E ora che succede in Catalogna?

Il presidente catalano chiederà al Parlamento di approvare la dichiarazione unilaterale di indipendenza, nonostante l'opposizione della Spagna, ma di fatto nessuno sa altro

Poco dopo le 22.30 di ieri sera il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, si è presentato di fronte alle telecamere nella sede della Generalitat, il governo catalano, per commentare l’esito del referendum sull’indipendenza della Catalogna, votazione considerata illegale dal Tribunale costituzionale di Madrid – l’equivalente della nostra Corte costituzionale – e dal primo ministro spagnolo Mariano Rajoy. Puigdemont ha fatto un discorso breve: ha accusato lo stato spagnolo delle violenze compiute dalla Polizia nazionale ai seggi elettorali, nelle quali sono state ferite centinaia di persone; ha fatto un appello diretto all’Unione Europea, che «non può continuare a guardare dall’altra parte»; ma soprattutto ha promesso che applicherà il risultato del referendum –42 per cento di affluenza, 90 per cento di Sì all’indipendenza – dicendo: «Noi cittadini della Catalogna ci siamo guadagnati il diritto ad avere uno stato indipendente che si costituisca nella forma di una Repubblica».

E quindi, che succede ora? Cosa significa che verrà applicato il risultato del referendum? Come reagirà il governo di Madrid?

Non è facile rispondere con precisione a tutte queste domande, ma intanto si può partire con quello che probabilmente farà il governo catalano. Ieri Puigdemont ha citato nel suo breve discorso la “Legge del referendum”, cioè quella legge approvata dal Parlamento catalano il 6 settembre scorso che diceva che in caso di vittoria del Sì le autorità catalane sarebbero state vincolate a dichiarare unilateralmente l’indipendenza della Catalogna. Puigdemont ha detto che nei prossimi giorni, presumibilmente mercoledì o giovedì, presenterà al Parlamento catalano una dichiarazione d’indipendenza per applicare l’esito del referendum: a quel punto il Parlamento – dove i partiti indipendentisti sono la maggioranza – potrebbe decidere di appoggiare Puigdemont e proclamare unilateralmente l’indipendenza. Qualcosa potrebbe sapersi di più questa mattina, dopo la fine di una riunione straordinaria del governo catalano.

Ci sono però moltissimi problemi e incognite nel piano annunciato da Puigdemont. Anzitutto non ci sono le condizioni per considerare il referendum “legale”. La Legge del referendum, quella su cui si è basata la votazione di ieri, è stata votata dal Parlamento catalano senza la maggioranza dei due terzi richiesta per la modifica dello Statuto di Autonomia della Catalogna, e senza avere ottenuto il parere preventivo del Consell de Garanties Estatutàries, il Tribunale Costituzionale della Catalogna, l’organo che controlla la legalità delle leggi approvate dalla comunità autonoma. La legge inoltre era stata sospesa dal Tribunale Costituzionale spagnolo perché considerata contraria alla Costituzione. Questo significa che lo stato spagnolo non la considera valida, e di conseguenza non riconoscerà come legittime le prossime mosse del Parlamento catalano relative all’indipendenza. Si dibatte anche sul fatto che siano state riscontrate delle serie irregolarità nel voto di ieri, come per esempio persone che hanno votato più volte. E poi, come leggere i dati usciti dal referendum? L’affluenza è stata più o meno analoga a quella della consultazione popolare del 2014, e considerevole soprattutto se si guarda alle condizioni in cui si è votato: non tutti i seggi sono stati aperti, molte persone sono rimaste per ore in coda a causa dei problemi al sistema informatico e tra gli elettori c’era molta paura per l’arrivo della Polizia nazionale, responsabile di cariche e violenze sulle persone ai seggi.

Insomma, tra governo spagnolo e quello catalano non c’è accordo su cosa sia legale e cosa no, e nella stessa Catalogna si dibatte sulla legittimità del voto di ieri. Se non c’è margine per il dialogo – e dopo la giornata di ieri non sembra esserne rimasto – allora i prossimi giorni potrebbero essere una successione di atti unilaterali delle due parti. L’unica incognita potrebbe essere la posizione del Parlamento catalano sull’approvazione della dichiarazione di indipendenza: nonostante la presenza di una maggioranza indipendentista, nell’ultima settimana alcuni deputati che appoggiano il governo catalano hanno detto di preferire una soluzione negoziata con Madrid rispetto a un atto unilaterale della Catalogna. In caso di defezioni di questo genere, la linea di Puigdemont potrebbe perdere e prevalere invece quella dei favorevoli al dialogo.

Se il Parlamento catalano decidesse però di appoggiare la richiesta di Puigdemont e dichiarare indipendente la Catalogna, si aprirebbe una fase molto incerta per la Spagna e per tutta l’Unione Europea. Il punto è che il diritto internazionale non stabilisce dei passaggi attraverso i quali uno stato diventa indipendente: l’indipendenza viene riconosciuta dall’esterno, da chi vuole, e soprattutto è una condizione legata più alla realtà che alla teoria. La Spagna non ha alcuna intenzione di concedere l’indipendenza alla Catalogna e a oggi sembra che nessuno stato europeo sia disposto a riconoscere una Catalogna indipendente, nonostante le critiche durissime arrivate ieri a Rajoy per l’azione della Polizia nazionale. La stessa Unione Europea non si è mai trovata di fronte a una situazione del genere. Il governo catalano sostiene che la Catalogna potrà rimanere all’interno della UE anche dopo essersi separata dalla Spagna, ma anche questo non sembra possibile, perché i trattati europei prevedono un processo lungo e complicato che non è certo prevedibile ora.

Il punto è che nessuno sa cosa aspettarsi dai prossimi giorni. Il governo di Madrid potrebbe anche decidere di chiedere al Senato spagnolo di approvare l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, quello che sospende l’autonomia della Catalogna e che permette la sostituzione dei membri del governo locale. Il Confidencial oggi ha scritto: «L’1 ottobre ha provocato una profonda frattura istituzionale e un’enorme divisione dentro e fuori dalla Catalogna, e avvicina all’abisso la politica spagnola, con il governo di Mariano Rajoy troppo debole per affrontare questa situazione. Oggi probabilmente comincia una fase nuova e incerta per la democrazia costituzionale che iniziò nel 1978».