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  • martedì 29 agosto 2017

La scuola non capisce mai se sei un genio

Truman Capote con un intervistatore nel novembre del 1974 (AP Photo)

«Quando avevo circa dodici anni, il preside della scuola che frequentavo fece una telefonata alla mia famiglia per dirle che secondo lui ero “ritardato”. Pensava che sarebbe stata un’azione umana e saggia mandarmi in qualche scuola attrezzata per gestire i mocciosi che arrancano. Qualsiasi cosa pensasse, i miei genitori la presero come un’offesa e per provare che non ero ritardato mi spedirono in una clinica psichiatrica in qualche università dell’Est, dove mi fecero un test per misurare il QI. Mi divertii e, pensa un po’, tornai a casa vincitore: venne fuori che ero un genio, certificato dalla scienza. Non so chi fosse più sbigottito: se i miei insegnanti, che non riuscivano ad accettarlo, o la mia famiglia, che non voleva crederci e che sperava di sentirsi dire che ero semplicemente un ragazzo carino e normale».

Truman Capote, da un’intervista alla Paris Review del 1957

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