No, in Italia non si va in pensione più tardi che nel resto d’Europa

Lo si sente ripetere ogni volta che si parla di pensioni, ma c'è un grosso equivoco

Nelle prossime settimane il governo dovrà cominciare a scrivere la legge di stabilità, il più importante documento finanziario dell’anno, e per questa ragione si è tornati a parlare di pensioni. I sindacati e molti esponenti del PD, sia quelli vicini al segretario Matteo Renzi che gli esponenti della minoranza del partito, chiedono che una parte delle risorse che saranno stanziate dalla legge venga spesa per bloccare il cosiddetto adeguamento automatico dell’età pensionabile, cioè l’innalzamento dell’età di pensionamento per vecchiaia da 66 anni e 7 mesi a 67 anni, previsto per il primo gennaio 2019. Una delle ragioni che viene usata per giustificare questa richiesta è che, dopo l’introduzione della riforma Fornero nel 2011, l’Italia sarebbe diventata uno dei paesi europei dove si va in pensione più tardi.

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Anche se questa affermazione è divenuta oramai un luogo comune, diffuso tanto nel centrodestra quanto a sinistra e tra i sindacati, le cose non stanno affatto così: secondo tutti gli ultimi dati disponibili, anche dopo la riforma Fornero l’Italia continua ad essere uno dei paesi sviluppati dove si va in pensione prima.

Bisogna cominciare con il dire che se guardiamo all’età prevista per la pensione di vecchiaia, l’Italia è effettivamente un paese con un sistema pensionistico molto rigido. Come ha scritto ad esempio il sindacato UIL in questo documento: «L’Italia ha l’età di accesso alla pensione più alta d’Europa: 66 anni e 7 mesi per gli uomini del settore pubblico e privato e per le donne del pubblico, 65 anni e 7 mesi per le donne del settore privato». La media europea è di più di due anni più bassa: 64,4 anni per gli uomini e 63,4 per le donne. In questa classifica l’Italia appare un paese più severo anche della Germania, dove l’età pensionabile è fissata a 65,4 anni.

Ma questi numeri possono facilmente trarre in inganno. Lo scorso luglio, infatti, durante un’audizione alla Camera, il presidente dell’INPS Tito Boeri ha ricordato ai giornalisti che nel 2016 l’età media di pensionamento effettiva, cioè l’età a cui gli italiani sono realmente andati in pensione, è stata di 62 anni: significa che di fatto nel nostro paese si va in pensione un paio di anni prima che nel resto d’Europa. Questa apparente contraddizione (un’età pensionabile molto alta per legge, ma un’età effettiva più bassa) si spiega con il fatto che l’età pensionabile funziona come una regola generale sottoposta a numerose eccezioni. Per sapere a che età gli italiani vanno davvero in pensione bisogna tenere conto di tutte le numerose “scappatoie” che permettono di aggirarla.

In Italia ci sono sette modalità differenti per andare in pensione prima dell’età pensionabile. La principale è la “pensione anticipata”: chiunque può andare in pensione indipendentemente dall’età se ha versato 42 anni e 10 mesi di contributi, se è maschio, o 41 anni e 10 mesi, se è femmina. Significa che, in teoria, chi ha cominciato a lavorare subito dopo la fine della scuola dell’obbligo, cioè a 16 anni, può andare in pensione a poco più di 58 anni. Oggi ci sembra una situazione rarissima, ma bisogna considerare che chi va in pensione oggi è entrato nel mondo del lavoro parecchi decenni fa, quando la situazione economica e scolastica del nostro paese era molto differente. Circa il 50 per cento delle persone che sono andate in pensione negli ultimi anni avevano solo la licenza media: significa che non hanno terminato le scuole superiori e che quindi hanno probabilmente iniziato a lavorare molto presto, proprio intorno ai 15-16 anni.

Alla pensione anticipata che scatta molto presto per chi ha iniziato a lavorare da giovane bisogna aggiungere anche tutte le altre eccezioni contemplate dalla legge. Come ha scritto il Sole 24 Ore poche settimane fa:

Ad abbattere l’aumento di età effettiva ci sono le numerose deroghe previste dal nostro ordinamento e che consentono il ritiro anticipato: i lavoratori usuranti, i marittimi, i minatori, le diverse gestioni speciali (dai lavoratori del trasporto alle ferrovie al volo, dove l’età di pensionamento è di 60 anni). E c’è l’effetto del regime sperimentale e transitorio riservato alle lavoratrici dalla riforma Maroni (legge 243/2004) che prevede il possibile ritiro anticipato con 35 anni di contributi a 57 anni di età se dipendenti e 58 se autonome.

Per tutte queste ragioni, quando economisti e studiosi provano a fare confronti internazionali non tengono in particolare conto l’età di pensionamento legale per vecchiaia, ma cercano di calcolare la media delle reali età di pensionamento, tenendo conto di tutte le varie eccezioni. L’OCSE esegue ogni due anni proprio questo tipo di studio. L’ultimo risale al 2015: è stato realizzato con dati del 2014 e mostra che tra i paesi sviluppati l’Italia è uno di quelli dove ancora oggi si va in pensione prima. L’età effettiva di pensionamento nel nostro paese tra 2009 e 2014 è stata di 62,5 anni (la cifra indicata da Boeri nella sua audizione) contro una media OCSE di 64. Prima dei maschi italiani vanno in pensione soltanto belgi, slovacchi e francesi. Per le donne la situazione è simile: l’età di pensionamento effettiva in Italia è di 62 anni, contro una media OCSE di 63,1.

Questo non significa che in Italia tutti quanti vadano in pensione a 62 anni. Si tratta di una media: alcune persone con storie contributive particolarmente irregolari possono trovarsi costrette a svolgere mansioni difficili e faticose fino ad oltre i 66 anni. Se guardiamo il quadro generale, però, l’Italia continua a risultare un paese piuttosto generoso con i suoi anziani anche a confronto di paesi che spesso immaginiamo come paradisi dello stato sociale. Nella socialdemocratica Svezia, ad esempio, l’età media di pensionamento per i maschi è di 65,2 anni, cioè si lavora in media tre anni più che in Italia.

Non c’è dubbio che questa età effettiva di pensione si stia alzando grazie alla riforma Fornero e che, a meno di interventi massicci da parte di futuri governi, continuerà a farlo ancora per molto tempo. I problemi principali, però, non saranno affrontati da coloro che andranno in pensione nel prossimo futuro, ma da quelli che sono entrati nel mondo del lavoro soltanto negli ultimi decenni. Oggi ci si diploma e ci si laurea più spesso, si inizia a lavorare più tardi e si hanno carriere contributive più discontinue rispetto agli anni Sessanta e Settanta. Significa che chi ha oggi tra i 30 e i 40 anni difficilmente potrà sfruttare la pensione anticipata. Quando per loro arriverà il momento di andare in pensione, anche gran parte delle altre “eccezioni” che abbiamo visto prima saranno esaurite e così saranno loro a subire il grosso dell’impatto della legge Fornero, andando in pensione molto vicini alla soglia dei 70 anni.

Se andiamo a guardare le serie storiche dell’OCSE, però, più che di fronte a una novità sembra di trovarsi di fronte a un ritorno al passato. Andare in pensione intorno ai 60 anni, infatti, anche nel nostro paese è stata una lunga parentesi nella nostra storia. Fino agli anni Settanta, l’età media di pensionamento effettiva è stata intorno ai 65 anni. Soltanto negli anni successivi ha iniziato ad abbassarsi, fino al record del 1994, quando l’età media effettiva scese a 57 anni. In sostanza, le generazioni nate prima della Seconda guerra mondiale, sono andate in pensione molto tardi anche per i nostri standard. I “baby boomers”, cioè coloro che sono nati subito dopo la guerra, e quelli nati immediatamente prima, hanno invece goduto di regimi pensionistici tra i più generosi d’Europa, le cui conseguenze vediamo ancora oggi. Le generazioni più giovani, cioè coloro che andranno in pensione tra qualche decennio, torneranno alle condizioni dei loro nonni e bisnonni, con pensioni che non scatteranno fin quasi ai 70 anni.

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