Medici senza frontiere ha deciso di non firmare il “codice di condotta” per le ong del ministero dell’Interno

Medici senza frontiere ha deciso di non firmare il cosiddetto “codice di condotta” del ministero dell’Interno, un codice di comportamento per le organizzazioni non governative che compiono operazioni di soccorso nel Mediterraneo e che le ong erano tenute a sottoscrivere per poter continuare a svolgere la loro attività. L’introduzione del codice era stata l’unica misura che l’Italia aveva ottenuto quando nelle scorse settimane aveva chiesto un maggiore sostegno degli altri paesi europei per gestire il flusso estivo di migranti dal Nord Africa, uno dei più consistenti degli ultimi anni. La creazione del codice era stata appoggiata sia dai ministri degli Interni dell’Unione Europea – che si erano riuniti a Tallinn per una riunione informale – sia dalla Commissione Europea.
Il codice è stato firmato da Save the children e Moas (Migrant offshore aid station) e oltre che da MSF non è stato invece firmato nemmeno dall’organizzazione tedesca Jugent Rettet.

Medici Senza Frontiere ha scritto una lunga lettera al ministro dell’Interno Minniti per giustificare e per spiegare la decisione di non firmare. Si dice che «il codice di condotta non riafferma con sufficiente chiarezza la priorità del salvataggio in mare, non riconosce il ruolo di supplenza svolto dalle organizzazioni umanitarie e soprattutto non si propone di introdurre misure specifiche orientate in primo luogo a rafforzare il sistema di ricerca e soccorso». E ancora:

«Al contrario, riteniamo che per la formulazione ancora poco chiara di alcune parti, il codice rischi nella sua attuazione pratica di contribuire a ridurre l’efficienza e la capacità di quel sistema. Ci riferiamo in modo specifico all’impegno richiesto alle navi di soccorso di concludere la loro operazione provvedendo allo sbarco dei naufraghi nel porto sicuro di destinazione, invece che attraverso il loro trasbordo su altre navi. Fatte salve le circostanze straordinarie indicate nel codice, questa modalità di organizzazione delle operazioni riduce la presenza di assetti navali nell’area SAR (area dell’attività di ricerca e soccorso, ndr) e comporta aggravi non necessari alle navi di soccorso non predisposte per operare regolarmente i trasferimenti a terra delle persone. Nell’esperienza degli ultimi due anni, le navi più piccole hanno spesso fornito un contributo essenziale alle operazioni SAR, stabilizzando i barconi in difficoltà in attesa che navi più grandi provvedessero al soccorso e all’imbarco dei naufraghi. Le nostre unità navali sono molto spesso sopraffatte dall’elevato numero di barconi che si trovano contemporaneamente in stato di difficoltà, e la vita e la morte in mare è una questione di minuti. Il codice di condotta mette a rischio questa fragile equazione di collaborazione tra diverse navi con diverse capacità, comportando il rischio effettivo che le navi più piccole siano costrette ad abbandonare frequentemente la zona di ricerca e soccorso e, nel medio periodo, addirittura a cessare di operare.

Il codice sembra poi ricercare il coinvolgimento di altri governi nel meccanismo di soccorso in mare, in particolare per l’impegno a informare immediatamente le autorità dello Stato di bandiera e a coinvolgere l’MRCC (Maritime rescue coordination center, ndr) più vicino alla zona in cui si verifica un evento SAR. Fino ad oggi abbiamo lavorato sotto l’esclusivo coordinamento dell’MRCC di Roma, riconoscendo in ogni circostanza la più assoluta efficienza e dedizione. Abbiamo richiesto garanzie che l’obbligo di coinvolgere altri MRCC non avrebbe comportato rallentamenti nelle operazioni di soccorso e nella determinazione del luogo sicuro in base agli accordi internazionali. I cambiamenti apportati a questo impegno nella versione definitiva del Codice non rispondono sufficientemente a questa richiesta e poiché la non chiara assegnazione delle responsabilità tra gli MRCC attivi nell’area ha in passato provocato tragedie, questa rimane per MSF una preoccupazione cruciale.

Abbiamo infine esaminato le disposizioni del codice alla luce dei nostri principi umanitari di indipendenza, imparzialità e neutralità. La presenza a bordo di funzionari di polizia armati è contraria alla politica “no- weapons” che applichiamo rigorosamente in tutti i nostri progetti nel mondo. È per noi anche una questione di sicurezza e per questa ragione ne richiediamo il rispetto sia agli eserciti e alle forze di polizia che ai gruppi armati e alle milizie di ogni tipo. Mentre la nuova versione del codice garantisce che le attività umanitarie non saranno ostacolate dalla presenza di funzionari di polizia a bordo delle nostre navi, si richiede ancora alle nostre équipe di contribuire attivamente alla raccolta di elementi utili ad attività di polizia e investigative, e questo costituisce una distorsione sostanziale della nostra missione. Il codice non fa poi alcun riferimento ai principi umanitari e alla necessità di mantenere la più assoluta distinzione tra le attività di polizia e repressione delle organizzazioni criminali e l’azione umanitaria, che non può essere che autonoma e indipendente.

(…)

A queste osservazioni si aggiungono le preoccupazioni che già abbiamo condiviso con lei sulla drammatica situazione in Libia. Le persone di cui ci prendiamo cura nei centri di detenzione intorno a Tripoli e quelle che soccorriamo in mare condividono le stesse vicende di violenza e trattamenti disumani. Le strategie messe in atto dalle autorità italiane ed europee per contenere le partenze dalle coste libiche sono, nelle circostanze attuali, estremamente preoccupanti. La Libia non è un posto sicuro dove riportare le persone in fuga, né dal territorio europeo né dal mare».

Il ministero dell’Interno ha fatto sapere a sua volta che «l’aver rifiutato l’accettazione e la firma pone quelle organizzazioni non governative fuori dal sistema organizzato per il salvataggio in mare, con tutte le conseguenze del caso concreto che potranno determinarsi a partire dalla sicurezza delle imbarcazioni stesse. In una condizione diversa, saranno invece parte integrante le ong che hanno sottoscritto il codice».

L'arrivo a Catania di 6 migranti morti recuperati dalla nave "Vos Prudence" di Medici senza frontiere, maggio 2017 (Andrea Di Grazia/LaPresse)