il governo, come l’ultimo di una serie di fallimenti di Rajoy. Alcuni agenti della Polizia nazionale e della Guardia civile hanno accusato il governo di averli mandati allo sbaraglio; di aver dato loro l’ordine di andare ai seggi a sequestrare le urne e le schede elettorali a “qualsiasi costo”, anche usando la violenza, e poi di non averli sufficientemente protetti durante le manifestazioni contro di loro che si sono tenute in diverse città della Catalogna nei giorni successivi.

Il giorno dopo il referendum, Podemos, il terzo partito in Spagna, e Ada Colau, sindaca di Barcellona vicina a Podemos, hanno chiesto le dimissioni di Rajoy; hanno anche invitato il PSOE, i Socialisti, a interrompere il loro sostegno esterno al governo, di modo da poter formare un governo tecnico e convocare nuove elezioni. Per ora il PSOE non ha accettato, ma la posizione di Rajoy sembra sempre più precaria.

3. Come finirà per i Mossos d’Esquadra?
Una delle storie più grandi del giorno del referendum, ma anche dei giorni precedenti, ha riguardato il comportamento dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana accusata di avere disobbedito agli ordini della magistratura spagnola e del Tribunale superiore di Giustizia della Catalogna. I Mossos erano stati incaricati di chiudere i seggi e sequestrare le urne e le schede elettorali: nonostante in alcuni casi lo abbiano fatto, in molti altri si sono limitati a sorvegliare con discrezione le operazioni di voto, senza però intervenire e scontrandosi anche con la Polizia nazionale e la Guardia civile (la versione lunga della storia è qui). Il risultato è che sono stati chiamati “traditori” da diverse istituzioni spagnole ma allo stesso tempo sono stati omaggiati con applausi e cori dagli indipendentisti catalani.

Oggi una giudice della Audiencia Nacional ha annunciato che il capo dei Mossos, Josep Trapero, è indagato per sedizione, in seguito alla denuncia della Procura generale per il mancato intervento dei suoi agenti il 20 settembre scorso. Quel giorno davanti al dipartimento dell’Economia catalano si erano riunite migliaia di persone per protestare contro l’arresto di alcuni funzionari catalani da parte della Guardia civile perché accusati di organizzare il referendum illegale. Trapero rischia dai 4 agli 8 anni di carcere. Cosa faranno i Mossos nei prossimi giorni è una domanda che tutti si fanno e a cui ora sembra molto difficile rispondere.

4. Cosa dice l’Unione Europea di tutto questo?
Nel suo discorso di domenica sera dopo la chiusura dei seggi, Puigdemont ha dedicato diversi minuti a parlare dell’Unione Europea. I leader indipendentisti catalani si sono sempre mostrati europeisti, sperando che l’Unione Europea potesse dare al movimento quella legittimità che il governo spagnolo gli nega. Le cose per ora non sono andate così. L’Unione Europea ha rifiutato di svolgere il ruolo di mediatore tra governo catalano e spagnolo, sostenendo che quello che è successo sia una questione interna della Spagna, e continua a parlare della necessità di un accordo tra le due parti.

Oggi il vicepresidente della Commissione Europea, Frans Timmermans, ha detto apertamente di stare dalla parte del governo di Madrid, definendo l’intervento della polizia spagnola il giorno del referendum come “proporzionato”. Timmermans ha anche ribadito che la votazione di domenica è stata una violazione della Costituzione spagnola, oltre che una minaccia allo stato di diritto di tutti i paesi dell’Unione Il governo catalano, ha scritto il sito del giornale catalano Nacional, sta provando a convincere la chiesa catalana a svolgere il ruolo di mediatore con lo stato spagnolo.

5. E quindi cosa potrebbe succedere nei prossimi giorni?
L’opinionista Sandra Colon ha provato a fare delle ipotesi sul Pais. Da un lato, ha scritto Colon, i partiti indipendentisti stanno cercando di capire con quali tempi fare la dichiarazione unilaterale di indipendenza: l’intenzione sarebbe farla in tempi brevi, nel giro di qualche giorno, per garantire la coesione del blocco indipendentista raggiunta negli ultimi giorni e per evitare che il tempo faccia emergere le divisioni tra le varie forze (i partiti indipendentisti che appoggiano il governo sono molto diversi tra loro, e sono sia di sinistra che di destra). D’altra parte una dichiarazione di indipendenza provocherebbe molto probabilmente l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, che sospenderebbe l’autonomia della Catalogna.

A quel punto il partito più in difficoltà potrebbe essere il PSOE, che finora ha cercato di mantenere una posizione più defilata degli altri nella discussione sul referendum in Catalogna. Il PSOE dovrà decidere se appoggiare il governo Rajoy nell’applicazione dell’articolo 155, cosa che finora si è rifiutato di fare, o se negarlo definitivamente, innescando di fatto una crisi del governo Rajoy e lasciando margine di manovra agli indipendentisti.

Un’altra domanda che si fanno in molti oggi è: si può tornare indietro? Le divisioni che si sono create tra indipendentisti catalani e anti-indipendentisti (anche catalani, ce ne sono parecchi) sono enormi e una proposta di accordo o di mediazione potrebbero non essere accettate dai sostenitori delle due parti.