Perché i polpi fanno l’inchiostro

Non lo sappiamo con certezza, ma lo usano anche per creare delle specie di ologrammi di sé stessi e ingannare i predatori

Un polpo nell'acquario di Le Croisic, in Francia, il 6 dicembre 2016 (LOIC VENANCE/AFP/Getty Images)

Alcuni degli animali più affascinanti che vivono negli oceani sono i cefalopodi, una classe di molluschi che comprende i polpi, le seppie e i calamari, tra gli altri. Ci sono varie ragioni per essere affascinati da questi animali, prima fra tutte il fatto che abbiano un cervello di gran lunga molto più sviluppato di quello degli altri invertebrati, come si può intuire guardando alcuni video; poi c’è il fatto che sanno cambiare colore molto velocemente e che hanno più di un cuore. Tra le ragioni per cui i cefalopodi sono più noti c’è anche la capacità di spargere una sostanza nera, comunemente chiamata “inchiostro”, per confondere i propri predatori e riuscire a fuggire. Sul Guardian, Mark Carnall, il direttore delle collezioni zoologiche del Museo di storia naturale dell’Università di Oxford, ha spiegato di cosa è fatto l’inchiostro dei cefalopodi e tutte le altre cose che sappiamo per ora sul suo uso da parte di questi animali.

Già nell’antichità si sapeva che le seppie sapevano spargere l’inchiostro: Aristotele descrisse il loro comportamento dicendo che usavano il liquido scuro per nascondersi e ipotizzò che lo facessero per paura. Circa quattrocento anni dopo Plinio il Vecchio avanzò l’ipotesi che l’inchiostro spruzzato dalle seppie fosse il loro sangue. In tempi più recenti, studiando i cefalopodi da vicino, abbiamo scoperto che l’inchiostro viene prodotto in una sacca apposita da una ghiandola. La sacca è collegata al retto attraverso uno sfintere ed è dal retto che l’inchiostro viene espulso. Prima dell’espulsione, si mescola a un muco prodotto da un altro organo. Carnall chiarisce subito una cosa importante che forse vi starete chiedendo: il nero di seppia che mangiamo non contiene il muco, perché viene estratto direttamente dalla sacca per l’inchiostro.

Dal punto di vista chimico ci sono ancora alcune cose che non sappiamo sul muco e sull’inchiostro: solo quello di alcune specie è stato studiato e ci sono circa ottocento specie di cefalopodi. Oggi sappiamo che l’inchiostro è fatto di tipi di melanina (quei pigmenti naturali responsabili anche del colore della pelle, dei capelli e degli occhi umani, tra le altre cose), enzimi per la produzione di melanina, catecolamine (quel gruppo di sostanze di cui fa parte l’adrenalina), peptidoglicani (che è la cosa che rende rigide le cellule), aminoacidi e metalli. Grazie alle sue caratteristiche l’inchiostro dei cefalopodi è stato usato per vari scopi nell’industria farmaceutica, per esempio per produrre farmaci anti-retrovirali.

Per quanto riguarda le funzioni dell’inchiostro per i cefalopodi, non si limitano all’effetto sorpresa che confonde i predatori oscurandone la vista: è stato osservato che modulando l’espulsione di inchiostro e mischiandolo in diversi modi con il muco, alcuni cefalopodi riescono a “disegnare” una forma simile a quella del loro corpo che funziona come una specie di ologramma e confonde ancora di più i cacciatori. In altri casi l’inchiostro viene espulso in lunghi filamenti che si pensa illudano i predatori di trovarsi davanti a una medusa, cioè a un animale velenoso. Un altro uso dell’inchiostro viene praticato dalle seppie: lo aggiungono alle proprie uova, per nasconderle meglio e proteggerle.

Pare che in alcuni casi l’inchiostro abbia un effetto di disturbo sulle branchie dei pesci e alcuni cefalopodi studiati in piccoli recipienti in laboratorio hanno mostrato di provare fastidio stando in contatto con il proprio inchiostro. Per esempio nell’inchiostro del polpo Hapalochlaena lunulata è presente la tetradotossina, una tossina tossica che diffondono anche con i propri morsi.

Non tutti i cefalopodi comunque hanno una sacca per l’inchiostro: non ce l’ha nessuno dei polpi del gruppo Cirrina, che vivono molto in profondità negli oceani, e nemmeno i nautiloidi, gli unici cefalopodi ad avere una conchiglia. In alcuni gruppi la sacca c’è ma ha dimensioni ridotte, oppure è vestigiale, come l’appendice dell’intestino umano, che è ancora lì pur non avendo nessuna funzione. Studiando i fossili di cefalopodi – in alcuni casi di specie estinte – si è scoperto che le sacche per l’inchiostro c’erano già 330 milioni di anni fa. Dalla maggior parte dei fossili è impossibile scoprire di cosa fosse fatto l’inchiostro degli antichi cefalopodi, ma nel 2012 gli scienziati sono riusciti a ottenere qualche informazione in merito da un fossile vecchio 160 milioni di anni: si è scoperto che anche allora l’inchiostro dei cefalopodi conteneva melanina.

Lo studio dei fossili è importante per capire attraverso quale processo evolutivo i polpi e le seppie siano diventati in grado di espellere l’inchiostro. Per ora però non ne sappiamo molto. Una delle teorie che sono state proposte è che inizialmente la melanina, che ha l’effetto di dissipare le radiazioni ultraviolette che arrivano dal sole, servisse per proteggere gli occhi o la pelle dei cefalopodi dalla luce, e che poi nel tempo si sia sviluppata una sacca per l’inchiostro: ma non ci sono prove che sia andata così e lo stesso Carnall è molto scettico in merito. I polpi dovranno essere studiati ancora a lungo perché possiamo formulare teorie migliori su di loro.

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