La bulimia nervosa forse ce la siamo inventata noi

Solo dagli anni Ottanta è diventata frequente, secondo alcuni dati e chi l’ha scoperta è colpa dei giornali e della tv

Da una scena del film "Ragazze interrotte", in cui uno dei personaggi – Daisy, interpretata da Brittany Murphy – soffre di bulimia nervosa

La bulimia nervosa, quel disturbo del comportamento alimentare che porta chi ne è affetto – nella maggior parte dei casi donne – a ingerire grandi quantità di cibo per poi impegnarsi a non metabolizzarlo vomitando, digiunando, usando lassativi o facendo molto esercizio fisico per paura di ingrassare, la conosciamo da poco tempo. È stata descritta per la prima volta solo nel 1979 dallo psichiatra britannico Gerald Russell, che a partire dal 1972 aveva avuto in cura pazienti affetti da questo disturbo. All’epoca pochissime persone ne mostravano i sintomi e infatti l’articolo di Russell si basava su soli trenta casi: tuttavia nel giro di pochi anni la bulimia nervosa divenne molto frequente: nei primi anni Ottanta furono registrati circa quaranta casi ogni 100mila persone. Si è stimato che nel 2015 le persone affette da bulimia nervosa nel mondo fossero 3,6 milioni. Domanda, quindi: la bulimia nervosa è un disturbo nato poco tempo fa o c’è sempre stato ma non sapevamo riconoscerlo?

Secondo Russell e diversi altri studiosi, la bulimia nervosa ha avuto origine a causa delle trasformazioni della società nella seconda metà del Novecento e si è trasmessa in giro per il mondo – come una malattia contagiosa – a causa dell’attenzione mediatica che ha ricevuto dopo che se ne è cominciato a parlare, un fenomeno che viene chiamato “contagio sociale”.

Russell parlò per la prima volta della bulimia nervosa in un articolo pubblicato sulla rivista Psychological Medicine: si intitolava Bulimia nervosa: an ominous variant of anorexia nervosa, cioè “La bulimia nervosa: una minacciosa variante dell’anoressia nervosa”. La parola “bulimia” esisteva anche prima – è di origine greca ed etimologicamente significa “fame da bue” – ma indicava, e indica tuttora, solo il sintomo di alimentarsi in modo esagerato, e non il disturbo descritto da Russell con tutte le sue caratteristiche. Solo un anno dopo la pubblicazione dell’articolo di Russell, nel 1980, la bulimia nervosa fu inserita nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association (in gergo DSM), uno dei testi fondamentali per la classificazione dei disturbi psichici, all’epoca alla sua terza edizione.

Uno studio fatto nel 1993 analizzando gli archivi medici di Rochester, una città del Minnesota che nel 1985 aveva 60mila abitanti, mostrò che a partire dal 1979 il numero casi di bulimia nervosa aumentò costantemente e in modo molto netto fino a raggiungere, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, la frequenza costante di circa 26,5 casi ogni 100mila abitanti all’anno: più o meno il doppio dei casi di anoressia nervosa, un disturbo noto da molto più tempo. Questo studio è uno dei primi che ha analizzato il fenomeno della diffusione della bulimia nervosa, che è stato osservato anche in molte altre parti del mondo. Per questa ragione, nel tempo Russell si convinse che la bulimia nervosa era un disturbo nuovo e che in qualche misura si fosse diffusa perché se n’era cominciato a parlare.

Un’altra prova a sostegno di questa idea gli era stata fornita da uno studio del 1991 fatto su 2.163 donne della Virginia di età diverse, alcune delle quali affette da bulimia nervosa. Questo studio rilevò che le donne nate dopo del 1950 avevano avuto un rischio maggiore di sviluppare il disturbo rispetto a quelle nate successivamente, in particolare rispetto a quelle nate prima del 1959. Questa differenza generazionale sembra indicare che una maggiore esposizione alle informazioni sulla bulimia nervosa si siano accompagnate a una maggiore probabilità di esserne affette.

Russell, che ora ha 89 anni, ne ha parlato con il giornalista Lee Daniel Kravetz, autore di un saggio sul contagio sociale che non riguarda solo la bulimia nervosa ma anche altri fenomeni, tra cui il suicidio. Russell ha detto a Kravetz: «Dopo che la bulimia nervosa è stata descritta, e me ne prendo la piena responsabilità per via del mio articolo, è entrata nel linguaggio comune. E le informazioni in merito si sono diffuse molto velocemente».

A sostegno della teoria di Russell, secondo cui la bulimia nervosa praticamente non esisteva prima che lui la scoprisse, ci sono vari studi in cui altri medici hanno studiato vecchi casi per cercare di capire quali fossero casi di bulimia nervosa diagnosticati in modo erroneo. Lo stesso Russell ha spiegato nel 1997, in un articolo intitolato The History of Bulimia Nervosa, che molte cartelle cliniche precedenti gli anni Settanta descrivono comportamenti simili a quelli delle persone affette da bulimia nervosa, ma pochissime di queste includono la paura di ingrassare.

Nel corso della storia, in alcune culture, le persone praticavano il vomito autoindotto come forma di purificazione corporea o per poter mangiare abbondantemente nei banchetti. Tuttavia queste forme di bulimia non condividono con la bulimia nervosa una delle sue più importanti caratteristiche, cioè volersi liberare del cibo ingerito per essere magri. È stato ipotizzato che alcune sante – Caterina da Siena (1347-1380), Maria Maddalena de’ Pazzi (1566-1607) e Veronica Giuliani (1660-1727) – fossero bulimiche, ma la lettura completa e attenta delle fonti storiche sulla loro vita suggerisce in realtà che fossero anoressiche. Solo quattro casi precedenti agli anni Cinquanta sono stati riconosciuti come possibili manifestazioni di bulimia nervosa. Uno è del 1903 ed era stato studiato dallo psicologo francese Pierre Janet; due furono descritti dallo psicoanalista tedesco Moshe Wulff nel 1932 e l’ultimo risale agli anni Quaranta e fu studiato dallo psichiatra svizzero Ludwig Binswanger. In tutti questi casi le pazienti erano giovani donne che volevano essere magre o avevano dei problemi ad accettare il proprio corpo; in tutti e quattro i casi la diagnosi a posteriori di bulimia nervosa potrebbe essere anche scorretta perché le quattro pazienti avevano anche sintomi legati ad altri disturbi psichici.

La parte più difficile da provare della teoria di Russell è che sia stato davvero a causa del suo articolo – pubblicato su una rivista scientifica – che la bulimia nervosa è diventata un disturbo comune. Anche su questo punto però ci sono degli argomenti a sostegno.

Dopo la pubblicazione della terza edizione del DSM, l’Università di Chicago diffuse un comunicato stampa su una propria ricerca su alcuni casi particolari di anoressia, probabilmente riconducibili alla bulimia nervosa. Alcune riviste femminili americane, come Mademoiselle e Better Homes and Gardens, ripresero il comunicato stampa e cominciarono a parlare della nuova «sindrome da abbuffata e depurazione», come veniva chiamata colloquialmente, facendola entrare in un immaginario collettivo in cui soprattutto le donne erano già stimolate a cercare di essere sempre magre. Dai giornali e dalle riviste, della bulimia si cominciò a parlare anche in televisione e, soprattutto dalla fine degli anni Ottanta, nei film.

Russell pensa che parlare della bulimia nervosa, anche in modo benintenzionato, abbia portato a diffonderla ulteriormente: e per dimostrarlo cita il caso delle Fiji, un arcipelago dell’oceano Pacifico che è anche uno stato indipendente. Le Fiji sono un paese in via di sviluppo e fino al 1995 non avevano la televisione. Prima di questa data nelle Fiji non era mai stato registrato un caso di disturbi alimentari, ma già nel 1998 l’11 per cento delle ragazze adolescenti delle Fiji ammisero con la ricercatrice dell’Harvard Medical School Anne E. Becker di aver vomitato almeno una volta per perdere peso; nel 2007 la percentuale era salita al 45 per cento, nell’isola maggiore dell’arcipelago. Nello studio originale più dell’80 per cento delle ragazze aveva detto che la televisione aveva reso loro e le loro amiche più consapevoli sulla forma del loro corpo e sul loro peso.

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