Cosa vuol dire “azzimato”

di Massimo Arcangeli

Indica chi cura il proprio aspetto ed è quasi sinonimo di "agghindato"

Azzimarsi vuol dire “acconciarsi”, “farsi belli”, “sistemarsi per bene”. Chi è azzimato è più che ricercato, nel curare perlopiù il proprio aspetto o il proprio abbigliamento. Sinonimi o quasi sinonimi dell’aggettivo sono agghindato e lisciato, per il quale è frequente l’abbinamento ad azzimato proprio perché si percepisce la non piena corrispondenza fra il significato dell’uno e quello dell’altro:

Considera, amico mio, che l’avvocato Tancredi, comecchè sia un caro giovane, azzimato, lisciato e cascante di vezzi, è un giureconsulto che sa a memoria il Codice civile, quello di procedura e il criminale come li avesse composti egli stesso (Apologia di Camillo Marcolini contro alcune pretensioni pecuniarie dell’Eccellentissimo Signor Avvocato Torquato Tancredi, Fossombrone [PU], Tipografia Monacelli, 1870, p. 54).

Veramente pensavo tra me che già in testa il cappello all’esposizione non l’avrei potuto portare, e concentrai la mia vanità nel poter comparirvi almeno azzimato e lisciato (Paolo Lioy, Chi dura vince, Milano, Fratelli Treves, 1879, p. 297).

Azzimato si dice anche di un ambiente particolarmente ricercato o raffinato, e c’è chi ha definito azzimato pure un certo modello televisivo. La televisione commerciale, fin dal suo sorgere, sarebbe stata una «specie di basic-television, populista e impulsiva quanto il monopolio pubblico era stato precettoso e azzimato» (Michele Salvati, L’egemonia televisiva, “la Repubblica”, 4 dicembre 2003); una tv pubblica dunque improntata, rispetto a quella privata, a una didattica fin troppo premurosa (precettosa) e “ripulita” degli eccessi popolareggianti di una programmazione rivolta a un’utenza di bocca buona.
Per riferirsi a una persona azzimata, come in un noto esempio del secondo capitolo dei Promessi Sposi («Lucia usciva tutta attillata dalle mani della madre»), si può usare anche in ghingheri o attillato (e conciato, o acconciato; demodé, invece, pettinato o leccato); chi appaia curato in modo eccessivo, o troppo vistoso, più che azzimato si dirà scherzosamente addobbato, impomatato o bardato, e qualora l’esagerata attenzione portata al suo aspetto divenga pesantezza nel trucco sarà allora più corretto definirlo impiastrato. Un tempo era perlopiù impomatato chi fosse abituato a imbrillantinarsi, cioè a ungersi e lisciarsi i capelli con la brillantina, e in età antica, se la sua barba era curata in modo impeccabile, questa si poteva dire spimacciata o sprimacciata (come un materasso o un cuscino).

Non si contano le attestazioni letterarie o documentarie, sparse lungo i secoli, di giovani, donne, damerini azzimati. Giovanni Boccaccio, nel suo commento alla Commedia dantesca, critica malignamente i primi per la «sollicitudine, la qual pongono, gran parte del tempo perdendo appo il barbiere, in farsi pettinare la barba, in far la forfechina, in levar questo peluzo di quindi e rivolger quell’altro altrove, in far che alcuni del tutto non occupi la bocca, e in ispecchiarsi, azimarsi, e allicchisarsi, iscrinarsi i capelli, ora in forma barbarica lasciandogli crescere, attrecciandogli, avvolgendosegli alla testa e talora soluti su per gli omeri lasciandogli svolazare e ora in atto chericile racorciandogli» (Tutte le opere di Giovanni Boccaccio: Esposizioni sopra la Comedia di Dante, a cura di Giorgio Padoan, Milano, Arnoldo Mondadori, 1964, p. 332).

Sono ancora i giovani, che «si studiano in ben parere nella persona e nell’abito», il bersaglio di un gesuita in età ottocentesca:

Assottigliano essi l’ingegno per azzimarsi, lisciarsi, raffazzonarsi e mettersi in sull’attillato e in sul vago, e così far mostra di s[é] a preferenza degli altri, non si accorgendo i vanarelli, che con tanto loro fare muovono anzi a riso e a compassione i savj compagni (Vita di Michele Aiatumo giovinetto indiano alunno del seminario di Boolo nelle isole Filippine scritta da Giuseppe Boero della Compagnia di Gesù, Roma, Presso il Collegio Urbano, 1842, p. 62).

Ed ecco due belle testimonianze, sempre ottocentesche, su quel che volle dire, in secoli e secoli di sviluppo di questa pratica, l’azzimatura alla toletta:

L’arte d’azzimarsi è quasi tanto antica quanto il mondo; […] l’autore del libro d’Enoc ci accerta che prima del diluvio l’angiolo Azaliello insegnò alle fanciulle l’arte d’imbellettarsi. Possiamo dedur da questo la rimotissima antichità di quest’arte, e l’alta stima in che era tenuta. Tuttavia dobbiamo far osservare che la parola belletto aveva un significato di gran lunga più esteso che non ha al giorno d’oggi, e nell’arte d’azzimarsi, tutto ciò che serve a nascondere o a correggere le difformità del fisico si comprendeva.
Prima furon gli occhi cui si applicasse quest’arte. In tutto l’Oriente richiedevasi che gli occhi per esser belli fossero neri, grandi ed assai fessi. Le donne si studiavano di procacciarsi almeno l’apparenza di queste qualità così in pregio, quando natura loro n’era stata avara; si servivano d’antimonio che è il belletto più antico di cui faccia menzione la storia. Questa droga, scorciando la palpebra, faceva apparir l’occhio più grande. Quest’uso si pratica tuttora in alcune contrade, le donne Arabe danno il color nero agli orli delle palpebre, e prolungano questa linea nera oltre l’angolo dell’occhio, onde paja più fesso.
Le Greche e le Romane avevano anch’esse adottato l’uso di pingersi gli occhi col belletto d’antimonio; ma ne inventarono poi altre due qualità che vennero sino a noi, il bianco e il rosso. Sotto Augusto questi due belletti erano riservati alle matrone. Le donne romane si servivano d’altri ancora, che non erano, per parlar propriamente, che de’ composti, che giovavano a dar lucentezza alla pelle, e mantenerne la freschezza. Ovidio ce ne ha conservato memoria, e ne dà persino delle minute ricette. La celebre Poppea inventò un belletto cui diede il proprio nome. Era questa una pasta che applicavasi sulla faccia, e che si levava quando si compariva in pubblico (La toletta delle dame ossia trattato intorno alla bellezza. […] Traduzione libera dal francese di G… de C…a, tomo II, Milano, coi Tipi di Batelli e Fanfani, 1822, pp. 48-50).

Anticamente la Toeletta, come più com. la dicono i Toscani odierni, significava il Velo che copriva lo specchio da apparecchiatoio e quel Tovagliolo sul quale s’apparecchiava tutto l’occorrente per abbigliarsi e azzimarsi. Oggidì significa quella specie di Tavolino con ispecchio e pettiniera innanzi al quale le donne e i damerini sogliono acconciarsi il capo e azzimarsi la persona o da soli o serviti dalla cameriera o dal parrucchiere – E Toeletta dicesi anche il Complesso delle azzimature alle quali la vera toeletta è santuario (Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini, volume terzo, M-Q, Milano, dall’Imp. Regia Stamperia, 1841, s. v. tavoletta).

Un termine per dire imbellettarsi, anch’esso scherzoso, è ancora il desueto inverniciarsi; termini più o meno generici per dire azzimarsi, fra antichi e letterari (oltre a lisciarsi, acconciarsi, ecc., e all’allichisarsi del Boccaccio), sono raffazzonarsi, rassettarsi, razzimarsi, stuccarsi, che si sommano ai numerosissimi ricavabili dalle tante lingue e parlate d’Italia di ieri o di oggi: il napoletano sceriarsi (letteralmente: “sfregarsi, stropicciarsi”), il sardo allisaisì (“allisciarsi”), il pavese lenciass (“lisciarsi”), i piemontesi tignonesse (“tingersi”) o lustresse (“lustrarsi”), ecc.; una nutrita sequenza di sinonimi, fra i quali c’è azzimarsi, commenta qui il genovese perlisciâse (lett. “perlisciarsi”):

Perlisciâse n. p. Strebbiarsi, Rinfronzirsi, Azzimarsi, Allindirsi, Raffusolarsi, Ripicchiarsi, Cincinnarsi, Ricincinnarsi: Tutti verbi che più o meno significano Abbigliarsi, Adornarsi, Abbellirsi ricercatamente, e dicesi per lo più delle donne (Dizionario genovese-italiano compilato da Giovanni Casaccia, Genova, Tipografia di Geatano Schenone, 1876).

Azzimare, più frequente nella forma azzimarsi, è probabilmente collegato con il greco κοσμέω (“ordino, dispongo”, ma anche “abbellisco, adorno”) e la sua origine è la stessa dello spagnolo azemar e dell’antico italiano accismare (e antico genovese acesmar “ordinare”, antico francese acesmer, antico provenzale azesmar). In Dante sono attestati entrambi, azzimare e accismare. Il primo compare due volte nel Convivio (I, X, 12; III, IV, 8), il secondo una volta nella Commedia:

Un diavolo è qua dietro che n’accisma
sì crudelmente al taglio de la spada,
rimettendo ciascun di questa risma,
quand’avem volta la dolente strada;
però che le ferite son richiuse
ìprima ch’altri dinanzi li rivada.
Inf. XXVIII, 37-42

A parlare è Maometto, “conciato” per le feste dal diavolo che lo mutila orrendamente con la sua spada, come fa con tutti gli altri seminatori di discordie, dopo ogni giro di bolgia. Infatti, completato un giro, le ferite di quelle anime dannate, prima che queste si ripresentino davanti a lui, si rimarginano ma, una volta che si sono richiuse, quel demonio le riapre con i suoi fendenti.

Alla vigilia del Festival “Parole in cammino” che si è tenuto ad aprile a Siena, il suo direttore Massimo Arcangeli – linguista e critico letterario – ha raccontato pubblicamente le difficoltà che hanno i suoi studenti dell’università di Cagliari con molte parole della lingua italiana appena un po’ più rare ed elaborate, riflettendo su come queste difficoltà si estendano oggi a molti, in un impoverimento generale della capacità di uso della lingua. Il Post ha quindi proposto ad Arcangeli di prendere quella lista di parole usata nei suoi corsi, e spiegarne in breve il significato e più estesamente la storia e le implicazioni: una al giorno.
Il nuovo libro di Massimo Arcangeli, “La solitudine del punto esclamativo“, è uscito il primo giugno per il Saggiatore.

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