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  • domenica 16 luglio 2017

Sapete dove andate in vacanza?

Guida a dieci posti del mondo molto frequentati dai turisti, ma con situazioni politiche che richiedono un po' di preparazione

Nassau, Bahamas (Sergi Reboredo/picture-alliance/dpa/AP Images)

Scegliere il posto dove andare in vacanza non è mai facile, il mondo è grande e di posti belli ce ne sono tanti. Eppure, quando si decide di andare fuori dall’Europa, capita spesso che si finisca per visitare gli stessi posti: perché sono abbastanza esotici senza però essere pericolosi, perché sono-pronti-per-il-turismo, come si dice, oppure perché sono quelli che vengono proposti più spesso dalle agenzie di viaggio. Se si decide per esempio di andare nella penisola indocinese, si finirà per visitare prima il Vietnam del Laos; se si ha l’ambizione di vedere un posto lontano con spiagge bellissime, si valuterà probabilmente Bali, in Indonesia, oppure le Maldive, per chi se le può permettere. Quello che però spesso si ha poca voglia di fare è leggersi le pagine delle guide turistiche che parlano della storia e della situazione politica del paese nel quale si fanno le ferie: perché è una vacanza, alla fine. Ma per quello ci siamo noi del Post.

Abbiamo selezionato dieci mete che da diverso tempo sono molto popolari anche tra i turisti italiani che decidono di fare un viaggio fuori dall’Europa, magari in un resort o in una località di mare, e abbiamo raccontato in breve cosa succede in questi paesi: chi governa, che problemi hanno e qualche altra curiosità. NON sono consigli di viaggio, se lo fossero avremmo forse scelto mete diverse; servono per farsi un’idea rapida di dove si trascorreranno le due settimane centrali di agosto, e per imparare qualcosa di nuovo sul mondo.

IranLa piazza centrale di Isfahan, Iran: un posto che vi consiglieremmo, se fosse quello il caso (John Moore/Getty Images)

Turchia

Se c’è un paese che è cambiato, ma cambiato parecchio, nell’ultimo anno, è la Turchia.

Ci sono due cose da tenere a mente sulla Turchia. La prima è che ha un problema con il terrorismo internazionale, perché negli ultimi mesi è stata colpita più volte da attentati compiuti dallo Stato Islamico, da gruppi curdi indipendentisti e forse anche da al Qaida: per diverso tempo da qui sono infatti passati i cosiddetti “foreign fighters” europei, i combattenti stranieri, che volevano unirsi alla guerra in Iraq e in Siria.

La seconda è che il suo presidente, Recep Tayyip Erdoğan, ha accentrato su di sé moltissimi poteri, soprattutto dopo il tentato colpo di stato contro di lui del luglio 2016. Da allora Erdoğan ha fatto licenziare 140mila funzionari pubblici, ha fatto arrestare 50mila persone e ha fatto chiudere molti giornali d’opposizione, accusando tutti di complottare contro di lui e di essere vicini a quello che considera essere l’organizzatore del tentato golpe, il religioso turco Fethullah Gülen, che diverso tempo si trova in esilio auto-imposto negli Stati Uniti.

Per la Turchia si è anche allontanata, forse definitivamente, la possibilità di entrare nell’Unione Europea. Oggi ci si chiede se il paese si possa ancora definire una democrazia (spoiler: no) e quanto Erdoğan proverà a islamizzarlo e trasformarlo in senso ancora più autoritario di quanto non abbia fatto finora.

ErdoganIl presidente turco Recep Tayyip Erdoğan durante una cerimonia a quasi un anno dal tentato colpo di stato in Turchia, organizzata in un centro congressi ad Ankara il 13 luglio 2017 (ADEM ALTAN/AFP/Getty Images)

Marocco

È una monarchia guidata dal Mohammed VI, che è succeduto al padre Hassan II nel 1999, e uno dei paesi più stabili del Nord Africa. Da quando è arrivato al potere, Mohammed VI ha provato a modernizzare il paese: ha introdotto alcune importanti riforme economiche, ha avviato indagini sulle violazioni dei diritti umani compiute dal regime durante il regno di suo padre e ha garantito più diritti alle donne, una misura a cui si sono opposti i religiosi più conservatori. Il Marocco è anche stato uno dei pochi paesi a non essere finito nel caos delle cosiddette “Primavere arabe”, cioè quelle proteste che si tennero nel 2010 in Nord Africa e Medio Oriente contro i governi autoritari al potere da decenni. Per sedare le proteste fu introdotta una nuova Costituzione e furono estesi i poteri del Parlamento e del primo ministro. Oggi il governo marocchino è guidato da Saad-Eddine El Othman, del partito islamista moderato Giustizia e sviluppo (PJD).

Da ottobre dello scorso anno le proteste contro il governo sono ricominciate, dopo l’uccisione da parte della polizia di Mouchine Fikri, un venditore di pesce. Secondo i manifestanti quell’uccisione è stata l’ennesimo esempio di hogra, cioè un trattamento umiliante compiuto da uno Stato che abusa del suo potere. Il Marocco comunque non sembra avere i problemi dei suoi vicini con il terrorismo: lo scorso anno non ci sono stati attentati e la versione marocchina dell’FBI, il Bureau Central d’Investigation Judiciare (BCJI), si è mostrata finora efficiente, smantellando 40 cellule terroristiche e arrestando 600 persone dal 2015 a oggi.

Proteste MaroccoManifestanti e polizia durante una protesta contro la corruzione, la repressione e la disoccupazione nella città settentrionale marocchina di al Hoceima, il 10 giugno 2017 (FADEL SENNA/AFP/Getty Images)

Thailandia

È l’unico paese del sud-est asiatico a non avere avuto un governo coloniale, ma in compenso non si può dire che negli ultimi 70 anni di storia abbia conosciuto troppa democrazia. L’ultimo colpo di stato risale al 22 maggio 2014, quando l’esercito destituì il governo legittimamente eletto di Yingluck Shinawatra. Oggi il primo ministro thailandese è il generale Prayuth Chan-ocha, che guidò il golpe e che fu poi incaricato da un Parlamento nominato dai militari. C’è un’altra cosa da sapere: la Thailandia è una monarchia costituzionale, e quindi ha un re: dal dicembre 2016 il monarca è Maha Vajiralongkorn, che però non è ancora riuscito a ottenere lo stesso livello di popolarità di suo padre, Bhumibol Adulyadej, morto tra-le-lacrime-di-un’intera-nazione nell’ottobre 2016. Ancora oggi i militari controllano parte dei network televisivi e radiofonici del paese: è possibile criticare il governo ma non la famiglia reale, e comunque i giornalisti si autocensurano parecchio per non passare troppi guai.

Negli ultimi due anni la Thailandia è stata colpita dal terrorismo diverse volte. Lo scorso maggio è esplosa un’autobomba nel sud, vicino a Pattani, mentre ad agosto 2016 alcune bombe a Pukhet, Trang, Hua Hin e Surat Thani hanno ucciso quattro persone. Anche Bangkok è stata colpita da un attacco: nell’agosto 2015 sono morte 20 persone nell’esplosione di una bomba in un tempio induista molto famoso.

ThailandiaThailandesi pregano mentre il corpo del re Bhumibol Adulyadej viene trasportato per le strade di Bangkok, il 14 ottobre 2016 (MUNIR UZ ZAMAN/AFP/Getty Images)

Cuba

Nella notte tra venerdì 25 e sabato 26 novembre 2016 è morto Fidel Castro, e questa è la prima cosa da sapere, perché non si può capire cos’è Cuba oggi se non si conoscono almeno due cose sull’uomo che l’ha fatta. Castro guidò il regime comunista cubano per quasi cinquant’anni, dalla rivoluzione che destituì il regime del dittatore Fulgencio Batista al 2008, quando passò la presidenza a suo fratello Raúl. È stato una delle personalità più importanti del Novecento, e per via del suo carisma è diventato un’icona per la sinistra sudamericana e non solo, nonostante le continue violazioni dei diritti umani compiute dal suo regime. Era lui il leader di Cuba in uno dei momenti più pericolosi della Guerra fredda, quando si arrivò a pensare che uno scontro nucleare tra Stati Uniti e Russia non solo era possibile, ma anche imminente: quell’episodio è ricordato come la “crisi dei missili a Cuba”, iniziò il 14 ottobre 1962 e finì il 28 dello stesso mese. È raccontata qui.

Negli ultimi tre anni Cuba ha cominciato a cambiare, anche se molto lentamente. Alla fine del 2014 Raúl Castro e Barack Obama fecero la pace, avviando la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Cuba e Stati Uniti che erano interrotti dal 1962. Il 26 marzo 2016 ci fu lo storico concerto dei Rolling Stones a L’Avana, davanti a più di 250mila persone, che per importanza fu paragonato a quello di Roger Waters del 1990 al Muro di Berlino. Il 4 maggio dello stesso anno Chanel organizzò il primo evento di moda internazionale a Cuba dal 1959, con Karl Lagerfeld, Gisele Bündchen e Vin Diesel. È troppo presto per dire se e quando cambieranno davvero le cose a Cuba, ma qualcosa intanto si è mosso.

President Obama Attends Tampa Bay Devil Rays v Cuban National Team Baseball Game In HavanaIl presidente americano Barack Obama e quello cubano Raul Castro durante una partita di baseball a L’Avana, il 22 marzo 2016 (Chip Somodevilla/Getty Images)

Indonesia

È il paese con più musulmani al mondo, ha un’economia che sta crescendo moltissimo e si estende su migliaia di isole tra Asia e Australia: la sua meta turistica più nota è Bali. Fu colonia olandese fino all’invasione giapponese durante la Seconda guerra mondiale, poi nel 1945 Sukarno, un importante leader nazionalista, dichiarò l’indipendenza del paese: fu nominato presidente, trasformò l’Indonesia in un regime autoritario e fu succeduto dal dittatore Suharto. Nel luglio 2014, tre anni fa, si tennero le elezioni per eleggere un nuovo presidente, il quarto della storia del paese dopo la caduta di Suharto: vinse Joko Widodo, detto “Jokowi”, di origini umili e nessun legame con il passato autoritario dell’Indonesia.

L’Indonesia ha una grande tradizione di Islam moderato, che per molto tempo ha subìto anche l’influenza culturale dell’induismo e del buddismo. Negli ultimi anni però le cose sono cominciate a cambiare e i gruppi musulmani integralisti sono cresciuti di numero e di importanza. Il governo di Widodo è osteggiato da diversi gruppi islamisti radicali, che nel novembre 2016 organizzarono un’enorme manifestazione a Giacarta, la capitale indonesiana, per protestare contro il governatore della città, il cristiano Basuki Tjahaha Purnama, accusato di blasfemia e alleato di Widodo (per quella storia Basuki è finito sotto processo ed è stato condannato a due anni di prigione). Diversi mesi prima, a gennaio, lo Stato Islamico aveva rivendicato un attentato compiuto a Giacarta, nel quale erano state uccise quattro persone, oltre a quattro attentatori. Pochi giorni fa Widodo ha annunciato di avere approvato un decreto che renderà più facile per il presidente smantellare organizzazioni religiose e civili: l’obiettivo, sembra, è ridurre l’influenza dei gruppi più radicali, anche in vista delle prossime elezioni presidenziali che si terranno nel 2019.

WidodoIl presidente indonesiano Joko Widodo canta l’inno nazionale durante un evento a Hong Kong il 30 aprile 2017 (ANTHONY WALLACE/AFP/Getty Images)

Kenya

Ottenne l’indipendenza dal Regno Unito nel 1963. Poco dopo si tennero le prime elezioni presidenziali, che furono vinte da Jomo Kenyatta, uno dei leader più importanti della lotta indipendentista. Dall’aprile 2013 il presidente del Kenya è Uhruru Kenyatta, figlio di Jomo, che è accusato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia di crimini contro l’umanità per le violenze compiute dopo le elezioni del 2007, quando furono uccise più di mille persone. Nonostante le turbolenze politiche e le restrizioni alla libertà di stampa, da anni il Kenya è considerato uno dei paesi culturalmente più attivi di tutta l’Africa: una certa notorietà è stata raggiunta per esempio dallo scrittore keniano Ngũgĩ wa Thiong’o, che è stato più volte associato al premio Nobel per la letteratura.

Negli ultimi anni il Kenya ha avuto diversi problemi con il terrorismo, oltre a quelli legati alla disoccupazione, al crimine e alla povertà. Il gruppo estremista al Shabaab, nato nella vicina Somalia, ha compiuto diversi attacchi terroristici molto violenti anche in territorio keniano: per esempio quello del 2013 al centro commerciale Westgate di Nairobi, nel quale morirono 67 persone, e quello all’Università di Garissa del 2015, quando furono uccise 148 persone. La crisi economica e la paura di attacchi terroristici hanno messo in crisi il turismo, tra cui quello diretto a Malindi, città del Kenya sull’Oceano Indiano a circa 120 chilometri da Mombasa diventata famosa in Italia come località turistica di personaggi più o meno ricchi e famosi. Il Kenya ospita anche il campo profughi più grande del mondo, il campo di Dadaab.

KenyattaIl presidente kenyano Uhuru Kenyatta a bordo di un veicolo per trasporto truppe a Nairobi, il 16 gennaio 2017 (JOHN MUCHUCHA/AFP/Getty Images)

Bahamas

Sono il paradiso tropicale e fiscale per eccellenza. Sono formate da un arcipelago di 700 isole abitate da 372mila persone, e dopo Stati Uniti e Canada hanno il PIL pro capite più alto di tutto il continente americano. L’economia delle Bahamas è basata sul turismo e sulla finanza offshore, e grazie a leggi molto permissive e a una tassazione molto bassa, migliaia di navi in tutto il mondo sono iscritte al registro navale nazionale. Il 90 per cento della popolazione si identifica come nera, vista la grande percentuale di discendenti degli schiavi che furono portati qui per lavorare nelle piantagioni britanniche durante il periodo coloniale. Oggi le Bahamas sono un paese stabile e democratico: hanno ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito nel 1973 e da allora non hanno subìto particolari sconvolgimenti.

La capitale, che è anche la città più grande, si chiama Nassau, mentre le principali località turistiche sono sparse nelle varie isolette che formano l’arcipelago e che ogni anno vengono visitate da milioni di turisti alla ricerca di spiagge tropicali e clima temperato. Pochi mesi fa le Bahamas sono state al centro di un “disastro”, “caos”, “fiasco” – così è stato definito dalla stampa – legato all’organizzazione di un evento “di lusso” con biglietti fino a 250mila dollari: è andato tutto storto, per farla breve. Dallo scorso maggio il primo ministro è Hubert Minnis, medico e leader del Free National Movement, il principale partito conservatore del paese.

NassauUn hotel a Nassau, Bahamas (Sergi Reboredo/picture-alliance/dpa/AP Images)

Vietnam

Quarant’anni dopo la fine della guerra che lo ha reso celebre nel mondo, il Vietnam è ancora una dittatura comunista dove non ci sono elezioni e in cui è vietato criticare il governo, ma è anche una delle economie che crescono più rapidamente di tutto il continente asiatico, grazie soprattutto al turismo. In Vietnam sono state combattute diverse guerre dalla fine della Seconda guerra mondiale. Prima contro l’esercito coloniale francese, fino al 1954 quando gli accordi di Ginevra sancirono la nascita di Vietnam del Sud, Vietnam del Nord, Laos e Cambogia, e la fine dell’influenza francese nella penisola indocinese. Poi tra i comunisti del nord e il governo del sud appoggiato dagli Stati Uniti, in quella che è stata considerata per molto tempo la guerra più rilevante combattuta dagli americani dopo la Seconda guerra mondiale, e che è stata al centro di buona parte della cultura pop dell’epoca e degli anni successivi, raccontata in una miriade di libri, canzoni, film, articoli di giornale e fotografie (per esempio qui, qui e qui). I combattimenti sono finiti solo nel 1975 con la riunificazione del paese, dopo la conquista del sud da parte dell’esercito del nord comunista (poi ci fu l’invasione vietnamita della Cambogia, nel 1979, ma questa è un’altra storia ancora).

Oggi la capitale del Vietnam è Hanoi, nel nord, mentre la vecchia Saigon dei film di guerra, quella che fino all’unificazione era la capitale del sud, è stata ribattezzata Ho Chi Minh, dal nome dello storico leader che condusse le prime rivolte per l’indipendenza dal regime coloniale francese. Le differenze tra nord e sud sono ancora molto evidenti, nonostante l’esistenza di un solo governo.

VIETNAM-POLITICS-PARTY-ANNIVERSARYSoldati vietnamiti davanti all’entrata dell’edificio dove si sono riuniti i membri del Partito Comunista ad Hanoi, il 2 febbraio 2015 (HOANG DINH NAM/AFP/Getty Images)

Maldive

Se ci fosse un indice che mette insieme l’attrattiva turistica di un paese con le sue vicissitudini interne, le Maldive sarebbero tra i primi posti, senza dubbio. Questo piccolo arcipelago di poco più di 300mila abitanti, che attira ogni anno più di 1,2 milioni di turisti, in meno di un decennio ha visto susseguirsi la fine di una dittatura trentennale, libere elezioni, golpe, arresti di importanti politici, processi farsa, proclamazioni dello stato d’emergenza con schieramento di blindati e polizia per le strade e la nascita dei primi movimenti radicali islamisti della sua storia.

L’attuale presidente delle Maldive si chiama Abdulla Yameen ed è il fratellastro di Maumoon Abdul Gayoom, il dittatore che governò il paese per trent’anni, fino al 2008. Sembra che Yameen abbia l’ambizione di seguire la strada iniziata da Maumoon Abdul Gayoom: ha ottenuto il potere nel 2013, con le elezioni seguite alla deposizione del suo predecessore, Mohamed Nasheed, primo presidente eletto democraticamente nella storia recente del paese. Ma non è finita qui, le Maldive hanno molti altri problemi, tra cui la crescente minaccia del radicalismo islamista. L’episodio più preoccupante è avvenuto lo scorso aprile, quando è stato ucciso un blogger molto critico nei confronti dell’integralismo islamista, Yameen Rasheed. Da un anno il governo sta adottando sempre più misure anti-terrorismo, ma su questo fronte i suoi apparati di sicurezza sono ancora molto arretrati.

MaldiveIl presidente delle Maldive, Abdulla Yameen, insieme alla moglie Fathimath Ibrahim all’aeroporto internazionale di Katunayake, nello Sri Lanka, il 21 gennaio 2014 (LAKRUWAN WANNIARACHCHI/AFP/Getty Images)

Egitto

Ok, da dove iniziare? Perché fuori da Sharm El Sheik c’è tutto un mondo (ma anche dentro), un mondo che negli ultimi sei anni è stato sconvolto e ri-sconvolto da colpi di stato, massacri e attacchi terroristici. Per farla breve: all’inizio del 2011 l’allora presidente Hosni Mubarak, al potere da 30 anni, si dimise in seguito delle cosiddette “primavere arabe”, lasciando così un vuoto di potere che fu riempito dai Fratelli Musulmani, un gruppo islamista politico-religioso che riuscì nel giugno 2012 a eleggere presidente uno dei suoi leader, Mohammed Morsi. La presidenza di Morsi durò però solo un anno, perché all’inizio di luglio l’esercito, guidato dal generale Abdel Fattah al Sisi, organizzò con successo un colpo di stato e impose il governo di una giunta militare. Seguirono violente repressioni compiute dal nuovo regime, che ben presto espresse un leader forte, al Sisi, che fu eletto presidente nel giugno 2014 tramite delle elezioni giudicate da molti osservatori poco democratiche. Da allora al Sisi ha rafforzato notevolmente il suo potere, creando attorno a sé un culto della personalità molto forte e iniziando degli interventi militari all’estero – in Libia e in Yemen – contro diversi gruppi islamisti.

Oggi l’Egitto non è un paese democratico. Il governo controlla buona parte della stampa nazionale e lo stato di diritto non va particolarmente di moda, come mostra il caso di Giulio Regeni, raccontato ampiamente qui. Negli ultimi anni sono aumentati anche gli attentati terroristici, concentrati soprattutto nella penisola del Sinai, dove tra l’altro opera anche un gruppo affiliato allo Stato Islamico, e indirizzati spesso contro i cristiani copti. Insomma, non un gran periodo per uno dei paesi più importanti del mondo arabo.

SisiAbdel Fattah al Sisi, ex generale e ora presidente dell’Egitto, in una foto scattata al Cairo l’1 agosto 2013 (Michael Kappeler/picture-alliance/dpa/AP Images)

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