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  • martedì 22 agosto 2017

La Catalogna e il terrorismo jihadista

La regione spagnola degli attentati della scorsa settimana combatte da anni contro l'estremismo islamista, fino a pochi giorni fa con ottimi risultati

Un poliziotto catalano a Barcellona (AP Photo/Manu Fernandez)

Gli attentati compiuti la scorsa settimana in Catalogna, a Barcellona e Cambrils (provincia di Tarragona), sono stati i primi rivendicati dallo Stato Islamico (o ISIS) in Spagna, ma non sono stati i primi episodi di terrorismo jihadista nel paese. L’11 marzo 2004 diverse bombe esplose a Madrid e rivendicate da al Qaida uccisero 191 persone, in quello che fu il peggior attentato in Europa degli ultimi 13 anni. Da allora la Spagna ha mantenuto un’attenzione molto alta verso l’estremismo jihadista, anche se non è stata tra i paesi più coinvolti nel fenomeno dei “foreign fighters”, i combattenti stranieri che sono andati a combattere a fianco dello Stato Islamico in Iraq e in Siria. Come ha scritto Fernando Reinares, analista del Real Instituto Elcano, centro di ricerca spagnolo che si occupa di temi legati alla sicurezza e al terrorismo, la Spagna non figura tra gli otto paesi da cui sono partiti più “foreign fighters”, ma è tra i primi tre nei quali sono stati arrestati più jihadisti negli ultimi quattro anni. La regione spagnola più coinvolta, ha scritto Reinares, è proprio la Catalogna, zona di residenza di più del 30 per cento delle persone arrestate in Spagna con l’accusa di avere legami con lo Stato Islamico.

I legami tra Catalogna e jihadismo non sono nuovi e negli ultimi anni sono stati oggetti di studio da parte di analisti e giornalisti spagnoli. Le indagini svolte finora sugli attentati della scorsa settimana hanno mostrato la presenza di una cellula estremista piuttosto estesa – si parla di 12 persone – con base in Catalogna e guidata da un imam che probabilmente aveva stabilito dei legami con altri esponenti dello Stato Islamico in Belgio, paese che sembra avesse visitato in diverse occasioni tra il 2015 e il 2016. La polizia catalana ha detto che nessuno degli attentatori identificati aveva avuto in passato precedenti per terrorismo, e nessuno era sorvegliato dalle forze di sicurezza spagnole. Quindi, come è potuto succedere?

Storia passata di jihadismo e terrorismo in Catalogna
La prima cosa da dire è che la Catalogna ha una lunga storia di presenza di jihadisti sul suo territorio. L’analista italiano Lorenzo Vidino ha detto alla giornalista del New York Times Rukmini Callimachi che nell’area a sud di Barcellona c’è da anni una rilevante presenza di seguaci della scuola di pensiero sunnita radicale del salafismo, che nelle sue correnti più estreme ispira l’interpretazione dell’Islam adottata da diversi gruppi terroristici, tra cui al Qaida e lo Stato Islamico.

Nel 1995, quindi più di 20 anni fa, a Barcellona fu arrestato il primo jihadista in tutta la Spagna, che poi fu anche poi condannato. Uno dei momenti più importanti e ricordati del jihadismo in Spagna fu però un incontro che avvenne a Salou, città costiera appena fuori Tarragona, pochi mesi prima degli attentati a New York e Washington dell’11 settembre 2001: a Salou si incontrarono l’egiziano Mohamed Atta, il terrorista che guidò il primo aereo che si scontrò contro le Torri Gemelle, e lo yemenita Ramzi Binalshibh, importante esponente di al Qaida, per definire gli ultimi dettagli prima degli attacchi. In un’operazione dell’antiterrorismo compiuta in Catalogna due anni dopo, nel gennaio 2003, la polizia smantellò una cellula di al Qaida i cui membri erano in possesso di cellulari identici a quelli che furono poi usati per compiere gli attentati dell’11 marzo 2004. I terroristi che parteciparono a questi ultimi attacchi, dopo avere fatto esplodere le bombe, passarono per Santa Coloma de Gramanet, città vicino a Barcellona dove era forte la presenza di uomini del Gruppo islamico combattente marocchino (GICM), un gruppo terroristico che negli ultimi 15 anni è stato collegato ad alcuni attentati in Marocco.

Sempre nel 2003 un gruppo di attentatori uccise 28 persone, tra cui 19 soldati italiani, nella base irachena di Nassiriya: uno di loro proveniva da Vilanova i la Geltú, città poco a nord di Tarragona. Cinque anni dopo, nel gennaio 2008, dieci persone furono condannate con l’accusa di preparare un attentato nella metropolitana di Barcellona: la polizia scoprì che gli aspiranti attentatori avevano legami diretti con Therik e Taliban Pakistan (TTP), organizzazione estremista associata ad al Qaida. Infine, nell’aprile 2015, la polizia catalana fece una grande operazione antiterrorismo per smantellare una cellula jihadista che aveva base a Terrassa, in provincia di Barcellona: sembra che la cellula, denominata “Fraternità islamica”, avesse legami diretti con lo Stato Islamico e si fosse formata per reclutare persone da mandare in Siria e in Iraq e per fare attentati in Catalogna (quell’operazione divenne nota sulla stampa spagnola come “Operacion Caronte”).

Come ha scritto Reinares, tra il 2004 e il 2012 il 40 per cento dei condannati in Spagna per attività legate al terrorismo jihadista abitava nella provincia di Barcellona. La Catalogna ha continuato a essere un centro importante per le attività jihadiste anche negli anni seguenti, con l’emergere dello Stato Islamico. Secondo i dati raccolti dal Real Instituto Elcano, nel periodo compreso tra giugno 2013 e maggio 2016 il 30 per cento dei detenuti in Spagna per attività legate allo Stato Islamico abitavano nella provincia di Barcellona.

grafico-residenza-detenutiDetenuti in Spagna per attività legate allo Stato Islamico tra giugno 2013 e maggio 2016, secondo la provincia di residenza (Infografica del Real Instituto Elcano)

Chi sono i terroristi che agiscono in Catalogna
Nel 2016 il Real Instituto Elcano ha pubblicato un lungo documento (PDF) sullo Stato Islamico in Spagna, tra le altre cose raccogliendo ed elaborando i dati relativi alle persone arrestate accusate di essersi radicalizzate e di avere legami con l’ISIS. Tra il 2013 e il 2016, dice il documento, in Spagna sono state arrestate per terrorismo più di 150 persone, la stragrande maggioranza accusata di avere legami con lo Stato Islamico (81 per cento del totale). Nonostante quasi il 90 per cento fosse nato a Ceuta e Melilla, le due enclavi spagnole in Marocco, poco meno di un terzo del totale era stato arrestato in Catalogna, principalmente a Barcellona. Le persone arrestate erano per lo più di nazionalità spagnola e marocchina (rispettivamente il 45 e il 41 per cento del totale), e quasi tutte musulmane di origine, anche se c’erano stati diversi casi di persone arrestate per terrorismo convertite all’Islam (14 per cento). Un altro dato interessante è che la maggior parte degli arrestati, più del 55 per cento, non aveva precedenti penali prima di essere fermata dalla polizia.

I dati raccolti dal Real Instituto Elcano corrispondono abbastanza con le informazioni diffuse dalla polizia sui membri della cellula terroristica che ha compiuto gli attentati in Catalogna la scorsa settimana: giovani di nazionalità marocchina e spagnola, che con le loro famiglie si erano spostati molti anni fa in Catalogna, e in particolare nel piccolo comune di Ripoll, e senza precedenti penali.

A differenza però degli attentatori di Parigi, Bruxelles, Nizza o Londra – alcuni degli attentati rivendicati dallo Stato Islamico negli ultimi due anni – i membri della cellula catalana erano giovani che provenivano da famiglie spagnolo-marocchine ben integrate nella società catalana. Nessuno di loro aveva precedenti legami col terrorismo o era stato segnalato dalle autorità come soggetto pericoloso, e non sembra che qualcuno fosse andato a combattere in Siria o in Iraq con lo Stato Islamico; molti avevano già un lavoro, altri andavano ancora a scuola. Sembra che solo un paio avesse avuto problemi con la giustizia, ma per piccole cose, come l’uso di marijuana. Carlos Puigdemont, presidente della Catalogna, ha detto che non c’era modo di scoprire la presenza della cellula: la radicalizzazione dei suoi membri non è avvenuta su Internet, ma ha sfruttato dei forti legami personali (tra gli attentatori c’erano quattro coppie di fratelli), rendendo così più difficile il lavoro dell’antiterrorismo.

Lo stesso leader della cellula terroristica, l’imam di Ripoll, Abdelbaki es Satty, non era tra gli imam monitorati dalle autorità, anche se aveva passato un periodo in prigione dopo essere stato scoperto a trasportare hashish: alcuni amici e famigliari musulmani degli attentatori hanno raccontato al Pais che es Satty aveva provato a radicalizzarli, ma in maniera molto prudente e dopo aver ricevuto una risposta negativa non aveva insistito. Uno di loro ha detto: «Voleva chiacchierare con me e un giorno cominciò a dirmi che ascoltare la musica non andava bene e altre cose così… io gli risposi che doveva lasciarmi stare. Non mi parlò più». Nessuna delle persone di Ripoll sentite dalla stampa spagnola, comunque, ha detto di pensare che es Satty avrebbe potuto fare quello che ha fatto: radicalizzare 11 persone e convincerle a compiere un grande attentato terroristico.

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