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Davigo e i magistrati che diventano politici

E molte altre severe e bellicose opinioni in un'intervista data al Fatto Quotidiano

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Piercamillo Davigo, a Pisa nel 2016 (ANSA / FRANCO SILVI)

Il magistrato Piercamillo Davigo, uno dei più noti e discussi in Italia per il suo ruolo nelle inchieste contro la corruzione e per la frequente esposizione delle sue drastiche e severe opinioni sulla giustizia, ha dato un’intervista al Fatto Quotidiano (con il quale ha da sempre una solida sintonia) in cui ha nuovamente espresso giudizi molto netti sulla politica e sulla magistratura, in tempi in cui per la prima volta cominciano a manifestarsi delle distanze assai forti all’interno della categoria.

Ultimamente la volevano i Cinque Stelle.
Nessuna proposta formale. E, a scanso di equivoci, al loro recente convegno alla Camera ho ribadito che i giudici non dovrebbero mai fare politica, anche se sarebbe assurdo vietarlo per legge (nelle democrazie serie lo si proibisce ai pregiudicati, non ai magistrati). Però un protagonista di Tangentopoli, condannato in via definitiva, ha dichiarato che, se vincono i 5Stelle, Mattarella non darà mai l’incarico a Di Maio, ergo il M5S indicherà me come premier, e sarà la fine. A parte il fatto che è fantascienza, mi inorgoglisce che un pregiudicato pensi questo di me…

Perché i magistrati non devono fare politica?
Perché non sono capaci, della qual cosa esistono evidenze empiriche. Ha mai visto uno che ha fatto a lungo il magistrato diventare un grande statista? I politici sono, o dovrebbero essere, scelti (cioè eletti) col criterio della rappresentanza. I professionisti, con quello della competenza, tant’è che nessuno si farebbe operare da un chirurgo che passa per bravo solo perchè è stato eletto dal popolo. Noi magistrati siamo un’altra cosa: abbiamo le guarentigie di indipendenza proprio per potercene infischiare delle critiche dell’opinione pubblica: come potremmo gestire il consenso, se non l’abbiamo mai fatto prima in vita nostra?

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