Record Number Of Migrants Flowing Into Hungary Across Its Borders With Serbia
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  • sabato 9 settembre 2017

Manuale di conversazione sui migranti

di Luca Misculin – @lmisculin

Ne stiamo parlando da mesi, tra fatti contraddittori, notizie false e propaganda: se volete capirci qualcosa, cominciate da qui

Record Number Of Migrants Flowing Into Hungary Across Its Borders With Serbia
Un gruppo di migranti cammina dopo essere entrato in Ungheria dalla Serbia nei pressi del paese di Roszke, 29 agosto 2015 (Matt Cardy/Getty Images)

Questa estate, come spesso è avvenuto negli ultimi anni, le grandi migrazioni della nostra epoca sono tornate sulle prime pagine dei giornali, nei dibattiti in tv e nelle conversazioni di ogni giorno. Sono successe un mucchio di cose: abbiamo passato settimane a parlare del “codice di condotta” delle ong, del calo degli sbarchi, dell’affidabilità del governo libico appoggiato dall’Unione Europea e delle misure controverse prese dal governo italiano. Ne sono successe talmente tante che è stato difficile stare dietro a tutto e ricomporre i vari pezzi della storia. E come accade spesso per le questioni complesse e controverse, su cui circolano decine e decine di storie false e dati imprecisi, è facile rifugiarsi dietro convinzioni che prescindono dai fatti, diffuse magari in modo strumentale da politici o dalla stampa. Per rimediare abbiamo compilato una specie di “manuale di conversazione”: per avere gli strumenti giusti per affrontare in modo informato una discussione sull’immigrazione, quali che siano le vostre opinioni, e depurare il dibattito da parole come “buonismo” – che non esiste – e da teorie infondate.

Quanti migranti arrivano, da dove, e perché
Nel 2016 sono arrivati in Italia via mare 181.436 migranti. È il numero più alto di sempre, ma sono cifre più o meno stabili dall’inizio del nuovo flusso migratorio che parte dal Nord Africa, iniziato da almeno quattro anni: per questo secondo molti non è il caso di parlare di “emergenza migranti”, visto che una situazione non è di emergenza se si protrae così a lungo. Quest’anno, secondo una proiezione dell’ISPI che tiene conto della diminuzione di sbarchi delle ultime settimane, arriveremo più o meno intorno ai 140mila. L’Italia è l’unico paese europeo che riceve un flusso migratorio stabile via mare: il traffico dalla Turchia verso la Grecia si è sensibilmente ridotto in seguito alla chiusura della cosiddetta “rotta balcanica”, a partire dalla metà del 2016.

arrivi2 I dati sugli arrivi dal 2014 ad oggi: l’80 per cento degli arrivi in Grecia si concentra nel 2015, l’anno della rotta balcanica

Buona parte dei migranti arrivati negli ultimi due anni proviene dall’Africa subsahariana, in particolare da paesi come Nigeria, Costa d’Avorio, Guinea, Senegal, Eritrea e Sudan. Un dato in apparenza sorprendente è quello dei migranti provenienti dal Bangladesh, un paese al confine con l’India, da cui arriva circa un migrante su 10 fra quelli che sbarcano in Italia: molti di loro emigrarono in Libia per lavoro anni fa, prima della guerra civile, e da qualche anno si sono ritrovati senza molte alternative. I siriani non hanno mai frequentato molto la rotta dal Nord Africa e compongono poco più del 2 per cento delle persone che sbarcano in Italia.

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I migranti che arrivano via mare in Italia sono spinti da ragioni diverse: alcuni scappano da una guerra civile, come i siriani e gli iracheni, altri da un regime particolarmente oppressivo, come gli eritrei e i somali, altri ancora da un territorio minacciato dal terrorismo islamico come afghani, pakistani, e nigeriani. Buona parte di loro cerca di raggiungere l’Italia e l’Europa in cerca di un lavoro migliore: è il caso di migranti che arrivano dal Nord Africa, come marocchini e tunisini, o da paesi più stabili di altri come Ghana e Costa d’Avorio (dove però il lavoro potrebbe mancare per ragioni legate al cambiamento climatico).

Un po’ di dati: quanti migranti ci sono in Italia, e dove
Capiamoci, intanto: quando parliamo di “migranti” non parliamo genericamente di “stranieri”. Parliamo di persone che sono arrivate in Italia e hanno fatto richiesta di asilo sulla base della loro condizione (quindi non chi ha già un permesso di soggiorno, non chi è temporaneamente qui per motivi di studio o di lavoro, non chi è qui perché ha sposato una persona italiana, non chi è qui e non ha fatto richiesta di asilo, eccetera).

Alla prima domanda non abbiamo risposta: da aprile il ministero degli Interni non fornisce più questo dato fra le statistiche che rende pubbliche ogni mese. Gli ultimi dati ufficiali risalgono al 31 marzo: secondo il ministero fino a quel momento risultavano 176.523 migranti nelle strutture di accoglienza, di cui 152mila nelle strutture di prima accoglienza e nei centri temporanei – detti CAS – e 23mila nelle strutture di seconda accoglienza e inserimento nella società, detti SPRAR.

dai migranti

Tutti i migranti che arrivano in Italia fanno la cosiddetta “richiesta di asilo”, altrimenti vengono rimandati quasi subito nel proprio paese. Più correttamente, queste persone richiedono una forma di protezione internazionale, dato che l’asilo politico è solo una di quelle disponibili (per comodità, le persone che fanno queste richieste vengono comunque definite “richiedenti asilo”). L’Italia è obbligata – lo prevede la Costituzione all’articolo 10 – a dare asilo politico allo «straniero al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana». Secondo i dati dell’agenzia ONU per i rifugiati, alla fine del 2016 circa 99mila di persone in Italia erano ancora in attesa di una risposta alla loro richiesta di protezione internazionale. Nello stesso anno le autorità italiane l’hanno concessa a circa 35mila persone, il 40 per cento di quelle che ne avevano fatto richiesta.

È tanto? È poco? Parlare in questi termini è un po’ scivoloso, visto che non ci sono quote: l’asilo politico per chi lo merita è un diritto, non una concessione, ogni singolo caso ha la sua storia e alla decisione finale contribuiscono molti fattori diversi, fra cui la composizione della commissione che esamina la richiesta. È difficile trarre delle conclusioni nette da un numero che nasconde una situazione così complessa.

Uno dei dati che invece il ministero aggiorna di frequente è quello della distribuzione dei richiedenti asilo nelle varie regioni italiane: secondo stime di pochi giorni fa, la regione che ne ospita di più è la Lombardia, che al momento accoglie il 13 per cento di quelli presenti nel circuito dell’accoglienza. Complessivamente nelle regioni del Nord si concentra oltre il 40 per cento dei migranti; in alcune regioni del Centro e del Sud, invece, la presenza dei richiedenti asilo è praticamente irrilevante.

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I migranti arrivati via mare che si trovano in Italia però sono molti di più dei 176mila ospitati dalle strutture pubbliche: ci sono le persone che hanno ricevuto una forma di protezione internazionale – che quindi hanno pieno diritto di restare in Italia – e non abitano più in una struttura di accoglienza, e possiamo ipotizzare che siano qualche decina di migliaia. Poi ci sono i migranti che possiamo definire “clandestini”, cioè quelli che non hanno avanzato una richiesta di protezione o non ne hanno avuto diritto: a Roma, una delle città più frequentate dalle persone in questa situazione, si stima che ce ne siano migliaia.

«Vivono negli hotel di lusso con 35 euro al giorno»

Falso.

È una delle accuse più diffuse che circolano sui richiedenti asilo ospiti del sistema di accoglienza italiano: è stata smentita più volte, eppure periodicamente viene ripresa da politici e attivisti italiani, solitamente di destra.

La storia degli alberghi è stata smontata, tra le altre cose, da un’inchiesta di Giulia Siviero e Gianni Barlassina pubblicata dal Post nel settembre 2016. È vero che migliaia di migranti vengono ospitati in alberghi, che però

a) non si possono certo definire di lusso: siamo andati a vederli
b) vengono messi a disposizione dagli stessi proprietari per lavorare e aumentare le proprie entrate.

I richiedenti asilo, inoltre, non rimangono negli alberghi per sempre: di solito vengono ospitati qualche mese e vengono trasferiti non appena si liberano dei posti in una struttura più adatta all’accoglienza e integrazione (a volte sono necessari anche tre anni per ricevere una risposta alla propria richiesta).

– per approfondire: I posti dove ospitiamo i migranti, di Giulia Siviero e Gianni Barlassina

Anche la storia dei 35 euro al giorno è falsa: non esiste alcuno “stipendio”. Funziona così: le strutture che ospitano i richiedenti asilo anticipano tutti i costi per il loro mantenimento, cioè principalmente vitto e alloggio e pocket money, una piccolissima somma – 2,5 euro al giorno – che viene consegnata all’ospite per le sue esigenze personali.

Lo Stato rimborsa la struttura solo in un secondo momento, versandole 35 euro per ogni persona ospitata, moltiplicati per i giorni in cui è rimasta nella struttura. I 2,5 euro, gli unici che finiscono nelle tasche dei richiedenti asilo, sono solo una piccola parte dei 35 euro. Gli altri soldi servono alla struttura per pagare i propri dipendenti, il proprietario dell’edificio e il servizio di catering, per rimanere alle necessità più strette. Sono imprese che danno lavoro a molte persone (nella grandissima parte dei casi italiane, peraltro).

open migration

Certo, esiste un certo margine perché alcune associazioni o cooperative che gestiscono le strutture – soprattutto quelle straordinarie, che spesso vengono aperte frettolosamente – facciano la cresta, come si dice, risparmiando sul trattamento che offrono ai richiedenti asilo o truccando i numeri delle presenze. Una delle più inguaiate è la Ecofficina, una cooperativa veneta che si occupava di rifiuti ma che in poco tempo si è specializzata nella gestione di centri di accoglienza (fra cui quello in cui è avvenuta la cosiddetta “rivolta” degli ospiti a Conetta, in provincia di Venezia). Le terribili condizioni dei suoi centri sono state spesso criticate dalle altre cooperative, e da più di un anno è coinvolta in due inchieste della procura di Padova e Rovigo per maltrattamenti ai migranti e presentazione di documenti falsi.

«Non riusciamo a occuparci degli italiani, figuriamoci di loro»

È una frase che non ha senso: le ragioni della sofferenze degli italiani, dove ci sono, non hanno niente a che fare con i migranti.

Le frasi come questa contengono una struttura che viene definita “falso dilemma”: chi le usa vuole far credere che esistano solamente due soluzioni e che solo una delle due sia percorribile. Far funzionare un paese e accogliere i migranti non sono opzioni alternative: l’Italia è uno dei paesi più ricchi e industrializzati al mondo, che può assorbire i costi straordinari dell’accoglienza e integrazione di questi anni senza patemi. Nel 2016 il ministero dell’Economia ha detto di aver speso circa 3,6 miliardi di euro netti fra operazioni di soccorso e protezione dei migranti arrivati in Italia: sembra un numero enorme, ma corrisponde solamente allo 0,22 per cento del PIL. Per avere un termine di paragone: solo per mantenere le proprie forze armate l’Italia spende ogni anno sette volte tanto, cioè l’1,4 per cento del PIL.

La nostra economia, inoltre, non può privarsi dei benefici dell’immigrazione e dell’inserimento degli stranieri nella società. Per prima cosa, i lavoratori stranieri sono mediamente più giovani e meno istruiti di quelli italiani, cosa che li porta ad accettare mansioni che sono state progressivamente abbandonate dai lavoratori italiani: non sono lavori sottratti agli italiani, sono lavori che gli italiani non vogliono fare, con o senza gli stranieri. L’ultimo rapporto annuale sul mercato del lavoro dei migranti (PDF) compilato dal ministero del Lavoro lo spiega bene, con i dati, e parla di “indispensabilità”:

«Oggi, nel caso di alcune specifiche mansioni, per i cittadini stranieri è possibile parlare di indispensabilità, visto anche l’effetto compensativo che essi esercitano in buona parte dei settori di attività economica: negli ultimi anni, infatti, la crescita dell’occupazione straniera ha in parte controbilanciato la perdita di occupazione nativa»

Un’altra ragione della necessità dell’inserimento degli stranieri nel mercato del lavoro italiano l’ha spiegata pochi mesi fa Tito Boeri, presidente dell’INPS, l’ente che si occupa delle pensioni. Secondo una simulazione fatta dall’istituto, se bloccassimo l’arrivo di stranieri da paesi extra-UE da oggi al 2040 l’INPS perderebbe in totale 38 miliardi di euro. Bisognerebbe alzare moltissimo le tasse e l’età pensionabile, insomma, se non ci fossero i lavoratori stranieri. I motivi per cui i lavoratori stranieri sono così importanti per la sostenibilità del sistema pensionistico sono due, come abbiamo raccontato sul Post qualche mese fa:

La prima è che sono giovani – molto più giovani, in media, dei lavoratori italiani – quindi lavoreranno a lungo e verseranno parecchi contributi prima di arrivare al momento in cui riceveranno la pensione. La seconda ragione è che solo una parte del totale degli immigrati rimane nel nostro paese fino all’età in cui matura la pensione. Nella sua relazione del 2016, Boeri ricordava che a causa di questo fenomeno gli immigrati hanno regalato all’Italia un punto di PIL, circa 15 miliardi di euro, sotto forma di contributi che non saranno mai riscossi. Ogni anno questa cifra è pari a circa 300 milioni di euro ed è destinata ad aumentare, come ha scritto Boeri nella relazione di quest’anno, fino a quasi due miliardi di euro l’anno nei prossimi 20 anni.

«I rifugiati vanno bene, i migranti economici no»

È una posizione che sta guadagnando una certa popolarità, soprattutto da quando è stata proposta dal nuovo presidente francese Emmanuel Macron. L’idea è che esistano alcune categorie di persone che arrivate in Europa potranno sicuramente ricevere diritto di asilo perché stanno scappando da una guerra – i siriani, per esempio – e altri che provengono da paesi stabili e sono solamente in cerca di un lavoro migliore.

La realtà è più sfumata di così. Il punto di partenza di questa conversazione, intanto, è che qualunque siano le motivazioni di chi viene in Italia, lo ha fatto sapendo che sarebbe probabilmente morto durante il viaggio verso la Libia o durante la traversata. Pensate a quali motivazioni vi spingerebbero a fare qualcosa che probabilmente provocherà la vostra morte.

Inoltre, «le ragioni dietro a una migrazione stanno su più piani: non sono facili da sistemare in due scatole, “economiche” e “asilo politico”. È troppo semplicistico e non può funzionare», ha spiegato al New Statesman Maryse Tripier, che insegna sociologia dell’immigrazione alla Université Paris Diderot. Entrambe le categorie sono diventate inadeguate per descrivere la condizione in cui può trovarsi ciascun migrante che arriva in Europa.

Prendiamo il caso della Nigeria, il paese da cui proviene la maggior parte dei richiedenti asilo arrivati in Italia nel 2017 (circa 15mila su 72mila, secondo dati di Eurostat). Un ragazzo che arriva dalla Nigeria può essere scappato perché nella sua città non c’è lavoro: magari perché i terreni agricoli sono stati già danneggiati dal cambiamento climatico – la Nigeria è considerata uno dei dieci paesi più vulnerabili per via del riscaldamento globale – oppure perché le aziende hanno paura a investire in un’area minacciata da Boko Haram, uno dei gruppi terroristici più potenti e brutali al mondo.

Entrambe queste ragioni si pongono a metà fra le definizioni attuali di “migrante economico” e “rifugiati” (che infatti secondo alcuni dovrebbe essere ampliata per comprendere anche casi del genere): i nigeriani scappano dalla guerra o dalla povertà? Non è possibile rispondere a questa domanda. Se si guarda con queste lenti a ciascun paese di origine dei migranti del flusso attivo in questi anni, praticamente nessuno può essere considerato davvero stabile o privo di minacce.

«Vuol dire che dobbiamo accoglierli tutti?»

Questa domanda ha delle premesse sbagliate: nessuno ci chiede di accoglierli tutti. Lo ha spiegato al Post Maurizio Ambrosini, che insegna sociologia delle migrazioni all’università degli Studi di Milano e che dirige la rivista Mondi Migranti.

«La domanda presuppone che tutti gli africani, in numeri enormi, vogliano venire qui», spiega Ambrosini. È una convinzione sbagliata e un po’ euro-centrica. La migrazione, dice Ambrosini, «dipende dal possesso di risorse: economiche in primo luogo, culturali, cognitive, sociali, di contatti e reti coi luoghi di destinazione». È per questo che moltissime persone che migrano dai paesi africani rimangono dentro ai confini dell’Africa, inserendosi in tragitti migratori già stabilizzati. Il fenomeno della migrazione verso gli Stati Uniti e l’Europa è un fenomeno relativamente nuovo e ancora minoritario in diversi paesi africani.

migraz Le principali destinazioni dei migranti africani nella storia recente, da uno studio pubblicato nel gennaio 2016 dalla rivista specializzata Comparative Migration Studies

È vero che l’emigrazione verso l’Europa sta aumentando, come dimostra il flusso di questi anni: ma i numeri sono ancora piuttosto contenuti, dato che parliamo al massimo di alcune decina di migliaia di persone ogni anno. Sono cifre che potrebbero essere facilmente assorbite dai ricchi paesi occidentali che i migranti africani scelgono come destinazione. «L’idea che ci sia un’invasione incontenibile non è affatto vera», spiega Ambrosini.

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Una tabella dell’International Centre for Migration Policy Development sulle principali destinazioni dei migranti che provengono dall’Africa occidentale. I dati si riferiscono al 2010

Fra l’altro l’immigrazione in Europa o negli Stati Uniti rimane una prerogativa di pochi, anche perché costosa e piena di difficoltà: molte delle persone che vivono in situazione di profondo disagio o difficoltà sono costrette a rimanere nel proprio paese perché non hanno i mezzi per trasferirsi.

«Ecco, perché non li aiutiamo a casa loro?»

Lo stiamo già facendo, da qualche tempo: nonostante i primi a chiedere di “aiutarli a casa loro” siano spesso anche i primi a chiedere di tagliare i fondi per la cooperazione e lo sviluppo.

Tralasciando la sgradevolezza dell’espressione, l’idea di disincentivare l’immigrazione provando a promuovere la stabilità e l’economia dei paesi di origine dei migranti è molto rispettata: negli ultimi tempi si sta seguendo con più continuità anche in Unione Europea, che due anni fa creò il cosiddetto “Fondo fiduciario di emergenza dell’UE per l’Africa” proprio a questo scopo. I paesi interessati sono quelli più instabili fra l’Africa settentrionale e centrale – fra cui anche Eritrea, Nigeria, Senegal e altri paesi di origine di migliaia di migranti – e il primo obiettivo è avviare “programmi economici che creano opportunità di lavoro, in particolare per i giovani e le donne”.

Gli stessi principi e finalità sono stati ripresi dal Piano di investimenti UE per l’Africa, approvato a inizio estate dal Parlamento Europeo, che ha stanziato 3,3 miliardi di euro fino al 2020 e ipotizzato di potere mobilitare 44 miliardi di investimenti privati.

Esistono però due problemi: il primo è che le autorità europee fanno spesso fatica a trovare i soldi per progetti ambiziosi e politicamente poco spendibili come questo. Dire che si sono spesi tantissimi soldi in Africa non fa guadagnare voti (nemmeno quelli di chi dice “aiutiamoli a casa loro”). Il Fondo di emergenza del 2015, per esempio, era stato accolto positivamente dagli stati dell’Unione, ma negli ultimi tempi ha avuto vari problemi di finanziamento: doveva disporre di 2,87 miliardi, ma stando ai dati disponibili a luglio 2017 erano stati messi a disposizione solamente 378,5 milioni di euro (cioè il 13 per cento del totale). Altro problema: esistono diversi pareri scettici sull’efficacia di questi fondi, che secondo alcuni contribuiscono a rafforzare le élite locali di paesi che hanno già grossi problemi di corruzione e distribuzione delle risorse.

africa fondo

Un’altra ipotesi, contenuta in un recente studio sulla migrazione dall’Africa ma diffusa da tempo, sostiene che lo sviluppo economico e sociale «corrisponda ad un aumento dell’immigrazione e a un allargamento del raggio delle destinazioni». Secondo questa tesi più un paese esce da una condizione di sottosviluppo e più la sua popolazione ambisce a una vita migliore, rendendosi disponibile anche a emigrare pur di ottenerla. Se le cose stanno davvero così, significa che l’immigrazione dai paesi africani va semplicemente gestita come una delle numerose conseguenze del loro sviluppo economico e sociale, appoggiato dalla gran parte del mondo occidentale.

«L’Europa ci sta lasciando da soli ad affrontare il problema»

Questo è vero, almeno in parte.

L’Unione Europea ha dato dei soldi all’Italia per aiutarla a gestire il flusso – sono previsti fondi per 592 milioni di euro dal 2014 al 2020, oltre a 146 milioni di aiuti straordinari – e partecipa alle operazioni di soccorso con l’agenza europea Frontex. Ma l’agenzia Frontex ha un ruolo molto marginale e il governo italiano spende molto di più di quello che riceve per gestire un problema che è europeo e non italiano. L’Italia è l’unico paese europeo tenuto ad accollarsi due compiti molto importanti: la prima accoglienza dei migranti che sbarcano via mare e l’esame delle loro richieste di protezione internazionale.

Riguardo al primo dei due oneri, in base alle leggi in vigore non si può fare molto. Le ong che soccorrono i migranti seguono la cosiddetta convenzione di Amburgo del 1979 e altre norme sul soccorso marittimo, che prevedono che gli sbarchi debbano avvenire nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. È per questo che le ong trasportano in Italia – e solo in Italia – tutte le persone che soccorrono nei pressi della Libia: i porti italiani sono semplicemente i più vicini e sicuri.

L’Italia invece è tenuta a esaminare tutte le richieste dei migranti che sbarcano via mare per via della Convenzione di Dublino, un trattato dell’Unione Europea entrato in vigore nel 1997 che stabilisce chi debba occuparsi di una richiesta d’asilo avanzata in uno stato dell’Unione. Il criterio principale della Convenzione prevede che in assenza di legami familiari accertati, lo Stato che si fa carico della domanda e dell’accoglienza è il primo in cui il richiedente asilo mette piede: cioè l’Italia, per tutti quelli che arrivano via mare.

Negli anni è diventato evidente che questo sistema è obsoleto e non funziona, perché di fatto il criterio del legame familiare è molto difficile da verificare, e così l’onere di esaminare le richieste di asilo viene lasciato quasi unicamente agli stati di frontiera (cioè Italia e Grecia). Attualmente il Parlamento europeo sta esaminando una proposta di riforma della Convenzione di Dublino – che il Commissario europeo per le migrazioni Dimitris Avramopoulos ha definito «praticamente morta» – ma non è chiaro che tempi possa avere, anche perché gli altri paesi sono interessati a mantenere lo status quo, visto che penalizza l’Italia e la Grecia e non loro.

Insomma, le difficoltà di cambiare la Convenzione sono legate al fatto che diversi paesi, soprattutto dell’Europa orientale, non ne vogliono sapere di condividere la responsabilità di occuparsi dei richiedenti asilo, per ragioni di consenso politico. Alcuni di questi paesi – come l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca – non hanno mai accolto nessun richiedente asilo dall’Italia, anche se erano obbligati dal meccanismo di emergenza di relocation, che era stato approvato nel 2015 per alleggerire il carico su Italia e Grecia. Il piano originale prevedeva che 160mila richiedenti asilo quasi certi di ottenere una forma di protezione internazionale – perché provenienti da paesi come Siria e Iraq – fossero trasferiti d’urgenza dall’Italia e dalla Grecia in altri paesi dell’Unione, che si sarebbero occupati della loro richiesta. In due anni sono stati trasferiti solo 27.645 richiedenti (cioè il 16,6 per cento del numero previsto in origine).

«Eh, però sui barconi arrivano anche i terroristi»

Al momento i casi che ci risultano sono molto pochi: così pochi da non far pensare che esista una correlazione diretta tra “migranti” e “terroristi”.

Il problema principale è che lo Stato Islamico ha sfruttato il flusso via mare verso l’Europa per cercare di far tornare nei rispettivi paesi i “foreign fighters”, circa 5.000 cittadini europei – quindi non “migranti”, non clandestini o richiedenti asilo: persone con passaporto europeo – che negli anni scorsi erano andati in Siria e Iraq per combattere il jihad. È noto per esempio che due degli attentatori di Parigi si imbarcarono «spacciandosi per migranti», come sostiene l’Europol, e che il responsabile di un attentato ad Ansbach, in Germania, era un richiedente asilo siriano che aveva giurato fedeltà allo Stato Islamico. Un altro caso ancora è quello di Anis Amri, l’attentatore di Berlino, un tunisino arrivato in Italia sui barconi che si è radicalizzato nelle carceri italiane (un rischio che si potrebbe evitare promuovendo programmi di de-radicalizzazione, su cui però in Italia siamo piuttosto indietro).

Parliamo comunque di un numero molto basso di persone rispetto al milione e mezzo di persone arrivate via mare fra Italia e Grecia dal 2014 a oggi. Oggi inoltre siamo decisamente più attrezzati sulla minaccia dei “foreign fighters” rispetto a qualche anno fa: a febbraio il Parlamento europeo ha aggiornato le norme sul terrorismo per poterli individuare e condannare più facilmente, e da un paio d’anni le intelligence dei vari paesi stanno monitorando i “foreign fighters” di ritorno dal Medio Oriente. Secondo un recente report (PDF) del centro studi della Commissione Europea che si occupa di radicalismo, finora è tornato circa il 30 per cento di loro.

«Le ong sono colluse con i trafficanti»

Questa è un’affermazione come minimo imprecisa, che va spiegata.

La questione è nata intorno alla fine del 2016, quando il Financial Times pubblicò alcuni stralci di un rapporto di Frontex da cui sembrava che l’agenzia europea di protezione delle frontiere avesse notizia di una collaborazione fra i trafficanti libici e alcune ONG. Nelle settimane successive i portavoce di Frontex non confermarono che il rapporto contenesse davvero quelle accuse, e in effetti in un rapporto ufficiale pubblicato di lì a poco non ce n’era traccia. Per quanto infondata, quindi, la notizia però fu ripresa da alcuni giornali italiani: da quel momento le accuse contro le ong furono condivise da alcuni magistrati e giornali e politici di centrodestra. Uno dei critici più visibili delle ong era stato il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio del Movimento 5 Stelle, che è stato il primo a definire le loro barche dei “taxi per migranti”.

La commissione Difesa del Senato aveva aperto un’indagine sul tema: nella sua relazione conclusiva, pubblicata a maggio e approvata all’unanimità, non era emersa alcuna prova di possibili connessioni tra ong e trafficanti.

A inizio agosto il caso si è improvvisamente riaperto: la procura di Trapani ha sequestrato un piccolo peschereccio chiamato Iuventa che appartiene alla ong tedesca Jugend Rettet, accusandola di favoreggiamento all’immigrazione clandestina. I magistrati dicono di essere a conoscenza di tre episodi in cui l’equipaggio di Jugend Rettet non avrebbe soccorso dei migranti in situazioni di pericolo, ma li avrebbe imbarcati a bordo d’accordo con dei trafficanti. La polizia ha anche diffuso alcuni video degli episodi in questione, che sembrano piuttosto indicativi.

Iuventa: Gip, i 3 episodi "sospetti" Ong-trafficanti

Marina Petrillo, che ha letto le carte dell’inchiesta e ne ha pubblicato un resoconto su Open Migration, scrive che dalle accuse dei magistrati «la Iuventa emerge dalle opinioni raccolte nelle carte come una sorta di centro sociale berlinese in mezzo al mare – organizzatissimo, radicale e antagonista». Jugend Rettet in effetti era nota fra le altre ong per essere piuttosto spericolata, e per spingersi spesso nei pressi del limite delle 12 miglia marine dalla costa, che fino a poco tempo fa marcavano il confine delle acque territoriali libiche, e quindi dell’area di competenza della cosiddetta Guardia costiera libica (che a inizio agosto l’ha espansa unilateralmente a circa 97 miglia).

Le accuse contro Jugend Rettet sembrano piuttosto solide – almeno, più solide delle vaghe e generiche accuse di cui si parlava a inizio estate – ma anche molto circostanziate: riguardano solo la ong tedesca e non coinvolgono le organizzazioni più grandi e attive come Medici Senza Frontiere, Save the Children e MOAS.

«Ora però il flusso si è fermato, non ci sono più morti in mare»

È vero, nelle tre settimane finali di agosto non ci sono stati morti nel Mar Mediterraneo a causa dei naufragi di barche di migranti. In tutto il 2017, secondo l’UNHCR, i morti sono stati 2.421. Nel 2016 erano stati più di 3.800: è stato anche l’anno in cui sono morti più migranti nel Mediterraneo da quando si registra questo dato. In apparenza è una buona notizia, ma non ne siamo davvero sicuri.

La diminuzione dei morti sembra essere una conseguenza della riduzione delle partenze dalla Libia. Ad agosto sono arrivati in Italia meno di un terzo dei migranti sbarcati un anno fa: poco più di 8mila contro più di 25mila arrivati nell’agosto 2016. Nessuno sa spiegarsi davvero a cosa sia dovuta questa diminuzione, e probabilmente le ragioni sono diverse.

Inizialmente il governo italiano aveva detto anche che il merito era del cosiddetto “codice delle ong”, una specie di regolamento imposto dal governo italiano e giudicato dagli esperti di immigrazione uno strumento per alimentare sospetti piuttosto che una misura necessaria. Ma la diminuzione degli sbarchi è iniziata nei primi giorni di luglio, mentre il “codice” è stato approvato quasi un mese dopo, il 31 luglio.

Alcuni citano la parziale chiusura delle frontiere del Niger, uno dei paesi più frequentati del tragitto che dall’Africa Centrale porta alla Libia, altri le condizioni pessime del mare nelle ultime settimane, altri ancora una maggiore attività della cosiddetta Guardia costiera libica, spesso composta da miliziani armati che rispondono a interessi locali. La recente aggressività della cosiddetta Guardia costiera ha anche causato la sospensione delle attività da parte di molte ong, che di conseguenza ha eliminato dei preziosi e affidabili testimoni dei naufragi. Ancora: una dettagliata inchiesta di Associated Press ha inoltre accusato il governo italiano di aver stretto degli accordi coi trafficanti per fermare temporaneamente le partenze (trovate più dettagli su questa storia nella prossima slide).

– per approfondire: La guardia costiera libica non esiste

Meno migranti partono dalla Libia, più rimangono bloccati nei centri di detenzione per migranti o negli edifici dove i trafficanti stipano i futuri “passeggeri” delle loro barche. Entrambi i posti sono luoghi terrificanti dove i diritti umani non esistono: un anno fa Amnesty International ha raccolto le storie di alcuni migranti torturati e stuprati in Libia prima di arrivare in Italia, e storie di violenze e abusi compaiono periodicamente sui giornali internazionali. Non è chiaro quanti migranti si trovino in Libia in attesa di partire, oppure prigionieri dei centri di detenzione: secondo una stima di inizio estate dell’UNHCR questi ultimi sono circa 70-80mila, ma avere numeri precisi è praticamente impossibile. Per farsi un’idea di quali siano le condizioni di questi centri, si può vedere questo reportage del giornalista Amedeo Ricucci, girato fra giugno e luglio e andato in onda su Rai1.

Cosa sta facendo l’Italia in Libia, e cosa c’entrano i migranti

La Libia non si è più ripresa dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi, nel 2011. Oggi il suo territorio è controllato da almeno due governi diversi; quello di Fayez al Serraj, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, che però controlla quasi solo il territorio di Tripoli, e quello del generale Khalifa Haftar, a est, appoggiato fra gli altri da Russia ed Egitto. Negli anni il territorio libico è stato infiltrato in più zone da vari gruppi jihadisti fra cui lo Stato Islamico e milizie legate ad al Qaida. In questa situazione molto complicata, le autorità italiane ed europee hanno scelto di appoggiare e sostenere il governo di Serraj, sia per ragioni politiche – è un moderato disposto a fare compromessi con la comunità internazionale – sia di opportunità, visto che le partenze dei barconi dei migranti si concentrano nella costa vicino Tripoli.

economist mappa libiaUna mappa della situazione in Libia dell’Economist, aggiornata a maggio

In questo quadro, l’Italia si è trovata nella difficile posizione di ridurre il flusso migratorio senza intervenire in maniera pesante e visibile sul territorio libico, delegittimando di fatto il fragile governo di Serraj. Per ora questa collaborazione si è limitata all’appoggio politico del governo italiano e al rafforzamento della cosiddetta Guardia costiera che dipende da Tripoli. A fine agosto però una lunga e ricca inchiesta di Associated Press ha ipotizzato che l’Italia sia andata oltre, e che abbia stretto un accordo con alcune milizie legate ai trafficanti per bloccare le partenze di migranti. Il governo italiano ha smentito, ma la ricostruzione di Associated Press è sembrata circostanziata e credibile a diversi esperti di Libia, ed è stata sostanzialmente confermata da due inchieste separate delle giornaliste Francesca Mannocchi e Nancy Porsia.

Il problema del governo italiano è soprattutto etico: è giusto scendere a compromessi con personaggi discutibili – le milizie, la cosiddetta Guardia costiera, lo stesso governo di Serraj – per trovare una soluzione estemporanea come il blocco degli sbarchi? Il governo italiano ha l’interesse e l’autorità necessaria per occuparsi delle decine di migliaia di migranti rimasti in Libia?

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