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  • martedì 26 settembre 2017

Con Brexit è ancora tutto fermo

Nonostante le cose più morbide che ha detto Theresa May a Firenze, i negoziatori europei non sono soddisfatti (e hanno il coltello dalla parte del manico)

(AP Photo/Virginia Mayo)

Venerdì scorso la prima ministra britannica Theresa May ha pronunciato a Firenze un discorso molto aperto e possibilista su Brexit, che è stato considerato da molti una svolta moderata rispetto ai toni intransigenti utilizzati dai leader pro-Brexit fino a un anno fa e rispetto all’atteggiamento della stessa May, che fino a poco tempo fa sosteneva che «nessun accordo è meglio di un cattivo accordo». Nonostante l’apertura di May, però, i negoziati tra governo britannico e Unione Europea – che sono ricominciati lunedì a Bruxelles – continuano a essere bloccati su una serie di punti preliminari, mentre il tempo per trovare un accordo ed evitare un’uscita brusca e non regolata si riduce ogni giorno.

A che punto siamo?
Lo scorso marzo il governo britannico ha invocato l’articolo 50 dei trattati europei, che mette in moto la procedura che conduce all’uscita di uno stato membro dall’Unione. L’articolo 50 funziona come un orologio che segna un conto alla rovescia quasi impossibile da fermare. Stabilisce un massimo di due anni per trovare un accordo per organizzare un’uscita ordinata: il conto alla rovescia terminerà nel marzo del 2019. Se per quella data non sarà raggiunto un accordo, il Regno Unito sarà automaticamente fuori dall’Unione: una situazione problematica per tutti ma in particolare proprio per il Regno Unito, che all’improvviso si troverà senza accordi commerciali e doganali con l’Unione Europea, il suo principale partner commerciale. L’unico modo per allungare la scadenza fissata dall’articolo 50 è una votazione all’unanimità di tutti gli altri 27 membri dell’Unione, un’eventualità ritenuta molto improbabile.

Il team di negoziatori del governo britannico, guidato dal segretario di stato David Davis, e quello europeo, guidato dal capo negoziatore Michel Barnier, hanno iniziato in primavera i loro colloqui. Secondo la tabella di marcia, a ottobre avrebbero dovuto iniziare la parte più complessa delle trattative: quella che riguarda gli accordi commerciali che saranno in vigore tra Unione e Regno Unito dopo Brexit (oggi non ci sono accordi simili perché il Regno Unito fa parte del mercato unico). Per capire quanto siano lunghi e complessi questo tipo di negoziati basta pensare che Unione Europea e Canada hanno impiegato sette anni a scrivere e approvare il loro accordo commerciale (CETA). L’inizio di questi negoziati, però, sarà probabilmente rimandato. Unione Europea e Regno Unito non stanno riuscendo ad accordarsi su un aspetto in teoria molto più semplice: come esattamente dovranno separarsi, e quanto costerà al Regno Unito.

Il discorso di May
Il discorso che May ha fatto venerdì scorso a Firenze si inserisce in questo contesto: il tempo per le trattative continua a ridursi, ma i colloqui si sono bloccati su un tema in teoria “più semplice” rispetto alla grossa questione dei trattati commerciali e della libera circolazione delle persone. A Firenze, May ha cercato di sbloccare le trattative facendo un discorso molto aperto, possibilista e ottimista. May ha chiesto ai suoi partner europei di essere «creativi» e di trovare soluzioni originali e non ancora sperimentate per portare avanti i negoziati. «Vogliamo che restiate», ha detto per esempio riferendosi ai circa seicentomila italiani residenti nel Regno Unito preoccupati dalle conseguenze che Brexit avrà sulle loro vite. Poi ha assicurato che tutti i cittadini dell’Unione Europea che già risiedono nel Regno Unito non subiranno conseguenze in seguito a Brexit.

Questo è un punto molto importante per i negoziatori europei: dal loro punto di vista, chi è già residente nel Regno Unito non dovrà essere obbligato a ottenere status particolari per continuare a vivere e lavorare nel paese, e non dovrà nemmeno essere registrato su elenchi speciali o subire altri trattamenti particolari. L’altro punto su cui May ha fatto un’apertura molto importante è quello degli “obblighi finanziari” che il Regno Unito ha nei confronti dell’Unione. In sostanza gli europei chiedono che il Regno Unito continui a versare all’Unione tutti i soldi che si era impegnato a versare. May a Firenze ha promesso che il suo paese manterrà gli impegni contratti con l’approvazione del bilancio dell’Unione, cioè versare da qui al 2020 circa 20 miliardi di euro. Infine, ha chiesto che dopo la conclusione dei negoziati venga approvato un “periodo di implementazione”: due anni nel corso dei quali per il Regno Unito restino in vigore le attuali regole europee, mentre verranno ultimati i preparativi per mettere in atto la sua uscita.

Anche se non tutte le aperture fatte da May sono delle vere e proprie novità, sono comunque enormi passi avanti rispetto a quanto promettevano i politici pro-Brexit prima del referendum e nelle settimane e nei mesi immediatamente successivi. Il problema è che anche queste aperture potrebbero non essere sufficienti. Secondo i calcoli dei negoziatori europei, per esempio, il Regno Unito ha contratto obblighi finanziari per 100 miliardi di euro, cioè cinque volte quello che May ha promesso di pagare. I negoziatori chiedono anche maggiori dettagli e maggiori garanzie sul futuro dei cittadini europei residenti nel Regno Unito, oltre che sul modo in cui sarà organizzato il confine tra Repubblica di Irlanda e Irlanda del Nord, l’unico confine terrestre che ci sarà tra l’Unione e il Regno Unito (a parte Gibilterra). Come ha detto il capo-negoziatore europeo Barnier, il discorso di May è stato un «passo avanti» ma ora bisogna capire quali sono le sue «implicazioni concrete».

Qual è il punto?
Nel corso del suo discorso May ha detto anche altro: ha messo in chiaro cosa il suo governo non è disposto ad accettare. In sostanza, ha detto che il Regno Unito non accetterà soluzioni di tipo “norvegese” né di tipo “canadese”.

La “soluzione norvegese” è probabilmente la più semplice per risolvere Brexit: in poche parole significa entrare in una relazione con l’Unione in cui si ottengono i benefici che derivano dalla libera circolazione di merci e capitali, senza però avere il diritto di influenzare i processi decisionali dell’Unione. La Norvegia, infatti, non è uno stato membro, non ha deputati nel Parlamento e non partecipa ai vertici europei. Fa parte però del mercato unico e assicura quindi la libera circolazione delle persone sul suo territorio, mentre le sue merci possono viaggiare liberamente in Europa. Accettare questa soluzione per May sarebbe una grossa sconfitta. Significherebbe rinunciare a uno dei punti programmatici fondamentali per i sostenitori di Brexit, cioè ripristinare il controllo sulle frontiere e bloccare la libera circolazione dei cittadini europei.

L’altra soluzione è quella “canadese”, che significa negoziare con l’Unione Europea un dettagliato ma limitato accordo commerciale. May ha detto nel suo discorso che desidera invece una soluzione “speciale” per il suo paese: più ampia di quella con il Canada, per esempio sui temi della sicurezza, ma meno vincolante di quella con la Norvegia.

Il problema per May è che per il momento i negoziatori europei hanno il coltello dalla parte del manico: sono loro che possono decidere se e come accettare le sue richieste. Saranno disposti a concedere al Regno Unito un accordo di libero scambio simile al mercato comune, ma senza la libera circolazione delle persone? Proporranno una soluzione di compromesso o resteranno fermi sulla posizione libertà di commercio in cambio di libertà di circolazione? Come ha scritto il Guardian nel suo report settimanale su Brexit: «Sul continente, dove la gente dà oramai per scontata la Brexit, la decisione del Regno Unito di spararsi su un piede è vista come un problema esclusivamente del Regno Unito. “Siate creativi”, dice la May. “Ci sono delle regole”, risponde l’Unione Europea».

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