80 euro

Come si capisce se gli “80 euro” sono serviti?

Se ne discute in questi giorni per via di uno studio pubblicato dalla BCE, ed è una questione che riguarda tutte le grandi misure economiche

80 euro

Negli ultimi giorni si sta discutendo molto di uno studio pubblicato dalla Banca Centrale Europea, ma realizzato da alcuni ricercatori della Banca d’Italia, in cui si analizza l’effetto sull’economia italiana del bonus da 80 euro, una delle misure più famose decise dal governo Renzi, e una delle più criticate. Secondo gli esponenti del PD, lo studio dimostra il successo del bonus, mentre altri usano gli stessi numeri per parlare di un fallimento. La questione, quindi, è diventata una più ampia discussione su come e se si possa misurare in maniera oggettiva il successo di un intervento economico di quel tipo.

Prima di cominciare facciamo un po’ di storia. Gli “80 euro” sono un bonus annunciato da Matteo Renzi subito prima delle elezioni Europee del 2014 e introdotto dal suo governo subito dopo il voto. Lo ricevono, mensilmente, tutti i lavoratori dipendenti che guadagnano più di 8 mila e meno di 24 mila euro (fino a 26 mila euro si ricevono frazioni del bonus in questione). In tutto, circa 10 milioni di persone ricevono il bonus. La misura è stata ampiamente celebrata dal PD e Renzi l’ha addirittura definita il più grande taglio di tasse nella storia del nostro paese. I suoi critici, invece, hanno accusato il bonus di essere una mancia elettorale studiata male e messa in campo in fretta per ottenere un buon risultato alle elezioni.

Uno dei metodi più semplici per capire chi ha ragione è cercare di scoprire che fine hanno fatto questi 80 euro: le famiglie che li hanno ricevuti hanno preferito risparmiarli, temendo che fosse solo una mancia temporanea, oppure li hanno spesi beneficiando così il resto dell’economia? Fino a pochi mesi fa, i difensori degli 80 euro utilizzavano un sondaggio in cui le famiglie che avevano ricevuto il bonus dicevano di averne speso in media il 90 per cento, un ottimo risultato quindi. Il nuovo studio, però, realizzato con modalità diverse, smentisce in parte quest’affermazione. I tre ricercatori che lo hanno realizzato scrivono che il bonus da 80 euro è stato speso per il 50-60 per cento.

Nello studio, i ricercatori della Banca d’Italia scrivono anche che le famiglie a più basso reddito hanno speso una percentuale più alta del bonus, fino all’80 per cento, una riflessione che porta ad un altro punto delle critiche al bonus, cioè che sia stato elargito anche e soprattutto a chi non ne aveva bisogno. Come abbiamo visto, i più poveri tra i poveri, cioè gli incapienti, coloro che guadagnano meno di 8 mila euro all’anno, non hanno ricevuto il bonus. Per permetterne una rapida approvazione, infatti, il bonus è stato disegnato come un credito di imposta IRPEF: in sostanza è una sorta di “sconto fiscale” per coloro che pagano le imposte sul reddito. Gli incapienti però non pagano imposte e quindi non possono ottenere il bonus.

Questo ha portato alla paradossale situazione in cui si sono trovati coloro che pensavano di avere un reddito superiore a 8 mila euro l’anno, hanno ricevuto il bonus per parte dell’anno e poi, a causa di un’interruzione del loro rapporto di lavoro ad esempio, si sono trovati sotto la soglia di incapienza e hanno quindi dovuto restituire il bonus. Certo, chi si è trovato in questa situazione si è visto restituire l’IRPEF che aveva pagato e che non avrebbe dovuto pagare, ma questo ha causato comunque molte difficoltà, perché il bonus andava restituito subito, mentre il credito IRPEF maturato veniva restituito dallo stato solo in un secondo momento.

Anche escludendo gli incapienti, comunque, lo studio mostra che la distribuzione degli 80 euro non ha favorito i più sfortunati. Le persone con reddito tra gli 8 e i 9 mila hanno percepito circa il 10 per cento del totale delle risorse assegnate dal bonus. I più ricchi, quelli con un reddito superiore ai 25 mila euro, hanno ricevuto il 17 per cento delle risorse. Lo schema qui sotto, tratto dallo studio pubblicato dalla BCE, mostra chiaramente che al crescere del reddito aumenta di pari passo la proporzione di risorse ricevute. In altre parole, i più ricchi tra quelli interessati dal bonus hanno ricevuto sistematicamente più risorse dei più poveri.

Distribuzione 80 euro

A questo bisogna aggiungere un altro dato interessante: più persone lavorano all’interno di una famiglia, più è probabile che quella famiglia abbia ricevuto il bonus. Il 43,7 per cento delle famiglie che hanno ricevuto gli 80 euro hanno al loro interno ben quattro percettori di reddito, mentre soltanto il 14,8 per cento è composto da famiglie monoreddito, quelle che si trovano nella situazione economica più difficile e che hanno ricevuto anche meno soldi grazie al bonus degli 80 euro.

Tutte queste considerazioni non significano che il bonus da 80 euro sia stato completamente inutile, come sostengono i critici più severi della misura. I tre ricercatori, infatti, scrivono che «nel complesso, i risultati delle nostre indagini suggeriscono che il bonus degli 80 euro ha avuto un impatto macro-economico significativo». Dopotutto si è pur sempre trattato di un corposo trasferimento di risorse dallo stato ai cittadini. Secondo lo studio, nel corso del 2014, quando per il bonus vennero speso 5,9 miliardi, i consumi sono aumentati di 3,5 miliardi di euro. In altre parole, il 40 per cento degli aumenti dei consumi delle famiglie interessate dalla manovra è stato causato proprio dal bonus.

Questo porta alla questione più generale. Per misurare l’efficacia di un intervento pubblico non basta guardare ai suoi effetti immediati, bisogna guardare a quello che gli economisti chiamano “equilibrio economico generale”. Proviamo a fare un esempio. Immaginiamo che un governo decida di intraprendere una misura economica folle e costosa: ad esempio, distribuire penne d’oro a tutti gli impiegati della pubblica amministrazione. Se misurassimo gli effetti di questa manovra andando a vedere i risultati delle industrie che producono penne d’oro saremmo inclini a pensare che la manovra sia stata un successo: quelle aziende, infatti, avrebbero assunto nuovo personale e aumentato i fatturati. Ma per sapere veramente se è stata una manovra efficiente dovremmo anche chiederci se non si potevano spendere meglio quei soldi. Magari, acquistando nuovi computer non solo si sarebbe aiutato l’industria dei computer, ma si sarebbe resa più efficiente la pubblica amministrazione, ottenendo così due effetti positivi.

È quello che ha cercato di spiegare qualche giorno fare Riccardo Puglisi, professore associato di economia all’Università di Pavia.

Come ha scritto sul Sole 24 Ore Maurizio Sgroi: «Insomma, alla fine dei conti – 5,9 miliardi spesi per fare aumentare i consumi di 3,5 miliardi – la sensazione è che il bonus abbia aiutato la nostra crescita, ma resta un dubbio: spendere lo 0,4 per cento del Pil è stato un buon affare? E su questo ognuno avrà le sue opinioni».

Secondo Renzi e il PD, ovviamente lo è stato. Anche perché, lo hanno più volte ripetuto, gli 80 euro sono stati disegnati in questa maniera consapevolmente. Il loro scopo era introdurre uno sconto fiscale da mettere in atto rapidamente, che fosse facile da riconoscere nella propria busta paga e che fosse semplice da ricordare. Studiare un complesso sistema di detrazioni fiscali che favorisse i più poveri in maniera progressiva avrebbe tolto alla misura l’impatto mediatico che hanno avuto gli 80 euro.

Questa scelta però ha reso gli 80 euro meno efficaci di come sarebbero stati se fossero stati mirati in maniera più specifica alle fasce più deboli della popolazione. E ha introdotto anche un ultimo potenziale problema, come hanno notato diversi economisti in questi giorni. Come sono stati facili da introdurre, ricordare e riconoscere, così gli 80 euro sono oggi facili da eliminare. Se un futuro governo si trovasse in cattive acque e avesse bisogno di tagliare in fretta una decina di miliardi di euro, sopprimere il bonus da 80 euro sarebbe la via più facile. Sarebbe sufficiente sopprimere i pochi articoli di legge che li hanno introdotti, senza nemmeno il rischio di danneggiare le fasce più deboli della popolazione.

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