Dieci belle canzoni di Tom Petty

Dei suoi anni migliori, almeno una ventina, tra pezzi rock e ballatone

Il cantautore americano Tom Petty, morto lunedì a 66 anni, aveva iniziato la sua carriera 40 anni fa, diventando molto amato e popolare negli Stati Uniti alla fine degli anni Settanta, e aveva avuto diversi successi anche nel resto del mondo soprattutto negli anni Ottanta. Nel suo libro Playlist, la musica è cambiata, Luca Sofri – peraltro direttore del Post – aveva scelto alcune sue canzoni.

Tom Petty
(1950, Gainesville, Florida)
Adorato rocker americano della generazione di mezzo, da ragazzo vide Elvis che era venuto a girare un film vicino alla sua città e decise cosa voleva fare da grande. La maggior parte dei dischi li ha fatti con la fedele band degli Heartbreakers, ma ha anche partecipato alla rimpatriata di vecchie glorie (Bob Dylan, George Harrison, Jeff Lynne e Roy Orbison) che si diede il nome di Traveling Wilburys. Fuori dall’America è conosciuto più vagamente, per alcune cose rilanciate in video nel periodo della prima MTV.

I need to know
 (You’re gonna get it!, 1978)
Va come una lippa – “I-need-to-know! I-need-to-know!” –, che al primo ascolto veniva il sospetto di aver sbagliato i giri del piatto (ora non c’è più il rischio). Il testo risale al frequente caso tematico del “mi dicono che te ne vuoi andare”: ma com’è che quando lei se ne vuole andare lo dice sempre a qualcun altro (che poi spiffera)?

Refugee
 (Damn the torpedoes, 1979)
Rocchetto di organo elettrico, su un amore andato male ma bisogna farsene una ragione, sono cose che capitano: “you don’t have to live like a refugee”.

You got lucky 
(Long after dark, 1982)
Brrrr, che spavento: un disco di Tom Petty con le tastiere elettroniche. I fans si fecero venire un colpo, gli altri si godettero una gran canzone: “remember, good love is hard to find”. Vai, vai pure. Vai pure. Ma ricordati, bellezza: sei stata fortunata, a incontrarmi. L’assolo di chitarra voleva somigliare a certi western di Sergio Leone.

Don’t come around here no more (Southern accents, 1985)
“Non farti vedere più in giro”: ballata inquietante e psichedelica, anomala nella costruzione della strofa e del refrain (qual è una e qual è l’altro?). Quello che suona il sitar è Dave Stewart degli Eurythmics. C’è un gran cambio di ritmo nel finale, che sembrano arrivati i Police. Secondo la leggenda Petty era sempre scontento del risultato delle registrazioni e si fratturò una mano dando un pugno nel muro.

Needles and pins 
(Pack up the plantation, 1986)
Ballatona dal suono country che dal 1963 in poi era stata cantata da molti altri (l’avevano scritta Jack Nitzsche, che poi sarebbe diventato un grande produttore e autore di colonne sonore, e Sonny Bono, quello di Cher). Tom Petty e Stevie Nicks la fecero assieme dal vivo con gran passione, e poi uscì come singolo.

Runaway trains 
(Let me up (I had enough), 1987)
Lui se n’è andato e l’ha lasciata da sola. Adesso spera di dimenticarsela. Lei gli ha detto che lo capiva, che è abituata a restar sola, e che è molto più forte di quello che lui pensi. Insomma, viene un sospetto, su chi abbia aperto la porta, dei due.

Into the great wide open 
(Into the great wide open, 1991)
Un raccontino di ascesa alla celebrità rock, prodotto da Jeff Lynne dell’Electric Light Orchestra, e si sente. Nel video c’erano Johnny Depp e Faye Dunaway.

Something in the air 
(Greatest hits, 1993)
“Sta arrivando la rivoluzione, ed è giusta”. “Something in the air” era un classico dei Thunderclap Newman (la band “laterale” di Pete Townshend) usato nel film del 1969 The magic christian, con Peter Sellers e Ringo Starr, e poi in Fragole e sangue (anni dopo, ancora in Almost famous).

Hard on me 
(Wildflowers, 1994)
“Hard on me” è una ballata con un bell’andamento soul, e una specie di preghiera al Signore che non gli complichi la vita e non gli chieda troppo, perché la sua pazienza è umana e tutto ciò di cui ha bisogno è solo un amico che gli metta un braccio intorno alle spalle.

Wake up time 
(Wildflowers, 1994)
Canzone conclusiva, di pianoforte (e archi arrangiati da Michael Kamen, divo delle colonne sonore hollywoodiane). Sul momento in cui bisogna svegliarsi, e aprire gli occhi.

 

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