Come si salva un kiwi

I programmi finanziati dal governo neozelandese per salvare i piccoli uccelli stanno funzionando, anche se sembrano un po' brutali

Nel 2015 in Nuova Zelanda si era parlato molto dei 7,5 milioni di euro stanziati in quattro anni per la preservazione dei kiwi, i piccoli uccelli simbolo del paese e così popolari da aver dato il soprannome agli stessi cittadini neozelandesi. I kiwi appartengono all’ordine degli Struzioniformi, sono solitamente marroni, lunghi dai 35 ai 65 centimetri e non sanno volare, anche perché si nutrono di insetti del sottosuolo: le ali sono lunghe pochi centimetri e nascoste sotto le piume. Prima dell’arrivo degli europei in Nuova Zelanda, nella seconda metà del Settecento, i kiwi potevano spostarsi quasi liberamente, anche se potevano essere aggrediti dai pipistrelli (in realtà i primi problemi per i kiwi emersero con l’arrivo dei polinesiani, 400 anni prima); poi però l’uomo introdusse altri animali carnivori, come gatti, cani, furetti, donnole, opossum e soprattutto ermellini, che cominciarono a decimare i 70 milioni di kiwi presenti allora, portandoli agli attuali 68mila esemplari in natura. Negli ultimi anni i kiwi si sono ridotti ulteriormente, del due per cento all’anno.

Una femmina di kiwi e il suo piccolo in un centro per la preservazione degli uccelli a Whangarei, Nuova Zelanda, nel 2004 (AP Photo/New Zealand Herald, John Stone)

Parte dei fondi stanziati dal governo neozelandese per la preservazione dei kiwi sono stati impiegati per l’acquisto e l’installazione di trappole per i predatori, mentre un’altra parte è stata destinata a progetti di ricerca, nutrizione e monitoraggio dei kiwi. Tra i più efficienti c’è il West Coast Wildlife Center, un centro nell’Isola del Sud fondato sette anni fa nell’ambito della “Operation Nest Egg”: è un programma avviato 23 anni fa da Rogan Colbourne e Hugh Robertson del Dipartimento neozelandese per la conservazione delle specie, che cerca di preservare i kiwi facendoli nascere in cattività per proteggerli dai predatori, prima di introdurli in natura. Ed Yong ha raccontato sull’Atlantic come funziona il centro, concentrandosi sull’allevamento della specie più rara di kiwi selvatici, i rowi, identificata nel 2003 a Okarito, una regione circoscritta nelle foreste glaciali dell’Isola del Sud. In natura ci sono 450 esemplari di rowi, circa due terzi dei quali nati e allevati nel centro.

Supervisionare le uova di rowi è necessario per preservare e accrescere la specie. La metà non si schiude in natura e circa il 90 per cento dei pulcini muore ucciso dai predatori prima di diventare adulto. Per prima cosa i ranger vanno in cerca di uova di rowi. Sono i maschi a covarle e molti di loro sono contrassegnati con piccoli trasmettitori che ne monitorano i movimenti: se restano immobili a lungo è probabile che stiano covando. Rispetto ai kiwi adulti le uova sono enormi, possono pesare fino a un quarto del corpo della madre, e sono poco più piccole di quelle dei grossi uccelli come struzzi ed emù. Trovato il nido, l’uovo viene prelevato: i ranger lo infilano in una scatola e lo portano al centro, dove viene attentamente esaminato dai volontari in cerca di eventuali crepe. Poi lo puliscono, lo pesano e lo sistemano in un’incubatrice che riproduce i movimenti dei maschi durante la cova.

Un kiwi nello zoo di Berlino, marzo 2010 (Robert Schlesinger/picture-alliance/dpa/AP Images)

Dopo circa 90 giorni è il momento di uscire dal guscio. Il pulcino infila il becco in un sacco d’aria in cima all’uovo e inizia a farlo scricchiolare; ottenuto un piccolo foro, punta le zampe per spingere la testa fuori. Yong racconta di un pulcino rimasto incastrato perché aveva cercato di uscire dal fondo, la parte sbagliata: fu necessario riparare in fretta il guscio con del nastro adesivo per permettergli di spingere e uscire dal lato giusto. Un kiwi appena nato non ha bisogno di mangiare per una o due settimane perché si nutre del tuorlo del suo stesso uovo, che porta tra le gambe. Quando l’ha terminato viene alimentato dal personale del centro con frutta, verdura, carne di manzo e cuore di bue. Alla nascita i piccoli pesano meno di mezzo chilo e devono arrivare a 1,3/1,5 chili per potersi difendere dai predatori ed essere quindi rilasciati in natura.

Un kiwi appena nato nello zoo di Auckland, Nuova Zelanda, 12 settembre 2012 (AP Photo/New Zealand Herald, Greg Bowker)

Questo è un altro momento molto delicato, dato che i piccoli si confrontano per la prima volta con gli adulti e possono essere aggrediti dai kiwi grandi che li scambiano per una minaccia. Succede perché i pulcini non conoscono le regole di comportamento: appena vedono un adulto gli corrono incontro sembrando aggressivi, oltre al fatto che non sanno correre adeguatamente e mettersi in salvo quando vengono inseguiti. Per questo i ricercatori trovano delle zone sull’isola prive di predatori e liberano i piccoli perché socializzino tra loro e prendano confidenza con le regole del gruppo, imparando a fare-i-kiwi. A quel punto, sono davvero pronti per iniziare la loro vita in natura, insieme al loro branco. In questo modo il centro riesce a portare all’età adulta 50 kiwi per ogni stagione degli accoppiamenti: altrimenti ne sopravviverebbero in media soltanto due. Negli ultimi anni i kiwi rowi sono passati così dall’essere una “specie critica” a una “specie vulnerabile”.

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