Nick Cave ha 60 anni

In giro nessuno sa una sua canzone, e nessuno mai la saprà, ma ne ha fatte di bellissime: queste tredici, ad esempio

(Larry Busacca/Getty Images)

Nick Cave è un sacco di cose: cantautore, compositore, scrittore, sceneggiatore e attore. 
Con i Bad Seeds ha pubblicato quindici dischi e ne ha fatti altri due con il suo altro gruppo, i Grinderman, ma ha anche composto cinque colonne sonore, oltre a scrivere due romanzi, due raccolte di poesie, e tre sceneggiature. Ha recitato in otto film (di cui uno è Il Cielo sopra Berlino di Wim Wenders, dove compariva nella parte di se stesso). Nel 2000, tra le altre cose, ha vinto il Premio Tenco. 

Oggi che compie 60 anni vale la pena riascoltare le sue migliori tredici canzoni, che il peraltro direttore del Post aveva scelto per il suo libro Playlist, la musica è cambiata.

Nick Cave and the Bad Seeds
(1957,Wangaratta, Australia)
Se lo trova la famiglia Addams, lo adotta. Magro, tetro, nero, con vocione lugubre e affascinante, piace parecchio alle ragazze e fa il cantautore australiano trapiantato prima a Berlino e poi in Inghilterra, ma anche il poeta e romanziere. Ha una band importante quasi quanto lui, i Bad Seeds. In giro nessuno sa una sua canzone, e nessuno mai la saprà. Però ne ha scritte, e belle: tutte molto lugubri.

The mercy seat
(Tender prey, 1988)
“Tutto è cominciato quando vennero a prendermi a casa e mi sbatterono nel braccio della morte, e io ero quasi del tutto innocente, davvero, e voglio dirvelo ancora: non ho paura di morire”. Il monologo, lunghissimo e molto sofferto nelle versioni dal vivo, ci porta con lui sulla sedia elettrica, accompagnati dalle sue elucubrazioni e da quel che succede: con il verso “an eye for an eye, a tooth for a tooth” che si trasforma in “a lie for a lie and a truth for a truth” epoi“alifeforalifeandatruth for a truth”. E si conclude con “comunque ho detto la verità, ma temo di aver detto una bugia”. Nel 2000 Johnny Cash (con cui si intravedeva un’affinità nerastra, e che di prison songs era un esperto) ne fece una cover.

Watching Alice
(Tender prey, 1988)
Alice si alza la mattina in camera sua, girottola per la stanza nuda, poi si mette le calze, si veste e si prepara per andare in chiesa. Da anni fa ogni giorno le stesse cose. Dice: come fai a saperlo? Facile: la guardo dalla finestra di fronte.

The weeping song
(The good son, 1990)
La canzone dove si piange. Piangono tutti, piangono le donne, piangono gli uomini, piangono i bambini, piango pure io, padre, piangi pure tu? E perché piangono tutti, in questa canzone? Perché è una canzone dove si piange.

The ship song
(The good son, 1990)
Una grande ed epica canzone d’amore, neanche tanto triste. Sì, c’è qualche incidente, evidentemente, ma il ritornello se li porta via tutti: “come sail your ships around me, and burn your bridges down…”.

Straight to you
(Henry’s dream, 1992)
Questa ha qualcosa di Tom Waits e qualcosa di Bryan Ferry ai primi tempi. Arrangiamento vivace e insistente, quasi un pezzo da classifica, non fosse per la voce troppo ruggentemente affascinante di Cave.

Where the wild roses grow
(Murder ballads, 1996)
Ok, ora senza guardare provate a indovinare la più improbabile partner con cui Nick Cave avrebbe potuto duettare in una canzone. Certo, aveva fatto cose (in ogni senso) con PJ Harvey, ma bella forza: sembravano Hansel e Gretel dopo essere rimasti a vivere dalla strega. Dai, una che proprio non c’entra niente. No, Ivana Spagna è troppo, ma vi state avvicinando. Piccola, bionda, sexy, tutta lustrini e idolo dei ragazzini sgallettati. Però australiana come lui. Bravi. Kylie Minogue.

Into my arms
(The boatman’s call, 1997)
“Io non credo ci sia un Dio che fa e disfa, e so che tu ci credi, amore. Ma se ci credessi anch’io lo pregherei in ginocchio di non fare niente con te, di non toccarti un capello, di lasciarti come sei. Se proprio deve guidarti da qualche parte, ti guidasse tra le mie braccia”. 
Non male, no?

People ain’t no good
(The boatman’s call, 1997)
“Non è che siano cattivi dentro: alcuni sanno starti vicino, alcuni ci provano. Ti curano quando sei malato, ti seppelliscono quando muori, ti aiuterebbero se potessero. Ma queste sono stronzate, tesoro. La gente non è buona”.
Io e te contro il mondo, insomma.

God is in the house
(No more shall we part, 2001)
Meravigliosa, dolcissima, appassionata, eppure è un’ironico ritratto di vita in una cittadina incontaminata dal vizio e dalle turpitudini della modernità, dove tutti i gatti sono bianchi e Dio è di casa.

Love letter
(No more shall we part, 2001)
Di solito le canzoni dove lui ha questa lettera da spedirle (o gliel’ha spedita) hanno un risvolto leggero e spesso umoristico, a volte legato ai ritardi postali o cose così. Questa no. Questa è commovente, vera, bellissima, arruffianata da un giro di archi da urlo. “Ho detto delle cose che non volevo dire.”

The sorrowful wife
(No more shall we part, 2001)
Potete anche dimenticarvi il resto della canzone, che pure è bella e racconta che lui ha fatto una cazzata e sua moglie è distrutta dal doloreeluinonsacomefareelosache ha fatto una cazzata. Però potete pure dimenticarvene e mettervi in tasca, all’altezza del cuore, quei quarantadue secondi di pianoforte.

He wants you
(Nocturama, 2003)
Con lo stesso trucco di “A man is in love” dei Waterboys, Nick Cave descrive questo principe che verrà senza che tu lo aspetti, sfidando il mare e il vento, viaggiando sotto le stelle, e tu ti alzerai dal tuo letto, tirerai le tende e con la coda dell’occhio ti accorgerai che c’è qualcuno. E sarò io.

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