avere 18 anni
  • Italia
  • mercoledì 19 luglio 2017

Com’è non essere ancora italiani a 18 anni

Senza cittadinanza o in attesa di riceverla si pensa al futuro con qualche problema in più rispetto ai coetanei italiani

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Ragazzi del liceo scientifico Giuseppe Mercalli di Napoli fotografati durante gli esami di maturità, il 21 giugno 2017 (ANSA/CESARE ABBATE)

Passati gli esami di maturità e finite le vacanze estive, i ragazzi italiani che hanno tra i 18 e i 19 anni si trovano solitamente a dover scegliere tra una serie di alternative: continuare a studiare, cercarsi un lavoro, fare domanda per il servizio civile o prendersi un anno sabbatico durante il quale, viaggiando o stando a casa, decidere cosa fare del proprio futuro. In ogni caso, qualunque sia la decisione, nessuno potrà mettere in dubbio il loro diritto di vivere sul territorio italiano. Per chi è nato o cresciuto in Italia ma non ne è cittadino, invece, questo diritto non è garantito. Se fino al 18esimo anno di età la permanenza sul territorio italiano è legata ai permessi dei genitori, da quando si diventa maggiorenni è necessario ottenere in prima persona un permesso di soggiorno, che a sua volta è legato a una ragione precisa per la quale ci si trova in Italia. Esistendo varie ragioni possibili, esistono quindi diversi tipi di permessi, ma tutti sono accomunati dal fatto di dimostrare la propria autosufficienza economica.

Quello che dà maggiori libertà a chi lo detiene è il permesso UE per soggiornanti di lungo periodo, che dal 2007 ha sostituito la carta di soggiorno. Una volta ottenuto, il permesso è a tempo indeterminato e questo dà parecchia tranquillità a chi lo possiede. I requisiti per averlo prevedono però degli standard reddituali abbastanza alti, per cui è difficile trovare qualcuno che abbia meno di trent’anni e questo tipo di permesso, a meno che a ottenerlo non sia stata la sua famiglia quando la persona era ancora minorenne: in quel caso si ottiene il permesso a tempo indeterminato come lungo soggiornante a prescindere da altri requisiti. Gli altri permessi, invece, devono essere rinnovati periodicamente ogni uno o due anni e un neo-maggiorenne senza cittadinanza generalmente fa richiesta per uno di questi tre: per lavoro, per motivi familiari oppure di studio.

I permessi di tipo lavorativo sono principalmente due: per lavoro subordinato o autonomo. Nel caso del lavoro subordinato, la durata del permesso dipende dal tipo di contratto: può essere di due anni se il contratto è a tempo indeterminato, o di uno se è a tempo determinato. Il permesso di soggiorno per lavoro autonomo dura invece due anni e può essere convertito in permesso di soggiorno per lavoro subordinato se cambiano le condizioni del lavoratore.

Il permesso di soggiorno per motivi familiari lega il neo maggiorenne al permesso di soggiorno del familiare che per primo si è trasferito in Italia e lo ha richiesto. Questo permesso “originario” è di solito il permesso per lavoro di uno dei genitori: il neo maggiorenne continuerà quindi a dipendere dall’occupazione di questo familiare, così come succedeva quando era minorenne. La differenza è che al 18esimo anno di età dovrà essere lui a occuparsi di avere il permesso di soggiorno, banalmente andando in un ufficio a fare una fila.

Leggi anche: Le precarietà dei minori stranieri in Italia

Infine esiste il permesso di soggiorno per motivi di studio disponibile per chiunque sia iscritto all’università se può dimostrare la sua autosufficienza economica (cosa non semplicissima se si studia e si lavora nei ritagli di tempo) e il fatto di essere in pari con gli esami (perché il permesso gli venga rinnovato è necessario esibire il libretto universitario, sul quale l’ultimo esame registrato non può essere precedente a sei mesi). Il permesso di soggiorno per motivi di studio ha la durata prevista dal corso di studi scelto.

L’erasmus e il servizio civile

Essendo un momento della vita particolare, in cui si inizia a decidere per sé come giovani adulti, la necessità di avere un permesso di soggiorno e di doverlo rinnovare costantemente comporta senza dubbio una serie di preoccupazioni aggiuntive, soprattutto dal punto di vista economico: dover dimostrare la propria autosufficienza dai 18 anni in poi può influenzare la libertà di scelta individuale e far rinunciare ad alcune aspettative in favore di percorsi economicamente più sicuri. Non esiste però alcun tipo di restrizione dal punto di vista regolamentare per chi volesse fare esperienze come l’erasmus e il servizio civile, che negli ultimi anni sono diventate sempre più comuni tra i giovani.

Per quanto riguarda la mobilità erasmus abbiamo parlato con Tiziana De Matteis, responsabile del settore Erasmus per l’Università La Sapienza di Roma. Tutti gli studenti iscritti all’Ateneo possono partecipare al programma Erasmus +, a differenza del precedente programma che prevedeva la presentazione del permesso di soggiorno per accedere alla mobilità. Prima della partenza tutti gli studenti devono verificare l’eventuale necessità di acquisire un visto e di questo vengono informati dal settore Erasmus che è disponibile a fornire le attestazioni necessarie per la richiesta. In generale, il programma Erasmus + prevede l’erogazione di un contributo aggiuntivo per studenti in condizioni socio-economiche svantaggiate (che vengono rilevate sulla base dell’ISEE) e che viene erogato tramite l’utilizzo di fondi europei e, nel caso di Sapienza, anche di fondi di Ateneo. De Matteis ci ha spiegato che negli ultimi tre anni le assegnazioni di questo contributo aggiuntivo hanno attestato un aumento degli studenti beneficiari tra i cittadini extra Unione Europea e che anche a prescindere dal contributo questa categoria di studenti partecipa sempre più spesso al programma Erasmus +.

Dal 2015 poi, anche gli stranieri possono partecipare ai bandi di selezione per i volontari del Servizio Civile Nazionale essendo in possesso di un permesso di soggiorno valido. Hanno però delle limitazioni rispetto ai candidati italiani in relazione alla lunghezza del periodo nel quale possono prestare servizio. Queste limitazioni sono legate ai permessi di soggiorno che prevedono dei tempi massimi entro quali gli stranieri possessori possono stare fuori dall’Italia: i lungo soggiornanti e chi ha un permesso da rinnovare ogni due anni non possono stare fuori dall’Italia per più di 12 mesi; chi ha invece un permesso annuale ha un limite di sei mesi.

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