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  • mercoledì 23 agosto 2017

Il Cile ha parzialmente depenalizzato l’aborto, stavolta davvero

La Corte Costituzionale del paese ha rifiutato il ricorso delle opposizioni contro la legge approvata dal Parlamento dopo quasi trent'anni di lotte

I festeggiamenti per la depenalizzazione dell'aborto in Cile, Santiago, 21 agosto 2017 (AP Photo/Esteban Felix)

Lunedì 21 agosto la Corte Costituzionale del Cile ha dato il suo via libera alla parziale depenalizzazione dell’aborto, già approvata dal Parlamento all’inizio di agosto. Il Cile era uno dei sei paesi al mondo che proibiva in qualsiasi caso l’aborto, diritto che era stato negato alle donne durante la dittatura del generale Augusto Pinochet con il sostegno della Chiesa cattolica. Il massimo tribunale del paese ha ora rifiutato il ricorso presentato dalle opposizioni di destra con sei voti contro quattro.

La legge che è entrata in vigore è comunque molto restrittiva e depenalizza l’aborto solo in parte. Lo rende praticabile in tre circostanze: in caso di rischio per la vita della donna, in caso di difetti congeniti nel feto che portano alla morte e in caso di stupro. Consente inoltre l’obiezione di coscienza e significa che qualsiasi medico o infermiere potrà rifiutarsi di applicare la legge ed eseguire un’interruzione di gravidanza. Dopo la decisione della Corte la presidente socialista Michelle Bachelet – che è un’ex pediatra, non è credente, è madre divorziata di tre figli, dal 2010 al 2013 è stata direttrice esecutiva dell’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile (UN Women) e che aveva promesso la depenalizzazione dell’aborto in campagna elettorale – ha ricordato la lotta lunga quasi trent’anni di molte donne a favore di questo diritto e ha scritto: «Giorno storico per le donne cilene. Con questa approvazione avanziamo in un diritto di base per la nostra dignità».

Gruppi di donne e di uomini, associazioni e gruppi femministi hanno festeggiato la sentenza della Corte, le cui motivazioni saranno depositate la prossima settimana. Erika Guevara-Rosas, dirigente di Amnesty International, ha detto che il Cile ha finalmente fatto un passo avanti nella protezione dei diritti umani delle donne e delle ragazze: «Questa vittoria è la testimonianza del lavoro di milioni di donne nelle Americhe e nel mondo che combattono contro leggi draconiane che puniscono le donne e le spingono a cercare aborti clandestini e pericolosi, mettendo a rischio la loro salute e la loro vita». Si stima che in Cile siano praticati ogni anno almeno 70 mila aborti clandestini. Altre attiviste hanno parlato di un «atto di giustizia» sottolineando che questa legge ha aperto alla possibilità dell’obiettivo successivo: quello di un’ulteriore liberalizzazione. Dicono anche che sarà ora fondamentale garantire la piena applicazione di questo diritto e il fatto che le donne e le ragazze possano effettivamente accedere ai servizi sanitari di cui hanno bisogno. La Chiesa cattolica, che ha contrastato con forza il disegno di legge, ha fatto sapere attraverso Cristián Contreras, vicepresidente della conferenza episcopale, che la sentenza della corte è «una decisione terribile, influenzata da un’ideologia della morte» che va contro i principi fondamentali della costituzione del paese.

Il Cile aveva legalizzato l’aborto per motivi medici nel 1931, 18 anni prima che venisse permesso alle donne di votare. Ma durante la dittatura del generale Augusto Pinochet l’interruzione di gravidanza era stata vietata in tutte le circostanze e questa posizione è stata ed è tuttora sostenuta dalla Chiesa cattolica, che ha nel paese una grande influenza. Finora le donne cilene che abortivano potevano essere punite con il carcere fino a cinque anni: l’aborto viene comunque praticato in modo illegale. Si stima che in Cile vengano eseguiti almeno 70 mila aborti clandestini ogni anno (ma circolano cifre anche molto più alte): la maggior parte dei quali con il misoprostolo, farmaco che viene acquistato sul mercato nero. Le donne che potevano permettersi di viaggiare andavano ad abortire nella vicina Argentina o altrove. Quando gli aborti illegali fallivano o c’erano delle complicazioni, le donne cilene spesso sceglievano di non rivolgersi alle strutture ospedaliere poiché la legge obbligava i medici a denunciare le pazienti e a chiamare la polizia. Gli altri paesi nel mondo che sono rimasti ora a vietare completamente l’interruzione di gravidanza sono: El Salvador, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Malta e il Vaticano.

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