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  • mercoledì 27 settembre 2017

A Porto Rico le cose vanno malissimo

Mancano l'acqua potabile e l'energia elettrica, oltre che cibo e medicine, nell'isola statunitense colpita da due uragani in tre settimane

Yabucoa, Porto Rico (AP Photo/Gerald Herbert)

Nelle ultime tre settimane Porto Rico, il territorio non incorporato degli Stati Uniti nel nord-est del mar dei Caraibi, è stato colpito da due uragani di categoria 4 e 5, Irma e Maria, che hanno ucciso almeno 16 persone. Al di là delle persone morte, però, i danni sono stati enormi e le conseguenze sono visibili ancora oggi: molti degli ospedali dell’isola sono fuori uso, manca l’acqua potabile e ci sono continui blackout. La situazione è resa ancora più grave dalla bancarotta che il governo locale ha dichiarato lo scorso maggio per avviare la ristrutturazione del suo debito, che ammonta a oltre 70 miliardi di dollari. Da qualche giorno l’amministrazione americana di Donald Trump ha cominciato a mandare i primi aiuti, che però il governo portoricano considera insufficienti. Intanto c’è molta preoccupazione nel governo locale che la situazione sanitaria dell’isola peggiori e che possa iniziare una grave crisi umanitaria.

Uno dei problemi attuali dell’isola è la mancanza di ospedali funzionanti, e anche le strutture sanitarie che hanno riaperto presentano gravi carenze. Senza sufficiente energia elettrica, molti macchinari – tra cui quelli per fare le radiografie, le tomografie computerizzate (come la TAC) e il cateterismo cardiaco (cioè un esame invasivo per lo studio del cuore) – non possono funzionare. In un ospedale della capitale San Juan, per esempio, solo una delle cinque sale operatorie è funzionante e i pazienti devono aspettare per giorni prima di essere curati. Il governo locale sta cercando di capire se gli ospedali non ancora funzionanti possano essere riaperti in tempi brevi o se abbiano invece subìto dei danni strutturali gravi. Le autorità sanitarie stanno cercando anche di riattivare il 911, il numero per le emergenze (come il nostro 118), che a causa dei danni provocati dai due uragani è ancora fuori uso, e di riaprire le molte farmacie che sono state costrette a chiudere.

La maggior parte della popolazione di Porto Rico – sull’isola vivono 3,4 milioni di persone – sta cercando di arrangiarsi come può, cercando di recuperare medicine e diesel per alimentare i generatori di corrente. A mancare sono anche cibo e acqua, e fuori dai supermercati è frequente incontrare delle lunghe code di persone in attesa di poter entrare e comprare gli ultimi beni disponibili sull’isola. La preoccupazione principale del governo oggi è quella di una crisi sanitaria. Un medico portoricano sentito dal New York Times ha detto che i ratti e gli animali decomposti potrebbero contribuire alla diffusione delle malattie, anche a causa della carenza di acqua che sta costringendo le persone a lavarsi meno le mani e mangiare cibo crudo, per l’impossibilità di far bollire l’acqua. C’è anche il rischio che le molte zanzare dell’isola possano essere la causa della diffusione di virus come Zika, la dengue e la chikungunya.

Negli ultimi giorni sembra esserci stato comunque qualche progresso. Il governatore di Porto Rico ha detto che 450 delle 1.100 pompe di benzina dell’isola oggi funzionano, un numero significativamente più alto delle 181 che funzionavano solo qualche giorno fa. Il presidente Trump, dopo essere stato accusato di avere sottovalutato l’emergenza a Porto Rico, ha annunciato di avere cominciato a mandare diversi tipi di aiuti all’isola, anche se i danni provocati dagli uragani all’aeroporto internazionale di San Juan sembra stiano limitando i rifornimenti. La Federal Emergency Management Agency, l’agenzia governativa statunitense che fa parte del dipartimento della Sicurezza Interna e che svolge i compiti della nostra Protezione civile, ha annunciato che 10mila membri del suo staff sono già arrivati sia a Porto Rico che alle Isole Vergini, altra isola colpita dagli uragani, per svolgere attività di ricerca e soccorso. Diversi abitanti di Porto Rico, comunque, dicono di non avere ancora ricevuto i rifornimenti arrivati dagli Stati Uniti.

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