Storie di 12 grandi evasioni

La prima è del Diciottesimo secolo, l'ultima di un paio di anni fa: ci sono molti tunnel, ma anche elicotteri, finte malattie e contorsionismi

(ROBYN BECK/AFP/Getty Images)

Da mercoledì 2 agosto, alla lista di cose utili per un’evasione (lenzuola, attrezzi per scavare tunnel, poster per nascondere i buchi nei muri da cui partono i tunnel) c’è da aggiungere anche il burro d’arachidi: dodici detenuti di un carcere dell’Alabama lo hanno infatti usato – dopo averlo messo da parte per settimane togliendolo dai panini che venivano serviti loro – per alterare il numero di riconoscimento di una porta che portava verso l’esterno, in modo che sembrasse la normale porta di una cella. Uno dei detenuti ha poi chiesto a una guardia non particolarmente scaltra di aprirgli la porta con il numero alterato, facendo credere di voler rientrare nella sua cella: una volta aperta la porta, i dodici sono scappati.

I dodici fuggiaschi sono stati tutti ripresi in meno di due giorni, ma la storia del burro di arachidi è quindi andata ad aggiungersi a quella lunga lista di evasioni famose o rocambolesche che diventano spesso materiale per articoli di giornale, libri e film. Sono davvero tante e ne abbiamo scelte 12: alcune perché particolarmente eleganti e fatte da persone che non si meritavano di stare dove stavano, altre perché particolarmente violente o elaborate, anche se a fuggire sono state persone che avremmo preferito sapere al sicuro, in una cella.

Le lenzuola annodate, “before it was cool”

Jack Sheppard fu un ladro britannico, nato nel 1702 e morto nel 1724: come ha scritto Cracked, se foste stati abitanti di Londra dei primi anni del Diciottesimo secolo, avreste di certo saputo chi era. Si fece notare soprattutto per le sue quattro evasioni ed è la persona giusta per iniziare a spiegare che, in certi casi, le idee semplici sono le migliori e che le cose diventano banali solo dopo che qualcuno le ha già fatte.

Sheppard fuggì di carcere più di una volta grazie alla tecnica – di cui qualcuno dice fu inventore – delle lenzuola legate tra loro e calate da una finestra. Solo che le sue celle non sempre avevano finestre e quindi in almeno un caso dovette prima rompere un muro. Si dice che in un caso distrasse le guardie carcerarie nel modo più semplice possibile: vide un’ombra su un tetto e gridò qualcosa tipo “eccolo è la”, per poi fuggire dall’altra parte. Pare anche che dopo la quarta e ultima evasione vagò per alcuni giorni con le caviglie legate, prima di trovare un fabbro disposto ad aiutarlo. Sheppard fu impiccato nel novembre 1724: aveva anche il quel caso un piano per fuggire, ma poco prima dell’impiccagione qualcuno si accorse che aveva con sé un coltellino e glielo prese. Si è scritto anche che alcuni suoi amici avessero un piano per salvarlo ma la troppa folla che andò a vedere l’impiccagione lo fece saltare. Subito dopo la sua morte iniziarono a girare per Londra alcune copie di una sua biografia, forse scritta sotto falso nome da Daniel Defoe. A proposito di storie di evasioni del Diciottesimo secolo, potrebbe interessarvi leggere Storia della mia fuga dai Piombi, in cui Giacomo Casanova descrisse una sua fuga da un carcere di Venezia.

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(Wikimedia)

La fuga attraverso l’inferno di topi 

Ai tempi della Guerra civile americana, nel 1864, un centinaio di detenuti Unionisti riuscì a scappare dalla prigione di Libby, a Richmond, in Virginia. Lo fecero, per citare il film Le ali della libertà, «attraversando un fiume di merda». Dovettero infatti passare dal seminterrato della prigione e da alcuni locali che erano stati abbandonati perché infestati dai topi: pare che quel luogo fosse noto come “Rat hell”, inferno di topi. Il sito History.com ha scritto che prima di riuscire a scavare il tunnel, i prigionieri dovettero rinunciare almeno un paio di volte perché i topi che si arrampicavano sui loro corpi rendevano impossibile lavorare.

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La prigione di Libby nel 1865 (Wikimedia)

Le fughe di Papillon, forse

Il francese Henri Charrière – noto come Papillon (farfalla, in francese) per un tatuaggio che aveva sul petto – fu arrestato nel 1931 per un omicidio che disse sempre di non aver commesso e dopo un po’ finì in una colonia penale dell’Isola del Diavolo, al largo della Guyana francese. Nel suo libro Papillon (scritto alla fine degli anni Sessanta e da cui fu poi tratto un famoso e apprezzato film con Dustin Hoffman e Steve McQueen) raccontò di aver provato più volte a fuggire e di esserci anche riuscito. Solo che poi lo riprendevano e gliela facevano pagare. Sempre secondo quanto scritto nel libro, una volta finì sulla penisola della Guajira, tra Venezuela e Colombia, e passò diversi mesi insieme alla tribù indigena che ci viveva. Decise però di tornare “alla civiltà” e fu catturato e riportato all’Isola del Diavolo. La fuga buona la fece nel 1941: scrisse di aver costruito una barca con noci di cocco e di aver navigato fino al Venezuela, dove riuscì ad evitare l’estradizione in territorio francese. Alcuni detenuti con lui all’Isola del Diavolo dissero però che nel libro c’era poco di vero e che anzi alcuni dei racconti erano ispirati alle esperienze di un altro detenuto.

John Dillinger: semplice ma efficace

John Dillinger, nato nel 1903 e morto nel 1934, è stato uno dei più noti rapinatori di banche degli Stati Uniti, la cui storia è stata raccontata nel film Nemico pubblico – Public Enemies in cui Dillinger è interpretato da Johnny Depp. Dillinger era noto – e apprezzato – per dare fuoco ai registri contabili delle banche che rapinava, così da rendere impossibile per la banca sapere tutti i crediti che aveva (e liberando quindi i debitori dai loro debiti). Nel 1934 riuscì a fuggire di galera in un modo molto semplice: tagliò un pezzo di legno per farlo sembrare una pistola (secondo altre versioni fu il suo avvocato a farglielo avere), ci mise sopra del lucido da scarpe per dargli il giusto colore e lo usò per minacciare e disarmare i secondini. Sembra anche che se ne andò guidando l’auto del direttore del carcere: una Ford V-8, niente male per l’epoca. Fu ucciso qualche mese dopo, fuori da un cinema di Chicago.

JOHN DILLINGER

John Dillinger in una foto senza data (AP Photo/Dayton Daily News, file)

La grande fuga, ma non come nel film

Anche in questo caso c’è un film e anche in questo caso è un film con Steve McQueen (che si prende molte libertà rispetto alla storia vera). A tentare la fuga furono circa 600 prigionieri Alleati che si trovavano nel campo di prigionia tedesco di Stalag Luft III, a Żagań, che oggi è in Polonia. I prigionieri provarono a scavare contemporaneamente tre tunnel, ci misero più di un anno e riuscirono a completarne solo uno. Scoprirono che era troppo corto e che li rendeva troppo visibili, ma ci provarono comunque. Quasi tutti i circa 70 uomini che uscirono dal tunnel furono catturati o uccisi; solo tre (due norvegesi e un olandese) riuscirono invece a superare il confine tedesco e ritornare tra gli Alleati. Come ha spiegato il Guardian, l’idea di costruire tre tunnel era piuttosto arguta: quando i tedeschi avessero scoperto il primo tunnel avrebbero pensato di aver troncato il piano di evasione, che sarebbe invece continuato attraverso gli altri due.

La fuga da Alcatraz

La prigione più famosa del mondo non è una prigione da più di cinquant’anni e lo è stata dal 1934 al 1963. In tutto ci sono stati 1576 detenuti (e tra loro anche Al Capone): cinque di loro si uccisero, otto furono uccisi da altri detenuti e almeno trenta di loro provarono a scappare. La più nota fuga da Alcatraz (certo, anche in questo caso c’è un film, con Clint Eastwood) fu nel 1962 e a farla furono Frank Morris (che era lì per possesso di narcotici e rapina a mano armata) e i due fratelli John e Clarence Anglin (due noti rapinatori di banche): misero in atto un intricato piano che prevedeva l’allargamento dei condotti di aerazione, false superfici per nasconderlo e la costruzione di finte teste umane da mettere tra le coperte dei loro letti in modo che la fuga non venisse scoperta subito. Riuscirono a scappare ma è molto probabile che annegarono nelle acque della baia di San Francisco, che sta a circa due chilometri di oceano da Alcatraz. Non è nemmeno ben chiaro con cosa fecero la barca con cui provarono a fuggire: qualcuno parla di una zattera fatta con impermeabili e mastice a presa rapida.

L’epatite di Vallanzasca 

Nel 1976 Renato Vallanzasca – che oggi ha 67 anni e sta scontando una condanna a quattro ergastoli – provò a scappare dal carcere facendosi venire l’epatite. Ha raccontato di esserci riuscito iniettandosi le sue urine in vena e mangiando uova marce: quando si ammalò lo portarono in ospedale dove scappò, sembra anche grazie alla poca (forse complice) attenzione del carabiniere che era di guardia. Restò latitante alcuni mesi e fu di nuovo arrestato nel febbraio 1977. Vallanzasca ha poi tentato di scappare anche altre volte, riuscendoci ancora nel 1987, quando fuggì dall’oblò di un traghetto che lo stava portando al carcere dell’Asinara, in Sardegna (fu fermato alcuni giorni dopo a un posto di blocco). Un altro italiano protagonista di molte evasioni è stato il bandito sardo Graziano Mesina: ci provò e ci riuscì anche più volte, una volta scappando dal buco nel bagno di un treno in corsa: si riconsegnò poi alla polizia, dicendo di non voler creare problemi a chi era responsabile di sorvegliarlo.

La fuga di mezzanotte

Anche questa storia è diventata un film: Fuga di mezzanotte, scritto da Oliver Stone e diretto da Alan Parker nel 1978. Il protagonista della storia è Billy Hayes che nel 1970, quando era uno studente newyorkese di 23 anni, fu fermato in Turchia perché aveva dell’hashish. Fu condannato prima a 4 anni, poi a 30, e mandato nel carcere dell’isola di Imrali. Fuggì nel 1975 e con una barca a remi arrivò prima a Istanbul e poi in Grecia, stato da cui partì per tornare negli Stati Uniti. Hayes raccontò la sua storia nel libro Midnight Express e in riferimento al film di Parker disse che c’erano scene di violenza che in realtà non erano successe e che lo infastidiva il fatto che non ci fossero turchi buoni.

La fuga armata di 38 membri dell’IRA

The Maze (il labirinto) è una prigione a circa 15 chilometri da Belfast, la capitale dell’Irlanda del Nord. È stata chiusa nel 2000 ed è nota soprattutto per l’evasione, nel 1983, di 38 prigionieri appartenenti all’IRA, l’organizzazione para-militare che combatteva per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito. È famosa, ma non fu una di quelle evasioni astute e senza vittime. I membri dell’IRA riuscirono a farsi portare armi di vario tipo nella prigione e organizzarono una ribellione in cui morì anche una guardia carceraria. Poi sfondarono il cancello con un furgone e scapparono. 19 dei 38 evasi furono catturati nei giorni seguenti, gli altri riuscirono a restare latitanti, anche grazie alla determinante protezione fornita da altri membri dell’IRA.

Pascal Payet, “frequent flyer”

Pascal Payet ha 54 anni. Nel 1997 partecipò a una rapina in Provenza, nel sud della Francia, in cui morì una guardia giurata. Fu arrestato la prima volta nel 1999 e già nel 2001 riuscì a fuggire dal carcere in cui si trovava. La cosa particolare è che lo fece in elicottero. La cosa ancora più strana è che nel 2003 aiutò altri carcerati dello stesso carcere a fuggire con un elicottero che era riuscito a prendere a Cannes. Payet fu arrestato nuovamente, poi nel 2007 riuscì di nuovo a fuggire, durante i festeggiamenti del 14 luglio (anniversario della presa della Bastiglia), sempre in elicottero. Fu trovato e arrestato per la terza volta in Spagna: aveva fatto alcune operazioni chirurgiche per cambiare viso. In un articolo in cui parla di lui, CNN l’ha definito “frequent flyer”, il nome con cui le compagnie aeree chiamano i passeggeri che fanno numerosi voli e che ne traggono di conseguenza alcuni benefici. Payet è l’unico ad essere evaso due volte in elicottero: l’ha fatto, più di recente, anche il greco Vassilis Palaiokostas.

Evasione grazie allo Yoga

Nel 2012 Choi Gap-bok, un sudcoreano in carcere per rapina, evase da una stazione di polizia di Taegu, in Corea del Sud. Non proprio un carcere quindi, ma per il modo in cui lo fece merita di sicuro di essere menzionato. Le premesse necessarie sono che aveva 50 anni, che era un esperto di yoga, che era alto circa un metro e 65 centimetri e pesava circa 50 chili. Chiese ai poliziotti un olio per la pelle con cui apparentemente andava sempre in giro e quando i poliziotti andarono a dormire si tolse i vestiti, se lo mise sul corpo e passò dallo spazio usato per mettere il cibo nella cella, che secondo i giornali – coreani e non – era alto 15 centimetri e largo circa 50. Alcuni giorni dopo fu comunque di nuovo arrestato.

Il tunnel ventilato e illuminato di El Chapo

Joaquin “El Chapo” Guzmán, il narcotrafficante colombiano definito “il più pericoloso criminale al mondo” ora è in carcere negli Stati Uniti, dopo essere stato estradato dal Messico alcuni mesi fa, dopo che già due volte era stato arrestato ma era riuscito ad evadere. La sua fuga del luglio 2015 è relativamente recente, ma davvero notevole. Guzmán evase dalla prigione di massima sicurezza in cui si trovava dal febbraio 2014 e fu il primo a riuscirci. Fuggì attraverso un tunnel sotterraneo lungo circa un chilometro e mezzo provvisto di illuminazione e ventilazione, costruito dall’esterno da suoi complici e probabilmente grazie alla complicità di alcune delle guardie del carcere. Ci arrivò passando dalla doccia della sua cella di isoalmento, un’area che per questioni di privacy non era videosorvegliata. Da lì attraversò un buco nel pavimento largo circa 50 centimetri e profondo una decina di metri, scese alcune scale a pioli, prese un altro tunnel di collegamento e arrivò a quello di un chilometro e mezzo. Guzmán non dovette nemmeno farselo a piedi: chi lo costruì gli fece trovare una “motocicletta su rotaie”.

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