La moda delle buste di plastica

In Ucraina quelle spesse e colorate sono state viste per anni come simbolo di lusso e benessere; ora si cominciano a vedere anche altrove

È difficile pensare a una busta di plastica come a un oggetto di moda, con cui fare qualcosa di diverso che infilarci le cose comprate al supermercato o in un negozio, ma c’è un posto in cui in una versione più spessa della classica busta di plastica, laccata e colorata, è stata considerata a lungo bella e desiderabile, e in parte lo è ancora: in Ucraina le paketi, paket al singolare, spiccavano con i loro colori brillanti rispetto agli scialbi vestiti dell’Unione Sovietica, e da allora sono ancora amate e popolari tanto che in molti ne utilizzano almeno una, racconta Liana Statenstein su Vogue.

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Il successo delle paketi risale all’epoca sovietica, in particolare agli Settanta e Ottanta, quando le buste erano illustrate con marchi di auto russe o ritratti di persone famose. Erano considerate un oggetto di buona qualità e utilizzate in molti modi: come borsette o per infilarci i regali anziché incartarli. Negli anni Novanta, dopo la caduta dell’URSS, le buste divennero ancora più popolari a causa della scarsità di vestiti e accessori ben fatti. Statenstein si è fatta raccontare da Tanya Solovey, una giornalista di moda che vive a Kiev, i ricordi sulla sua paket d’infanzia, arrivata dalla Polonia: «Fu la mia prima borsa alla moda, la indossavo per andare a scuola. Era un simbolo della vita all’estero, del lusso, perché per esempio sulle paketi c’erano stampati rossetti, cose del genere. Ero così orgogliosa di averla e che facesse parte del mio stile, mi piaceva incomparabilmente più dell’uniforme marrone. La paket era la cosa più luminosa e brillante del mio modo di vestire». Un’altra giornalista locale, Olaa Zhyzhko, ricorda che le persone le lavavano spesso prima di riutilizzarle: «Ce n’erano poche, così la gente le metteva in lavatrice».

La popolarità delle paketi è documentata anche nel progetto dell’olandese Jan Dirk van der Burg, che ha fotografato in tutto il paese, quelle con stampato sopra il marchio di Hugo Boss, spesso scritto sbagliato. Quelle buste sono talmente diffuse che «molte persone in Ucraina sono convinte che Hugo Boss sia il produttore di un’utile borsa di plastica. Non sanno che esiste una marca alla moda conosciuta in tutto il mondo». Van der Burg ne possiede più di 70 e sta progettando di organizzare sul tema una mostra, un libro e un documentario per il web.

Oggi la fortuna delle paketi inizia a essere intaccata dalle fashion blogger e dagli esperti di moda ucraini, che hanno sconsigliato di usarla perché ricorda la povertà del passato. Contemporaneamente però le buste di plastica “stanno facendo il giro”, come si dice, e stanno lentamente comparendo alle sfilate dei grandi marchi e negli armadi di chi se ne intende. Ad aprile Balenciaga ha messo in vendita una borsa identica alla shopper di Ikea, ma in pelle d’agnello anziché in plastica e al costo di quasi duemila euro anziché 60 centesimi.

Nel catalogo della collezione per la primavera-estate 2018 di Vetements, invece, c’è un modello di mezza età in maglietta e jeans, con una busta di plastica bianca con sopra stampato il sito della Repubblica Ceca. In entrambi i casi è opera dello stilista Demna Gvasalia, direttore creativo di Balenciaga e fondatore di Vetements, scappato dalla guerra in Georgia da bambino insieme alla famiglia, e trasferitosi prima in Germania, poi ad Anversa e infine a Parigi. Gvasalia è considerato tra i più interessanti e innovativi stilisti in circolazione, e certamente da piccolo deve aver visto girare molte paketi, generalmente usate in tutta l’Europa dell’Est oltre che in Ucraina. Durante l’ultima settimana della moda maschile di New York poi si è visto girare più di un fashion blogger con in spalla la shopper gialla dell’Esselunga, che ora potrete portare con serenità anche voi, senza lasciar spuntare troppo le scatolette a buon mercato che avete comprato.

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