Indizi di una Internet meno libera

Le grandi aziende come Facebook e Google sono sempre meno "neutrali" con i contenuti online, che siano le bufale o le cose che non piacciono ai governi

La propaganda organizzata su Internet ha avuto un ruolo importante nel risultato elettorale ottenuto da Alternativa per la Germania (AfD), il partito di estrema destra xenofobo ed euroscettico. Per la prima volta 95 suoi rappresentanti faranno parte del Parlamento tedesco, diventando così il terzo partito dietro l’Unione Cristiano Democratica (CDU) di Angela Merkel e il Partito Socialdemocratico (SPD). L’AfD ha speso centinaia di migliaia di euro su Facebook, Google e Twitter per farsi pubblicità in campagna elettorale, creando siti e profili sui social network contro Angela Merkel e le sue politiche di accoglienza dei migranti. Sono state fatte circolare informazioni inesatte e bufale, che hanno portato nuovamente di attualità il grande dibattito sulle notizie false e il ruolo di Internet nel diffonderle con facilità e capillarmente. Ma le elezioni in Germania sono state anche la dimostrazione che le grandi aziende di Internet – preoccupate di ripetere gli errori del 2016 durante la campagna elettorale statunitense – hanno cambiato approcci e rafforzato i controlli per frenare la diffusione delle notizie false. Trovare il giusto equilibrio tra censura dei contenuti e libertà di espressione non è però semplice, e rischia di tradire la natura di Internet e di renderla un posto meno libero.

L’AfD e Google
Più degli altri partiti tedeschi, l’AfD ha sfruttato i social network per farsi pubblicità e fare propaganda contro Angela Merkel, seguendo una strategia molto aggressiva. I dirigenti del partito hanno assunto consulenti da Harris Media, una controversa agenzia pubblicitaria del Texas (Stati Uniti) che ha organizzato le campagne promozionali per Donald Trump, per l’associazione statunitense a favore dei proprietari di armi (NRA) e per il Front National durante le elezioni francesi. Tra le iniziative c’è stata la creazione di un sito espressamente contro Merkel, che l’accusa di essere una “spergiura” e di essere complice nell’assassinio di diverse persone. La sua fotografia, sovrapposta a quella della Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche di Berlino, luogo dell’attentato terroristico del 19 dicembre 2016, suggerisce sue responsabilità dirette e del suo governo nella morte di 12 persone. Il sito indica di essere stato commissionato dall’AfD solamente in una pagina separata dal resto, dove viene indicato il nome del partito.

L’AfD confidava di utilizzare il suo sito anti-Merkel negli ultimi giorni della campagna elettorale, promuovendolo il più possibile su motori di ricerca e social network. Stando al responsabile della loro comunicazione, Thor Kunkel, Facebook e Twitter hanno accettato gli annunci a pagamento che rimandavano al sito, mentre Google per giorni ha rifiutato di pubblicare le pubblicità sul suo motore di ricerca. Attraverso la sua piattaforma pubblicitaria, quelli dell’AfD avevano legato il sito a diverse chiavi di ricerca compresa “Angela Merkel”, in modo che un annuncio con un link verso il loro sito comparisse nelle pagine dei risultati di Google Germania agli utenti che stavano cercando informazioni legate alle elezioni.

Google ha respinto per giorni le richieste dell’AfD con numerose email, nelle quali segnalava che gli annunci proposti non rispettavano le linee guida del suo servizio di pubblicità, anche per quanto riguardava la diffusione di informazioni false e di siti che potrebbero ingannare gli utenti. Google ha applicato le stesse restrizioni anche su YouTube, dove l’AfD avrebbe voluto promuovere il suo sito anti-Merkel nelle pubblicità che vengono mostrate prima della riproduzione di un video.

La scorsa settimana i responsabili dell’AfD hanno accusato Google di censurare la loro comunicazione politica, bloccando messaggi che invece erano normalmente mostrati su altre piattaforme pubblicitarie, come quelle gestite da Facebook e Twitter. Hanno anche detto che, a differenza di Facebook, Google ha rifiutato di incontrarsi con rappresentanti dell’AfD per discutere esigenze e strategie comunicative in vista della campagna elettorale. Solo negli ultimi giorni della scorsa settimana, quindi a pochissimi giorni dalle elezioni, Google ha accettato alcuni annunci dell’AfD, rendendo quindi visibile un link al sito anti-Merkel nella pagina dei risultati di Google se si cercavano termini come “Angela Merkel”.

La difesa di Google e il controllo dei contenuti
Attraverso un comunicato, Google ha detto di non avere nessun pregiudizio nei confronti dell’AfD o di altri partiti politici, che sono liberi di acquistare campagne pubblicitarie sulla sua piattaforma, a patto che rispettino le regole. Una prima verifica è effettuata con sistemi automatici, ma nei casi più complessi è necessaria una revisione da parte del personale di Google che comporta tempi più lunghi. Dopo le elezioni statunitensi Google si è impegnata a penalizzare i siti creati appositamente per diffondere notizie false, impedendo agli stessi di utilizzare i suoi servizi per la pubblicità online. Soluzioni analoghe sono state adottate da Facebook, ma per entrambe le società i risultati non sono stati molto incoraggianti, perché è difficile identificare tutti i profili e gli account che fanno falsa informazione (spesso per avvantaggiare una parte politica).

Le grandi aziende di Internet si trovano nella difficile posizione di decidere che cosa far passare e cosa no, assumendo quindi un ruolo diverso da quello che si sono sempre auto-attribuite: essere un veicolo neutrale per diffondere i contenuti, senza avere su di essi una responsabilità diretta. Facebook ha mantenuto per anni questa posizione, ricevendo crescenti critiche man mano che si assottigliava la differenza tra semplice veicolo e produttore di contenuti. Con oltre 2 miliardi di persone che lo utilizzano ogni mese (1,3 miliardi di utenti quotidiani), Facebook è diventato per molte persone la prima fonte d’informazione, ma secondo i suoi detrattori offre un’immagine distorta del mondo e più parziale rispetto a quella offerta dal Web fino a qualche anno fa, quando la navigazione e la ricerca di contenuti subivano meno mediazioni. Il problema della minore libertà su Internet è ulteriormente acuito dalle decisioni dei governi, che richiedono ai motori di ricerca e ai social network di attuare limitazioni e censure nei confronti dei movimenti di opposizione e degli attivisti.

Facebook e la Cina
Da anni Facebook sta cercando il modo di ritornare disponibile in Cina, dopo il blocco deciso dal governo cinese nel 2009. Da quasi 8 anni Facebook è inaccessibile agli utenti che provano a collegarsi dalla Cina, con un evidente danno economico per l’azienda che mira a estendere il più possibile il proprio numero di iscritti (più sono, più aumentano le opportunità di ricavo derivanti dagli annunci pubblicitari). Altre grandi aziende online hanno sperimentato lo stesso trattamento: Twitter non è accessibile in Cina mentre Google – che nel 2010 aveva annunciato di non voler più censurare le ricerche nella sua versione cinese e aveva in seguito attivato un sistema di reindirizzamento verso il suo sito di Hong Kong – è sostanzialmente bloccato.

Per anni le grandi aziende del Web (per lo più statunitensi) hanno criticato il governo della Cina per le pesanti limitazioni alle libertà di espressione online, ma ora alcune stanno studiando compromessi per garantirsi comunque un accesso a un mercato con centinaia di milioni di potenziali nuovi clienti. Mark Zuckerberg ha partecipato a viaggi in Cina per incontrare i rappresentanti del governo, mostrarsi disponibile a un confronto sulle censure e ottenere qualche apertura per il suo social network. Le sue spedizioni sono state paragonate a quelle diplomatiche organizzate periodicamente dai grandi stati occidentali, che hanno interessi economici in Cina e nel mantenere buoni rapporti col governo. Nonostante l’accoglienza amichevole, Zuckerberg non ha finora ottenuto risultati e il suo piano di riportare Facebook è sostanzialmente in stallo.

Facebook si promuove come uno strumento per rendere più accessibile il mondo e comunicare con tutti, oltre le barriere geografiche e culturali. Paradossalmente un suo ritorno in Cina sarà solo possibile se accetterà di rispettare le censure imposte dal governo, soprattutto per quanto riguarda la diffusione di notizie su dissidenti o particolari emergenze nel paese, come quelle legate al terrorismo e ai movimenti separatisti in alcune regioni. Per dimostrare di essere pronta a farlo, lo scorso anno Facebook aveva sperimentato uno strumento che avrebbe reso possibile una censura più rapida e capillare dei contenuti online, tra gli utenti cinesi. La sperimentazione doveva rimanere riservata, invece finì su diversi giornali: Facebook confermò di avere fatto qualche test, ma aggiungendo che la soluzione era solo uno dei tanti esperimenti dell’azienda e che non era prevista una sua introduzione.

In primavera Facebook ha messo sugli store di applicazioni cinesi una propria app per la condivisione delle fotografie, senza riferimenti diretti al suo marchio. L’app per ora non ha avuto grandi fortune, ma è comunque un’ulteriore prova del costante interesse di Zuckerberg per la Cina. Il social network ha anche aiutato CCTV, la televisione pubblica cinese, a creare pagine Facebook per i suoi spettatori all’estero, che hanno raccolto svariati milioni di iscritti. L’idea è dimostrare le opportunità offerte dal social network per promuovere informazioni, in questo caso sotto lo stretto controllo del governo cinese.

Snapchat e l’Arabia Saudita
Il problema della censura riguarda anche aziende che esistono da poco, in pieno sviluppo e che non hanno interesse ad avere problemi e contenziosi con i governi che impongono le limitazioni. Snap, la società statunitense che controlla la popolare app Snapchat, la settimana scorsa ha bloccato l’accesso al canale di al Jazeera per chi utilizza la sua applicazione dall’Arabia Saudita. Il canale era disponibile nella sezione Discover di Snapchat da maggio e resta visibile in 14 paesi del Medio Oriente. La richiesta di rimozione è arrivata direttamente dal governo saudita, che ha tagliato i rapporti diplomatici con il Qatar, dove ha sede al Jazeera, accusando il paese di ospitare e dare risorse a gruppi islamisti come i Fratelli Musulmani e Hamas. Bahrein, Egitto e Emirati Arabi Uniti hanno fatto altrettanto, e limitano l’accesso ai canali televisivi di al Jazeera.

Snap ha accettato di chiudere l’accesso dall’Arabia Saudita senza sollevare particolari preoccupazioni legate alla libertà di espressione. Una sua portavoce ha detto al Wall Street Journal: “Facciamo in modo di rispettare le leggi locali nei paesi in cui siamo attivi”. al Jazeera ha contestato la decisione, dicendo di non avere ancora capito perché il suo canale su Snapchat sia stato sospeso con tanta facilità: “La domanda fondamentale che al Jazeera pone è: come può un’azienda degli Stati Uniti quotata in borsa, e che dice di sostenere la libertà di espressione in un luogo dove l’accesso ai social media è un diritto costituzionale, negare questi diritti ad altri?”.

Limiti e privacy
Secondo una stima del New York Times, negli ultimi cinque anni almeno 50 paesi in giro per il mondo hanno approvato leggi per avere un maggiore controllo sull’uso di Internet da parte dei loro cittadini. In alcuni casi i provvedimenti riguardano politiche della privacy più rigide, tese a tutelare dalle strategie commerciali molto invasive delle grandi aziende di Internet, ma in altri casi sono chiaramente norme studiate per limitare la libertà di espressione e l’accesso alle informazioni. Facebook, Google, Amazon, Apple, Microsoft e poche altre aziende concentrano buona parte del traffico prodotto dagli utenti su Internet e il controllo dei sistemi per la raccolta pubblicitaria, e sono quindi diventate il principale obiettivo dei legislatori e i loro interlocutori per regolamentare il Web.

In Europa, dove tradizionalmente il tema della tutela della privacy è più sentito, molti paesi stanno adottando leggi e norme per tutelare meglio gli utenti, ma a volte con il risultato di limitare le loro libertà. Anche in questo caso trovare il giusto equilibrio non è semplice e, finora, i principali obiettivi sono state le aziende statunitensi.

Lo scorso anno Facebook ha dovuto rinunciare al suo piano di accedere ai dati di utilizzo (in forma aggregata) della sua controllata WhatsApp per rafforzare il suo sistema di pubblicità, che si basa sull’identificazione dei gusti e delle abitudini degli utenti online. Il governo tedesco ha imposto a Facebook di interrompere la pratica e a seguire sono arrivati i garanti della privacy di quasi tutti gli altri stati dell’Unione Europea, con richieste simili che nei fatti hanno affossato il piano di acquisizione e analisi dei dati (Facebook continua ad applicarlo negli Stati Uniti e in alcuni altri paesi in giro per il mondo).

Le politiche adottate dall’Unione Europea sono viste come un modello da paesi lontani, nel Sudamerica e in Africa per esempio, che in molti casi hanno adottato le medesime norme europee (a volte parola per parola) nei loro ordinamenti. Facebook osserva con preoccupazione questo andamento, perché pone importanti ostacoli alla sua rapida espansione in parti del mondo dove non è ancora arrivato. Oltre alla Cina, Zuckerberg ha grandi piani per l’Africa dove mira a rendere ancora più marcata l’equazione per cui Internet sia Facebook e basta. L’idea è di offrire connessioni a basso costo con nuove soluzioni tecnologiche, come droni che emettono segnali radio sorvolando ampie porzioni di territorio, e che rendano quasi esclusivo l’utilizzo di Facebook. Per farlo occorrono accordi con i governi locali, che spesso non sono democratici per i nostri standard, e con i quali è quindi necessario scendere a compromessi sul piano delle libertà online.

Il caso dei Rohingya
Questa estate il Myanmar è stato al centro della più grave crisi umanitaria degli ultimi mesi, con centinaia di migliaia di profughi rohingya che hanno dovuto abbandonare il paese, trovando rifugio in Bangladesh, dopo che le forze di sicurezza birmane hanno distrutto i loro villaggi citando motivi di sicurezza (i rohingya sono musulmani, mentre il Myanmar è a maggioranza buddista). Per far conoscere le loro storie, coordinare i loro spostamenti e superare i controlli del governo birmano, i rohingya hanno fatto ampio ricorso ai social network. Facebook ha ricevuto numerose critiche per avere rimosso molti dei loro post e alcune pagine legate all’ARSA, l’Esercito per la salvezza dei rohingya, classificandole come legate al terrorismo; la pagina dell’esercito birmano, accusato da rappresentanti delle Nazioni Unite di attuare una pulizia etnica, è invece regolarmente online, è certificata e ha più di 2,6 milioni di iscritti. Facebook è attivo da diversi anni in Myanmar e già in passato era stato accusato di assecondare troppo le limitazioni imposte dal governo birmano, pur di rimanere attivo nel paese.

Meno liberi?
La lista dei paesi dove l’accesso a Internet è bloccato o pesantemente limitato è molto lunga e comprende paesi come Bahrein, Bielorussia, Cina, Cuba, Etiopia, Iran, Kuwait, Corea del Nord, Arabia Saudita, Siria, Vietnam e Yemen. Il blocco non è quasi mai totale, ma rende comunque impossibile l’accesso a tutti i siti che i governi decidono di censurare. Ci sono naturalmente soluzioni tecniche per superare le limitazioni, ma sono difficili da usare per la maggior parte degli utenti che non hanno grandi conoscenze informatiche. Molti osservatori concordano sul fatto che le limitazioni accettate come compromesso dai social network e dai motori di ricerca siano ancora più pericolose delle normali censure, perché mascherano il problema delle limitazioni e illudono gli utenti di essere liberi su Internet, anche quando non lo sono.