L’imbroglio sul gender in Sudamerica

Anche là, spiega l’Economist, si spaccia un’ideologia inesistente per limitare i diritti di donne e omosessuali

Lo scorso marzo oltre un milione e mezzo di persone ha partecipato in tutto il Perù a una manifestazione promossa dal movimento “Con mis hijos no te metas”, cioè “Lascia stare i miei figli”, dopo che il governo aveva deciso di aggiornare il programma nazionale delle scuole con l’inserimento dell’obiettivo di contrastare le discriminazioni basate sul sesso o sull’orientamento sessuale. Uno dei principi del nuovo programma (che è comunque molto complesso e ampio) è che i ragazzi e le ragazze devono avere lo stesso diritto all’istruzione e che oltre alle differenze biologiche tra maschi e femmine, sulle identità di genere è stato costruito un determinato sistema sociale che dovrebbe invece essere scardinato. Ai maschi e alle femmine è stato cioè assegnato un ruolo che viene poi quotidianamente replicato e che ha delle conseguenze, funzionando di fatto come l’imposizione di una gerarchia: gli uomini vengono assegnati alla produzione e al lavoro, le donne alla riproduzione e alla cura. Nello specifico, la preoccupazione del ministero dell’Istruzione riguarda il fatto che, una volta terminata la scuola, per le ragazze peruviane fare le domestiche o le casalinghe è vista come la principale opportunità.

(Che cos’è la “teoria del gender”)

Negli ultimi mesi, cogliendo l’occasione del dibattito sui programmi scolastici, in Perù – così come in molti altri paesi del mondo e d’Europa, compresa l’Italia – hanno preso molta forza i cosiddetti movimenti “no gender”, composti da gruppi ultracattolici, tradizionalisti e politicamente conservatori, con l’adesione della gerarchia vaticana e di parte del mondo cattolico. Alla base di queste mobilitazioni c’è la confusione tra i concetti di sesso biologico, identità di genere e orientamento sessuale, e c’è la convinzione dell’esistenza di una grande cospirazione portata avanti dai cosiddetti “ideologi del gender”, il cui scopo reale sarebbe femminilizzare i maschi, trasformare le donne in lesbiche e distruggere la cosiddetta famiglia naturale. L'”ideologia gender”, nell’uso che ne fanno i loro oppositori, si sarebbe dunque imposta anche in Sudamerica come contenitore di ogni vera o presunta rivendicazione dei movimenti femministi e lesbici, gay, bisessuali, trans e intersex (LGBTI), legittimati politicamente attraverso il contrasto del bullismo nelle scuole, i corsi di educazione affettiva, la promozione della parità di genere e la lotta contro le discriminazioni.

(I movimenti no-gender, spiegati bene)

Nel Currículo Nacional de la Educación Básica promosso dalla ministra per l’Istruzione, Marilú Martens, si parla per esempio della necessità di vivere la sessualità in maniera piena e responsabile, e si dice che è necessario «prendere coscienza di se stessi come uomini o donne, a partire dallo sviluppo della propria immagine corporale, della propria identità sessuale e di genere». Si parla di «stabilire relazioni di uguaglianza tra donne e uomini» e del fatto che questo implichi «anche riconoscere e mettere in pratica comportamenti prestando attenzione a situazioni che mettono a rischio il proprio benessere o che colpiscono i propri diritti sessuali e riproduttivi». Si dice infine anche che «A parte il dato biologico e sessuale, ciò che viene considerato maschile o femminile in realtà è costruito giorno per giorno attraverso le interazioni sociali».

(Proteste a Lima contro la ministra dell’Educazione Marilú Martens, 16 dicembre 2016 –
ERNESTO BENAVIDES/AFP/Getty Images)

Dopo la pubblicazione del programma, l’uguaglianza di genere è diventata l’argomento di maggiore discussione e conflitto tra politici nazionali, locali, cittadini, sindacati degli insegnanti e giornali con mobilitazioni, petizioni e pubblici appelli che ne chiedevano il ritiro. La ministra era anche stata costretta a spiegare esplicitamente che la parte del programma che faceva riferimento al genere non era stata certo inserita per «insegnare l’omosessualità» ai bambini e alle bambine, ammesso che l’affermazione abbia senso, e che si voleva introdurre invece il rispetto per la diversità, la promozione dell’uguaglianza di genere, delle pari opportunità, dei diritti e delle responsabilità per uomini e donne senza distinzione. Il ministero dell’Istruzione aveva anche organizzato una serie di incontri pubblici per spiegare ai genitori che il nuovo programma scolastico non avrebbe «omosessualizzato» gli alunni e le alunne.

Le campagne insistenti e diffuse dei movimenti “no gender”, dice l’Economist, hanno però avuto conseguenze politiche molto concrete: in Perù, per evitare una mozione di sfiducia diretta alla ministra Marilú Martens, il primo ministro Fernando Zavala aveva chiesto la fiducia all’intero esecutivo («Non possiamo consegnarvi un ministro come trofeo», aveva spiegato Zavala). Il Congresso aveva però negato la fiducia e questo aveva portato a una profonda crisi di governo, alle dimissioni automatiche del premier e di tutti i ministri, compresa la ministra Martens. Il nuovo ministro dell’Istruzione, Idel Alfonso Vexler Talledo, scrive l’Economist, si è dichiarato a favore del ritiro di ogni presunto riferimento al gender dal programma ministeriale.

L’Economist spiega che le campagne dei movimenti “no gender” hanno avuto successo anche in altri paesi del Sudamerica. L’anno scorso in diverse città della Colombia c’erano state marce e mobilitazioni simili a quelle del Perù per protestare nei confronti del ministero dell’Istruzione e per chiedere le dimissioni della ministra Gina Parody che aveva promosso la distribuzione in tutte le scuole primarie del paese di una guida contro le discriminazioni in base all’orientamento sessuale. All’inizio di ottobre Gina Parody aveva presentato le proprie dimissioni. Recentemente i movimenti “no gender” sono stati attivi anche in Messico contro la proposta del presidente Enrique Peña Nieto di legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso e sono molto diffusi e influenti anche in Europa: soprattutto in Francia, in Polonia e in Italia.

(Manifestanti contro “l’ideologia gender” davanti al ministero dell’Educazione di Bogotà, 10 agosto 2016-
GUILLERMO LEGARIA/AFP/Getty Images)

All’origine di questi eventi, dice l’Economist, c’è un radicato anti-femminismo portato avanti da politici conservatori e dalla Chiesa cattolica, che ha preso forza dopo l’approvazione nel 1979 della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW) da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Va ricordato che la categoria di genere è stata studiata innanzitutto nelle riflessioni femministe contemporanee su soggetto, identità e differenza. Il femminismo radicale statunitense degli anni Settanta – “radicale” perché si proponeva di andare alle radici della subordinazione delle donne, oltre la conquista dei diritti civili o di una loro indipendenza economica – aveva messo cioè al centro del proprio discorso la sessualità e aveva definito la categoria di genere come costruzione sociale e culturale dei sessi e dei ruoli. Questa diffusa campagna anti-femminista si è poi ampliata grazie alla partecipazione di movimenti e gruppi contrari al matrimonio omosessuale e in generale ad altri diritti trovando sponde e sostegni dall’interno della Chiesa cattolica e di alcuni partiti.

Non è un caso, conclude l’Economist, che la nuova ondata femminista sia nata proprio nei paesi del Sudamerica e in particolare in Argentina: il movimento si chiama “Ni Una Menos” (“Non Una di Meno”) e si è creato a seguito di un appello di giornaliste, attiviste e artiste contro i femminicidi e la violenza maschile sulle donne. Presto si è diffuso in tutto il paese e in altri continenti, compresa l’Italia. Non è un caso nemmeno, infine, che sia proprio il campo dell’istruzione a creare i maggiori conflitti su questo argomento: l’ex ministra peruviana Marilú Martens ha spiegato chiaramente su un quotidiano locale che la violenza e le discriminazioni contro le donne nascono «nei pregiudizi inconsci» e che la strada principale per sradicarli è attraverso l’istruzione che diventa dunque, per chi vuole limitare i diritti di donne e omosessuali, anche il principale terreno di lotta.