Storia del velluto a coste, che va e torna e cambia

Inizia nell'Antico Egitto e continua nelle corti medievali, prima di diventare la divisa degli aristocratici, poi degli operai, poi di studenti e artisti

Arriva l’autunno e nei negozi di abbigliamento inizia a spuntare qualche capo in velluto a coste, di solito sono pantaloni marroni o verde bottiglia, più raramente giacche (magari con le toppe) e berretti: probabilmente lo associate agli anni Settanta e allo stile preppy, che negli ultimi anni non va particolarmente di moda ma la sua storia ha sempre alternato periodi alterni di grande popolarità e di dimenticanza. Per la sua comodità e praticità sembra che il velluto a coste continuerà a lungo a essere riscoperto e proposto nei negozi, aggiornato al gusto e alle necessità del momento. La sua storia iniziò secoli fa, racconta Ernie Smith su Atlas Obscura, in una città dell’Antico Egitto affacciata sul Nilo: ne fu la prima capitale sotto il dominio islamico prima di venire soppiantata da Il Cairo nel XII secolo.

Nel II secolo a.C. al-Fustat era un centro importante di produzione di tessuti resistenti, e in particolare del fustagno, considerato l’antesignano del velluto a coste: è un tessuto pesante e resistente, solitamente fatto con cotone mescolato a lana o lino, con una superficie pelosa ma senza costolature in rilievo. Un libro sui tessuti del 1870 spiega: «Il fustagno, di cui restano due versioni, il velluto e il velluto a coste, era originariamente realizzato a Fustat sul Nilo, con un ordito di lino (cioè i fili disposti verticalmente) e una trama di cotone pesante (cioè i fili che si intrecciano perpendicolarmente all’ordito), tagliato in modo da avere un pelo corto ma spesso; e il tessuto così fatto prese il nome di fustagno da quella antica città».


Velluto a coste (Flickr)

Nel Medioevo il fustagno veniva importato dall’Oriente in Europa dai mercanti italiani e si diffuse soprattutto nelle corti europee per la sua morbidezza, il cotone pregiato e il calore che tratteneva. Fu associato anche alla Chiesa Cattolica dopo che un abate dell’ordine cistercense stabilì che le casule – cioè gli abiti da messa dei preti – fossero in lino o fustagno e non in materiali più costosi. Dal XIV al XVI secolo vennero realizzate imitazioni europee e la parola fustagno iniziò a indicare tutti i tessuti in cotone con una fattura simile a quella dei modelli orientali. Dalla metà del XVI secolo si iniziò a fabbricarlo in Regno Unito, a Londra e Norwich, nel Lancashire e in Irlanda, usando cotone, lana, lino e misto cotone. Nel Settecento il fustagno si impose come un tessuto di cotone e lino con un pelo tosato. Nel frattempo iniziarono a diffondersi versioni più o meno economiche e il fustagno venne parimenti indossato dai regnanti soprattutto a caccia e nello sport (era molto apprezzato da da Enrico VIII d’Inghilterra), dai loro servitori (in particolar modo le livree francesi, fatte di un tessuto resistente e simile al fustagno ma in seta), per lavorare all’aperto, fare sport e per le uniformi dei soldati, perché era resistente, caldo e si asciugava rapidamente. Veniva anche usato per gli abiti da signora ed è in questo periodo che in Inghilterra assunse spesso il nome di velluto di cotone o corduroy, come viene ancora chiamato.


Un paio di pantaloni in velluto a coste fotografati durante la Settimana della moda di Parigi, gennaio 2017 (Runway Manhattan/LaPresse)

Col tempo dal fustagno si sviluppò il velluto a coste che, secondo la famosa azienda di abbigliamento britannico Brooks Brothers, venne inventato a Manchester nel Settecento. Ed è sempre nel Settecento, nel 1774 precisamente, che comparì la prima accezione della parola corduroy, sulla Maryland Gazette, dove si parlava di velluto a coste importato dal Regno Unito. Nell’Ottocento il velluto a coste, come il fustagno, proseguì la sua parallela popolarità tra i gentiluomini di campagna e i contadini: era ormai prodotto in massa nelle fabbriche europee e americane e in epoca vittoriana divenne l’uniforme da lavoro degli operai grazie alla sua resistenza e durata. Indossato anche da artisti e studenti, era comunemente chiamato “il velluto dei poveri”. A inizio Novecento era usato per i calzoncini dei bambini, per le divise scolastiche americane e per quelle degli scout francesi, per i pantaloni degli scalatori, degli autisti e dei soldati europei durante la Prima guerra mondiale. Nel 1918 la Ford T venne realizzata con una tappezzeria di velluto a coste e nei due decenni successivi divenne un tessuto popolare e alla moda, impiegato per abiti, pantaloni, berretti e giacche. Per tutto il Novecento ha conosciuto successi alterni ma è stato impiegato soprattutto per gli abiti sportivi e da lavoro. In particolare, la sua fortuna diventò altalenante dagli Cinquanta in poi, quando venne completamente dimenticato e poi riscoperto, adattato a gusti e tendenze e indossato da persone di tutte le età e le classi sociali.

Era particolarmente di moda negli anni Sessanta e Settanta, quando veniva indossato da manifestanti e studenti per la sua comodità e morbidezza; per questo venne realizzato in tantissimi colori e impiegato anche nei jeans. Nel 1982 Versace disegnò una linea di abiti maschili tutta in velluto a coste, mentre negli anni Novanta si diffusero i jeans elasticizzati in velluto a coste. Nel 1973 Marylin Stitz ne spiegò così il successo sul Chicago Tribune:

«Quando si pensa a vestiti alla moda, per il tempo libero, per andare a scuola, c’è un solo tessuto che viene in mente: il velluto a coste. Perché? Perché è lussuoso e comodo allo stesso tempo. Può farti sembrare elegante o sbarazzino. È adatto a vestire tutta la famiglia. Dura a lungo e costa poco».

Oltre alla storia della sua diffusione, è curiosa anche quella del suo nome inglese, corduroy, che ha un’etimologia ancora discussa. Secondo alcuni filologi, deriverebbe dal francese “cord du roy”, cioè tessuto del re: o perché indicava le livree dei servitori dei signori francesi o per dare una patina di prestigio francese a un tessuto fabbricato in Regno Unito. In Francia, nel Settecento, era però chiamato “the king’s cord”, dove cord indicava le costine e duroy un tipo di tessuto di lana usato allora in Inghilterra. Infine la Philological Society, che studia l’etimologia delle parole, suggerisce anche che il nome potrebbe derivare da qualcuno chiamato Corderoy.


Un sostenitore del partito dei Verdi a Londra, nel 2017 (Jack Taylor/Getty Images)