Femminista, africana, scrittrice, e di passaggio in Italia

di Ludovica Lugli – @Ludviclug

La scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie ha partecipato al festival di Mantova, e ha incontrato persone che non sanno come prenderla

Le scrittrici Chimamanda Ngozi Adichie e Michela Murgia, insieme a un'interprete, al Festivaletteratura di Mantova, il 6 settembre 2017 (Festivaletteratura)

Chimamanda Ngozi Adichie racconta che all’aeroporto di Roma l’addetto al controllo dei documenti, dopo aver visto il suo passaporto nigeriano, l’ha trattata «come se stessi mentendo, ancora prima che dicessi qualcosa»: era «decisamente freddo e poco amichevole», e le ha chiesto di vedere il suo biglietto di ritorno negli Stati Uniti. Adichie considera il comportamento dei funzionari aeroportuali come un indicatore dell’accoglienza riservata alle persone con un passaporto come il suo nei paesi europei – «probabilmente dovrei scriverci un libro, sul viaggiare con un passaporto nigeriano» – e l’Italia non ha fatto una bella figura. Anche in Danimarca le cose erano andate allo stesso modo e l’ipotesi di Adichie è che sia successo perché in entrambi i paesi si fa un’associazione immediata tra “nigeriana” e “prostituta”.

«Io ho una posizione di privilegio quando si parla di classe. Non per quanto riguarda il genere e il colore della pelle. So cosa vuol dire fare parte della “classe degli oppressori” in molti modi. Ma la cosa interessante di arrivare in Italia oggi è che non avevo il privilegio legato alla mia classe sociale perché al funzionario dell’aeroporto non importava. Il mio passaporto dimostra quanto spesso io viaggi; a lui importava solo che io fossi nigeriana, cosa che per lui significava una sola cosa specifica».

Adichie racconta questo aneddoto a Mantova, di fronte a una grande platea al “Festivaletteratura” che vi si tiene ogni anno (per la maggior parte persone oltre i cinquant’anni, come nella maggior parte degli incontri di questo tipo: ma anche molti giovani, almeno tre dei quali neri), rispondendo a una domanda sulla differenza tra integrazione culturale e inclusione, e sul razzismo. Ha un completo gonna e camicetta nero con alcuni dettagli in verde chiaro e bianco, sopra al ginocchio, che lascia le spalle scoperte; sandali con il tacco alto, azzurri e pitonati; niente rossetto e capelli sciolti, voluminosi, tutti a destra. Gonna e camicetta sono di Gozel Green, un marchio nigeriano fondato da due sorelle gemelle: lo spiega il profilo Instagram di Adichie – gestito dalle sue nipoti – con cui la scrittrice dà informazioni sui suoi abiti, facendo pubblicità alla moda del suo paese.

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L’evento serale del Festivaletteratura dedicato ad Adichie, con Michela Murgia che la intervista, è tra i più attesi dell’edizione di quest’anno. Prima c’è una conferenza stampa con un ristretto gruppo di giornalisti: lei arriva un po’ in ritardo e stanca perché il suo volo da Washington non era puntuale, ma risponde con generosità alle domande anche se non vuole che le si facciano fotografie. Ci sono tre uomini e dieci donne tra i giornalisti e le domande sono quasi tutte sul femminismo, la ragione principale per cui dal 2013 si parla spesso di Adichie. Prima del suo arrivo una delle giornaliste – che ha cresciuto sua figlia senza imporle modelli femminili, e infatti ora fa un «un lavoro molto da uomo», occupandosi di manutenzione delle antenne – commenta che i libri di Adichie sul femminismo non dicono nulla di nuovo e si domanda perché abbia tanto successo tra le giovani donne.

Per chi vive fuori dalla bolla per cui il femminismo è una cosa attuale, Adichie, che in questi giorni compie 40 anni, è la scrittrice che dopo aver tenuto una conferenza TED intitolata Dovremmo essere tutti femministi è finita in una canzone di Beyoncé, “Flawless”, e su una maglietta di Dior da 550 euro. È diventata un’icona femminista e un viso molto noto sui giornali di tutto il mondo, arrivando anche a fare da testimonial per una linea di cosmetici britannica, ma era già molto famosa nel mondo dei libri per i suoi tre romanzi e i suoi racconti. Parla di diritti delle donne, differenze tra i generi ed educazione delle bambine in modo divulgativo e narrativo, senza usare la terminologia degli accademici che si occupano dei cosiddetti “gender studies”, e per questa ragione i suoi messaggi sono molto accessibili. Lo ha raccontato Giulia Siviero del Post e lo pensa la storica di Harvard Phyllis Thompson, che in un’occasione ha detto a BBC che fa leggere a tutti i suoi studenti Dovremmo essere tutti femministi (che è diventato anche un libricino, così come la lettera su come educare una bambina femminista Cara Ijeawele) e che anche se Adichie non dice nulla di nuovo lo fa in un modo che la rende «straordinariamente influente».

Per chi sapeva già queste cose, ma non conosce Adichie come scrittrice di narrativa, invece, lei ha scritto tre romanzi e una raccolta di racconti, Quella cosa intorno al collo, che è l’ultimo dei suoi libri usciti in italiano, per Einaudi come gli altri. Il suo romanzo di esordio si intitola L’ibisco viola e parla di una ragazza nigeriana di 15 anni, di etnia Igbo come Adichie, che scopre com’è la vita lontano dall’estremismo religioso (cattolico) di suo padre. Il suo secondo romanzo, Metà di un sole giallo, è ambientato negli anni Sessanta e racconta la storia di due sorelle della borghesia nigeriana Igbo prima e durante la Guerra del Biafra. Il suo terzo romanzo invece è Americanah: è ambientato tra gli anni Novanta e gli anni Duemila, sia in Nigeria che negli Stati Uniti, e oltre a essere una storia d’amore racconta cosa significhi essere una donna nera africana in America, dove Adichie vive per gran parte dell’anno. I suoi romanzi hanno avuto un grande successo in tutto il mondo, e in Nigeria in modo particolare. L’editore nigeriano di Adichie dice che la vera misura del successo editoriale nel paese è se un libro venga contraffatto o meno in Cina: i romanzi della scrittrice sono tra i libri che più di tutti vengono diffusi in questo modo, insieme alla Bibbia e ai libri di un predicatore cristiano americano.

I diritti cinematografici di Americanah sono stati acquistati per farne un film con Lupita Nyong’o e David Oyelowo (che era Martin Luther King in Selma), mentre da Metà di un sole giallo è stato fatto un film, che in Italia non è uscito, con Chiwetel Ejiofor (il protagonista in 12 anni schiavo), Thandie Newton (Maeve in Westworld) e John Boyega (Finn in Star Wars: Il risveglio della Forza).

Per chi infine si domanda come si pronunci, “Chimamanda Ngozi Adichie”: così, quasi come si scrive. Invece “Igbo”, la parola che indica una delle tre etnie principali della Nigeria e la sua lingua, si pronuncia senza dire la “g”, un po’ come se di “b” ce ne fossero una e mezzo.

Adichie è carismatica e divertente. Quando le domande le vengono poste in quel modo goffo che mostra come in Italia non ci sia una grande abitudine a parlare con gli intellettuali neri o comunque non europei, risponde a tono, ma anche dimostrando pazienza. Durante la conferenza stampa la giornalista madre dell’antennista le fa una domanda in cui dice «ci sono dei temi del femminismo che cozzano con la cultura africana da cui lei proviene». Adichie risponde «mi pare che ce ne siano che cozzano anche contro la cultura tradizionale italiana». Gli altri giornalisti ridono, quella che aveva fatto la domanda commenta con un «dipende». Poi Adichie, che mostra di essere informata sul problema italiano della violenza sulle donne, spiega che le discriminazioni sessuali e i modelli di genere imposti a bambine e bambini esistono in tutto il mondo. Pensa che dipendano più dalle religioni, sia dal cristianesimo che dall’Islam, che dalle culture; che interpretando il Corano e la Bibbia si può dire praticamente qualsiasi cosa. Si domanda anche se possa esistere un femminismo cristiano.

Adichie è cresciuta in una famiglia cattolica, e gli Igbo sono per la stragrande maggioranza cristiani: forse perché in Italia quando si parla di immigrazione si parla quasi sempre di Islam, però, le viene fatta una domanda sull’hijab e su quale sia la sua posizione di femminista su quelle tradizioni che riguardano le donne che non sono condivise dalle persone di origine europea. Adichie dice che «è facile avere un atteggiamento paternalistico nei confronti delle culture che non si capiscono», e di rispettare le singole donne che scelgono di mettere il velo per le loro convinzioni e non perché sono costrette. Che prima di occuparci del velo, dovremmo preoccuparci del femminicidio. Aggiunge anche che secondo lei quando in Europa si parla del velo, in realtà si sta parlando dell’Islam, non delle donne, e che questo succede perché esiste «un disagio europeo nei confronti dell’Islam, una paura dell’Islam». Una paura comprensibile perché «gli esseri umani sono conservatori» e «hanno paura del cambiamento».

Un’altra domanda è come può fare una persona bianca, in particolare europea, a interagire con le persone africane o di origine africana, sapendo molto poco sulle loro culture e sulla storia del loro paese ma avendo buone intenzioni e sincere curiosità, senza mostrarsi insensibile o prevenuta. Molti personaggi bianchi dei suoi libri – i fidanzati bianchi del racconto Quella cosa intorno al collo e di Americanah, a volte Richard di Metà di un sole giallo  – hanno proprio questo problema.

Prima di rispondere Adichie chiede quali siano i paesi da cui arrivano più persone in Italia: non sappiamo dirglielo con precisione, ma sono i paesi dell’Africa occidentale (tra cui la Nigeria) e il Bangladesh, mentre per quanto riguarda gli stranieri residenti in Italia le comunità più popolose sono quella rumena, quella albanese e quella marocchina. Poi consiglia: «Fai domande e semplicemente ascolta. L’ignoranza non è una cosa cattiva, siamo tutti ignoranti su qualcosa». E spiega: «Il sentimento di ostilità che provano alcune persone quando hanno a che fare con i bianchi del paese in cui sono andati a vivere dipende dal senso di superiorità e dall’arroganza che questi mostrano». Bisogna anche evitare l’atteggiamento di chi pensa «mi dispiace tanto per il fatto che vieni da quel terribile paese africano», consiglia. Per imparare qualcosa sui paesi africani – e riuscire a distinguerli, tra le altre cose – Adichie suggerisce di leggere giornali africani ma anche di seguire blog (un esempio), canali su YouTube e profili Instagram di artisti e musicisti africani. Le chiedo anche di consigliare altri scrittori e fa il nome del somalo Diriye Osman, che vive a Londra e parla soprattutto delle esperienze dei somali omosessuali, in Africa e nel Regno Unito.

Durante la conversazione con Murgia, Adichie torna a parlare di femminismo, in particolare dei canoni di bellezza, della moda e dei cosmetici, anche perché in Dovremmo essere tutti femministi lei si definisce – scherzando, come fa spesso nei suoi discorsi – una «Femminista Felice Africana Che Non Odia Gli Uomini e Che Ama Mettere il Rossetto e i Tacchi Alti Per Sé e Non Per Gli Uomini». «In verità mi interesso anche di altre cose», ci tiene a precisare, e infatti il suo ultimo articolo pubblicato sul New Yorker parla di Adolf Hitler e di come da bambina avesse letto Memorie del Terzo Reich dell’architetto nazista Albert Speer.

Si capisce che nonostante le sue rivendicate convinzioni femministe non debba essere facile essere diventata quel tipo di persona famosa da cui ci si aspetta che parli sempre dello stesso tema. Che in Italia le si facciano domande solo a quel proposito è più comprensibile che altrove: non c’è nessun personaggio davvero famoso e sotto una certa età che si sia dichiarato femminista, come è successo in altri paesi (anche se Chiara Ferragni ha indossato la maglietta di Dior e ne ha fatta una sua, non ha mai preso posizione su questioni femministe) e certe discussioni rimangono limitate a gruppi su Facebook e blog di ragazze.

Un’ultima cosa che non si può non dire di Adichie è che ha un sorriso illuminante ed è bellissima. Durante l’intervista Murgia le fa una domanda sulla lingua e sul sesso, per sapere quale sia la lingua dell’intimità per lei: «Hai mai fatto l’amore in igbo?». Adichie è reticente, ma la sua risposta sembra più un no che un sì, perché certe parole in igbo non esistono o sono troppo volgari per essere usate in certi contesti. «Le avrei detto che l’igbo io lo parlo», commenta un uomo con gli amici.

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