temperatura caldo

Cos’è davvero la “temperatura percepita”

È un'espressione impropria che serve a descrivere il senso di disagio che si può provare in certe condizioni, e non si stima in un unico modo

temperatura caldo
Un'ospite dell'Oasi della casa di riposo Roma 3, in via Gioacchino Ventura a Roma, il 3 agosto 2017 (ANSA/ANGELO CARCONI)

Da diverse estati tra le cose che si leggono sui giornali e si sentono in televisione a proposito del “caldo estivo” ci sono le considerazioni sulla cosiddetta “temperatura percepita” (o “temperatura apparente”), che viene presentata come un valore di temperatura diverso da quello che segnano i termometri ma che in qualche modo dovrebbe essere più aderente alla realtà, per via di altre grandezze, come l’umidità o il vento. In verità le cose non stanno proprio così: la temperatura è una sola, quella segnata dal termometro, e ogni persona percepisce più o meno disagio a una certa temperatura per via di diversi fattori e delle proprie caratteristiche, dell’attività svolta e del proprio abbigliamento, come sa chiunque lavori con molte persone in un ufficio con l’aria condizionata. Sono variabili non confrontabili, perchè sono appunto tante e differenti e molto “variabili”: in più, i giornali che da un po’ di anni parlano di temperatura percepita la confondono frequentemente con la temperatura vera e propria, paragonando i presunti 50°C della prima ai numeri a cui siamo abituati della seconda: e quindi 50°C ci sembrano tantissimi (che è poi l’obiettivo prioritario dell’uso mediatico di queste scale: dare valori più alti e impressionanti).

Quando i giornali parlano di “temperatura percepita” usano un po’ impropriamente dei valori di temperatura non reali usati per calcolare alcuni indici bioclimatici: lo scopo di questi indici è valutare in quali condizioni meteorologiche le persone, in media, provano sensazioni di disagio. Sarebbe corretto parlarne quindi citando i vari valori degli indici – senza chiamarli “temperatura”: non sono temperature – oppure parlando di “assenza di disagio”, “disagio debole”, “disagio” e “forte disagio”, come viene fatto per esempio sul sito dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale (ARPA) dell’Emilia-Romagna. Di indici bioclimatici comunque ce ne sono più di uno, quindi anche ammettendo l’uso improprio dell’espressione “temperatura percepita”, non ne esiste una unica: in realtà dipende dall’indice che si usa e dai fattori scelti.

ARPA Emilia-Romagna usa l’indice di Thom, ideato negli anni Cinquanta dal climatologo del Servizio Meteorologico Nazionale degli Stati Uniti Earl C. Thom. I valori di questo indice vanno da 16 a 26: fino a 23 non si prova disagio, a 24 si prova “leggero disagio”, a 25 “disagio” e a 26 “forte disagio”. L’indice di Thom si calcola a partire dai valori di temperatura di bulbo secco e temperatura di bulbo umido: la prima è la temperatura dell’aria misurata con un comune termometro, la seconda è la temperatura misurata da un termometro bagnato, quindi con umidità locale pari al 100 per cento (gli esperti di termodinamica ci perdonino per la semplificazione).

Un altro è l’indice di calore usato dal servizio metereologico del governo degli Stati Uniti, che varia a seconda di temperatura e umidità e distingue le varie condizioni meteorologiche tra quelle in cui bisogna fare “attenzione” ed “estrema attenzione”, e quelle in cui si corre “pericolo” ed “estremo pericolo”. Si calcola misurando la temperatura e l’umidità relativa e combinandole con una serie di coefficienti stabiliti in modo empirico, per tenere conto della massa corporea e dell’altezza medie, e di una stima degli abiti indossati, della quantità di attività fisica che si compie, della densità del sangue, della velocità del vento e dell’esposizione ai raggi solari. Al cambiare di questi fattori medi ovviamente l’indice risulta sempre meno attendibile, e in ogni caso viene usato solo per temperature comprese tra i 27 e i 43 gradi centigradi.

indice_calore(Wikipedia)

L’Humidex canadese (usato ad esempio da ARPA Lombardia) è molto simile a questo indice, e si calcola a partire dalla temperatura dell’aria e dalla temperatura al punto di rugiada, cioè quella temperatura per cui, con l’umidità presente, si creerebbe la rugiada. È applicabile solo a temperature comprese tra i 20 e i 55 gradi centigradi e come l’indice di Thom fa distinzioni a seconda della percezione del disagio percepito.

humidexAl colore verde corrisponde la “normalità”, dal giallo al rosso stime crescenti di “disagio” (Wikipedia)

Esistono anche altri indici oltre a questi tre e sarebbe importante specificare quale viene usato, o comunque attenersi alle indicazioni sul disagio e non parlare di “temperatura percepita”, che è un’espressione impropria visto che il corpo umano non percepisce la temperatura, ma sensazioni di caldo o freddo che possono essere più o meno intense. Queste sensazioni variano, da persona a persona, in base all’umidità relativa all’aria ma anche alla velocità del vento, al vestiario, allo stress, anche per via di come funziona la nostra pelle. Come ha spiegato il meteorologo Paolo Sottocorona:

«Il nostro corpo usa l’evaporazione (che sottrae calore, soffiando su una mano bagnata si sente più fresco, no? quella è l’evaporazione) dei liquidi presenti sulla pelle per raffreddarsi, qualora ce ne sia bisogno. Infatti, la temperatura del nostro corpo ha limiti abbastanza stretti entro i quali può variare sia verso il basso che verso l’alto. Ma l’evaporazione avviene più e meglio se l’aria è secca, o poco umida: quindi il caldo secco si “sopporta meglio”, come usa dire, ed è vero, perché il nostro corpo ha maggiore facilità a difendersi. Ma se l’aria è più umida, allora l’evaporazione del sudore, che vi ricordo è il mezzo per raffreddare il corpo, avviene con più difficoltà, il calore non viene smaltito e si accumula. Come una macchina con il radiatore che non funziona. E questo, anche in funzione del tipo di attività fisica svolta, porta disagio, malessere, malore, colpo di calore (anche all’ombra, quindi) in sequenza crescente di gravità».

Quello che bisogna sapere è che anche se si combinano diversi fattori per ottenere un numero che tenga conto di tutti i fattori stessi, quel numero non è “una temperatura” e non è paragonabile con i numeri delle temperature a cui siamo sempre stati abituati.

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