Cosa vuol dire “contumacia”

di Massimo Arcangeli

È sinonimo di isolamento, quarantena, ma il più delle volte lo leggiamo associato alla parola "condanna"

È abbastanza comune in italiano l’espressione mettere (o tenere) in contumacia, in cui il sostantivo, sinonimo di isolamento, segregazione, quarantena, ha tutto il senso di una costrizione: “condanniamo” in contumacia per un tempo determinato, al fine di evitare pericoli per la salute pubblica, cose o persone che riteniamo possano essere veicolo di malattie contagiose capaci di far esplodere epidemie. Abbiamo letto o sentito pronunciare tante volte anche l’espressione condanna (o condannare) in contumacia eppure molti, messi di fronte alla richiesta di spiegare il termine contumacia, avrebbero in questo caso serie difficoltà a rispondere in modo puntuale o a fornire una spiegazione soddisfacente. È questo, perlomeno, il risultato di un piccolo test nel quale ho coinvolto giorni fa un po’ di amici e conoscenti.

L’inglese contumacy e il tedesco Kontumaz, con il francese contumace e lo spagnolo contumacia, condividono qui la stessa origine del vocabolo italiano. La contumacia, nel diritto processuale, è la rinuncia a comparire dinanzi al giudice di un imputato (contumacia penale) o di una parte (contumacia civile). I diversi paesi non si comportano allo stesso modo quanto alla punibilità del contumace: se l’imputato o la parte non si presentano al dibattimento la legislazione di alcuni consente di emettere ugualmente un giudizio, la legislazione di altri non contempla invece questa possibilità. In passato, se si fa eccezione per il diritto romano, che ritenne irrinunciabile il contraddittorio, la contumacia è stata spesso considerata alla stregua di un’offesa alla corte (o alla giustizia) o un’ammissione di colpa.

Il secondo dei due significati di contumacia appena riportati è assai prossimo ai significati dell’identica parola latina, ereditati anche dall’italiano dei primi secoli e strutturati lungo una scala di valori semantici che da “durezza”, “fermezza”, “resistenza”, e poi ancora “riottosità”, “spirito di ribellione”, “renitenza”, “caparbietà”, “ostinazione”, giungono, in un crescendo d’intensità, a “superbia”, “arroganza”, “alterigia”, “insolenza”. Non è allora da escludersi, per il nome latino contumacia (e per l’aggettivo contumax: “fiero”, “fermo”, “inflessibile”, “arrogante”, ecc.), l’esistenza di una relazione con il verbo contemnere (“trascurare”, “disdegnare”, “disprezzare”). Si può avere avuto poca cura di una cosa anche solo perché si è indugiato nel compierla.

In questi due passi tratti da altrettante lettere, la prima indirizzata da Antonio Santini a Galileo (10 gennaio 1620) e la seconda scritta dal grande scienziato a Federico Cesi (23 settembre 1624), la contumacia è proprio indice di una trascuratezza dovuta al ritardo:

Hormai sarà tanta la mia contumacia, che non si potrà scusare.

Sono in contumacia con l’Ill.ma ed Ecc.ma S.ra Principessa per l’occhiale non ancora mandato.

(AA. VV., Le opere di Galileo Galilei, nuova ristampa della edizione nazionale sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica italiana Giuseppe Saragat, Firenze, Barbèra, 1966, vol. XIII, pp. 12, 209; prima ediz.: 1890-1909).

Alla vigilia del Festival “Parole in cammino” che si è tenuto ad aprile a Siena, il suo direttore Massimo Arcangeli – linguista e critico letterario – ha raccontato pubblicamente le difficoltà che hanno i suoi studenti dell’università di Cagliari con molte parole della lingua italiana appena un po’ più rare ed elaborate, riflettendo su come queste difficoltà si estendano oggi a molti, in un impoverimento generale della capacità di uso della lingua. Il Post ha quindi proposto ad Arcangeli di prendere quella lista di parole usata nei suoi corsi, e spiegarne in breve il significato e più estesamente la storia e le implicazioni: una al giorno.
Il nuovo libro di Massimo Arcangeli, “La solitudine del punto esclamativo“, è uscito il primo giugno per il Saggiatore.

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