• Moda
  • lunedì 11 settembre 2017

Una storia di plagio nella moda finita bene

Gucci era stata accusata di aver copiato un leggendario stilista degli anni Novanta di Harlem, ora lo aiuterà a riaprire il suo storico negozio

Nel mondo della moda i motivi ricorrenti di indignazione sono soprattutto tre: l’eccessiva magrezza delle modelle; la stravaganza di molti vestiti, giudicati importabili e follemente costosi; le polemiche sulla contraffazione e sul chi ha copiato chi, che ricorrono in tutto il mondo dell’arte. Negli ultimi mesi Gucci è stata al centro di quest’ultimo tipo di controversia: da una parte ha accusato l’azienda di fast fashion Forever21 di aver riprodotto il suo riconoscibile nastro su giacche e magliette; dall’altra è stata accusata di aver copiato una famosissima giacca inventata nel 1989 dal leggendario, come si dice in questi casi, Dapper Dan.

In Italia non è molto conosciuto, ma Dapper Dan è considerato tra i padri dello stile hip-hop afroamericano grazie al suo negozio ad Harlem, aperto dal 1982 al 1992, spesso 24 ore su 24 ogni giorno della settimana, dove Dan – il cui vero nome è Daniel Day – vendeva abiti che creava lui stesso spesso riutilizzando e trasformando vestiti, stoffe e accessori di grandi marche, oppure imprimendo loghi fasulli su giacche e borsoni: c’erano pellicce, accessori, giacche in pelle e carte da parati commissionate dai suoi clienti con sopra marchi falsi. «Era contraffazione elevata ad arte. – scrive il New York Times – Day faceva le sue borse Gucci, Louis Vuitton e Fendi per clienti come Mike Tyson, LL Cool J e Eric B. e Rakim in stili e taglie che le aziende di lusso non offrivano». Dan, che doveva ricorrere alla contraffazione perché le grosse aziende non gli avrebbero venduto i vestiti di alta moda, inventò un nuovo modo di giocare con i marchi, che poi venne ripreso dalle grandi aziende di moda, e allo stesso tempo rese accessibii quelle marche alle persone afroamericane, che spesso in quei negozi non trovavano nemmeno le taglie adatte a loro.

La polemica era nata attorno a una giacca disegnata da Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, presentata nella cruise collection sfilata a Firenze, lo scorso maggio: la giacca, ricoperta di loghi di Gucci, ricorda moltissimo quella che nel 1989 Day disegnò appositamente per l’atleta olimpica afroamericana Dian Dixon, che era però ricoperta di piccoli marchi Louis Vuitton. In molti accusarono Michele non solo di plagio ma di appropriazione culturale, e Dixon pubblicò su Instagram le foto delle giacche chiedendo a Michele di attribuirla a Dan.

Michele intervenne per dire che non si trattava di un plagio ma di un semplice omaggio, e che dava per scontato che gli esperti avrebbero riconosciuto il richiamo al lavoro di Day senza che dovesse esplicitarlo, esattamente come riconoscevano l’influsso dei quadri rinascimentali di Botticelli o di Bronzino. Altri avevano fatto notare che Day era stato il primo a copiare i loghi delle grandi aziende di lusso e ad appropriarsene.

Gucci si è comunque dato da fare per rimediare e ha contattato Day, come ha raccontato in un’intervista al New York Times a giugno: la notizia di oggi è che tutto il gruppo di design di Gucci è andato a Harlem e ne è venuta fuori una grossa collaborazione. Non solo Day è il protagonista della campagna pubblicitaria dei vestiti tagliati su misura di Gucci, fotografata da Glen Luchford, ma disegnerà una collezione che verrà venduta nei negozi di Gucci in tutto il mondo dalla prossima primavera. Infine, Gucci aiuterà Day a riaprire il suo negozio a Harlem: sarà uno studio per vestiti su commissione, Gucci fornirà la materia prima e le stampe originali dei loghi.

Dapper Dan nella campagna pubblicitaria di Gucci 2018 (Gucci/Glen Luchford) Daniel Day nella campagna pubblicitaria di Gucci 2018 (Gucci/Glen Luchford)

È un cerchio che si chiude: da un lato uno stilista underground che ha creato un’identità culturale falsificando marchi di lusso, dall’altro uno stilista di alta moda che copia il suo stile per parlare alla generazione hip hop afroamericana; e ancora, da un lato le grandi aziende di moda che negli anni Novanta fecero chiudere una boutique per controversie legali, e vent’anni dopo una grande azienda di moda che la riapre e ci collabora, fornendole pelli, borse e loghi originali. «Quando aprii il negozio – ricorda Day – non potevo farci arrivare i capi firmati, nessuno me li vendeva. Stiamo parlando del 1982. Ora è il 2017. È passato tanto tempo. Che siano due mondi diversi, l’ho accettato. All’epoca mi bastava soddisfare la gente della mia comunità»

Gucci-1 Daniel Day nella campagna pubblicitaria di Gucci 2018 (Gucci/Glen Luchford)

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