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  • sabato 15 luglio 2017

Cos’è successo in Turchia, in quest’anno

Cioè dalla notte tra il 15 e il 16 luglio 2016, quando fallì il colpo di stato contro il governo di Erdoğan

(BULENT KILIC/AFP/Getty Images)

È passato un anno dalla notte tra il 15 e il 16 luglio 2016, quando una parte dell’esercito turco tentò di rovesciare il governo del presidente Recep Tayyip Erdoğan con un colpo di stato durante il quale morirono almeno 260 persone e ci furono oltre 2.000 feriti. Fu una notte per molti versi incredibile, per chi la seguì dal resto del mondo. Tra le moltissime cose che successero ci fu una videochiamata di Erdoğan trasmessa in diretta per invitare i cittadini a difendere le istituzioni contro i golpisti scendendo in strada, e un momento in cui l’aereo sul quale stava viaggiando Erdoğan arrivò a tiro dei jet dei ribelli, che non fecero fuoco. A tarda notte, stando alle notizie che arrivavano, sembrava che i golpisti ce l’avessero fatta: alla mattina la situazione era totalmente diversa, e le forze fedeli a Erdoğan avevano ripreso il totale controllo della situazione.

Secondo Erdoğan, il golpe fu organizzato da Fethullah Gülen, il religioso turco che vive da anni negli Stati Uniti e che fino al 2013 era il suo principale alleato politico. Nonostante ci siano diverse prove che collegano uomini fedeli a Gülen al tentato colpo di stato, lui sostiene sia stato un complotto di Erdoğan per attuare una vasta epurazione e rafforzare i suoi poteri: due conseguenze che, indipendentemente dalle responsabilità del golpe, ci sono state. Gli osservatori concordano nel dire che Erdoğan abbia sfruttato il tentato colpo di stato per reprimere non solo i suoi organizzatori, ma in generale il dissenso nel paese. La Turchia di oggi è divisa come raramente lo è stata in passato, tra sostenitori di uno stato di ispirazione islamica e quelli di una nazione laica, ma anche tra i diversi gruppi etnici e tra le classi sociali. La Turchia è divisa, a metà, anche sulla figura di Erdoğan, come ha dimostrato il referendum costituzionale con il quale ha aumentato i propri poteri, approvato con il 51,4 per cento dei consensi. Una parte di paese lo reputa un difensore delle classi più povere e un leader forte a livello internazionale, l’altra ritiene sia responsabile di una pericolosa deriva autoritaria del paese.

Turkey Prepares For The First Anniversary Of The 2016 Failed Coup
Un’installazione per ricordare le persone morte durante il tentato colpo di stato, allestita a Istanbul per il primo anniversario (Chris McGrath/Getty Images)

Fin dai giorni seguenti al fallito colpo di stato, migliaia di persone che lavoravano in settori diversi della pubblica amministrazione, della giustizia, dell’esercito, della polizia, dell’istruzione e dell’informazione sono state arrestate o sospese dai loro incarichi. Tra le principali accuse mosse dagli osservatori internazionali e dai critici interni del governo di Erdoğan c’è stata quella di aver sfruttato il golpe per attuare una vastissima epurazione delle opposizioni: non sono stati arrestati solo i diretti responsabili del golpe o chi lo ha appoggiato, ma anche migliaia di persone che non avevano collegamenti con gli episodi della notte del 15 luglio. In un anno circa 50mila persone sono state arrestate e altre 150mila sono state rimosse dal loro posto di lavoro. Soltanto ieri, nel giorno precedente al primo anniversario del tentato colpo di stato, la Turchia ha licenziato circa 7.400 dipendenti pubblici, accusati di avere legami con organizzazioni terroristiche.

Turkey Military Coup
Soldati turchi, arrestati dai civili la notte del colpo di stato, vengono consegnati ai poliziotti rimasti fedeli al governo (AP Photo/Selcuk Samiloglu)

La repressione voluta dal governo di Erdoğan ha colpito anche i giornali e le televisioni sgraditi: dieci giorni dopo il tentato golpe, un decreto governativo ha ordinato la chiusura di 131 tra giornali, televisioni, riviste e case editrici. Tra questi anche Zaman, un giornale di opposizione che nel marzo del 2016 era stato commissariato e stravolto, diventando di fatto filo-governativo. Molti dei media chiusi erano considerati vicini a Gülen.

Tra le conseguenze delle epurazioni e delle misure autoritarie adottate da Erdoğan dopo il golpe, c’è stato anche un rapido isolamento internazionale della Turchia, che ha visto crescere moltissimo le tensioni con gli Stati Uniti e con l’Unione Europea. Tra i motivi dello scontro con gli Stati Uniti ci sono state le accuse di Erdoğan, rivolte all’amministrazione Obama, di proteggere Gülen e le critiche per non averne concesso l’estradizione. I media filo-governativi hanno accusato insistentemente gli Stati Uniti di complicità con il movimento di Gülen, e quindi con il tentato golpe. Ma la Turchia ha avuto problemi anche con la Germania, cominciati ancora prima del golpe: prima perché la Turchia voleva far processare un comico tedesco che aveva offeso Erdoğan durante una trasmissione televisiva, poi perché il parlamento tedesco aveva votato una mozione per riconoscere il genocidio degli armeni, compiuto dal governo turco durante la Prima guerra mondiale. Infine, perché un tribunale amministrativo tedesco aveva proibito la trasmissione di un videomessaggio di Erdoğan nel corso di una manifestazione a favore del governo turco organizzata a Colonia. Più recentemente, lo scorso marzo, la Turchia ha avuto un duro scontro diplomatico con i Paesi Bassi, nato quando il governo olandese aveva ritirato l’autorizzazione precedentemente concessa al ministro degli Esteri turco a tenere un evento elettorale nella città olandese di Rotterdam – per il referendum costituzionale hanno votato anche i cittadini turchi all’estero.

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Erdoğan e la cancelliera tedesca Angela Merkel al G20 di Amburgo, il 7 luglio 2017 (Christian Charisius/picture-alliance/dpa/AP Images)

Queste tensioni hanno indebolito gli accordi tra Turchia e Unione Europea sull’accordo che aveva garantito l’arresto dei flussi di migranti dalla Turchia alla Grecia (ovvero la prima tappa della cosiddetta “rotta balcanica”, ora sostanzialmente chiusa, con cui i migranti entravano in Europa per raggiungere la Germania o arrivare ancora più a nord). L’accordo, entrato in vigore nel marzo del 2016, aveva garantito alla Turchia molti fondi europei: ciononostante, Erdoğan ha minacciato più volte di far saltare l’accordo. Oltre all’accordo sui migranti, gli scontri diplomatici, uniti alla repressione, hanno diminuito radicalmente le possibilità che la Turchia entri nell’Unione Europea nel breve periodo.

Parallelamente all’allontanamento politico e diplomatico della Turchia dalle nazioni occidentali, Erdoğan ha riallacciato i rapporti con il presidente russo Vladimir Putin, che si erano parzialmente interrotti dopo l’abbattimento di un aereo russo compiuto dalla Turchia sul confine turco-siriano nel novembre del 2015. Lo scorso novembre i due paesi hanno raggiunto un accordo sul progetto di un nuovo gasdotto che dovrebbe trasportare il gas naturale dal territorio russo fino all’Europa occidentale, passando per il mar Nero, la Turchia e la Grecia. Le critiche e le accuse di Stati Uniti e paesi europei dopo la repressione hanno portato Erdoğan a cercare appoggio altrove, trovandolo nella Russia di Putin.

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Erdoğan e Putin al 23esimo Congresso mondiale sull’Energia a Istanbul, il 10 ottobre 2016 (RussianLook/face to face/MediaPunch)

Tra i due paesi, tuttavia, rimane il problema della Siria, dove Turchia e Russia combattono su fronti diversi. La Russia sostiene il regime di Bashar al Assad, mentre la Turchia sostiene i ribelli, principali nemici di Assad. Ma a partire dalla scorsa estate la situazione è cambiata, diventando ancora più complicata: la posizione anti-Assad della Turchia si è ammorbidita parecchio. L’obiettivo principale del governo turco è diventato quello di limitare l’espansione dei curdi siriani nel nord della Siria e per raggiungerlo ha collaborato in diverse occasioni proprio con Assad.

La Turchia continua a sostenere alcuni gruppi ribelli contro il regime di Assad, ma con un atteggiamento molto più rinunciatario rispetto a prima. Lo scorso agosto il suo esercito è entrato con i carri armati nel nord della Siria e insieme all’Esercito Libero Siriano – una coalizione di gruppi ribelli considerati abbastanza moderati – ha conquistato dei territori a ovest del fiume Eufrate, con l’obiettivo di contenere l’espansione dei curdi.

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Carri armati turchi al confine tra Siria e Turchia (BULENT KILIC/AFP/Getty Images)

Dal punto di vista della Turchia, uno degli ultimi sviluppi della guerra in Siria è stata la decisione degli Stati Uniti di armare i curdi siriani impegnati nella riconquista di Raqqa, la città considerata la capitale dello Stato Islamico. La Turchia si era sempre opposta a questa decisione, visto che considera le milizie destinatarie delle armi americane un gruppo terrorista, perché molto vicine al PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che da decenni combatte contro il governo turco per ottenere uno stato curdo indipendente. Pochi giorni prima la Turchia aveva esteso i suoi bombardamenti contro i combattenti curdi in Siria e in Iraq, forse temendo che le milizie sciite che stanno combattendo contro lo Stato Islamico e che rispondono all’Iran potessero allearsi con il PKK e agire in funzione anti-turca in futuro.

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Tuttora la Turchia, insieme ai suoi gruppi alleati, controlla un’area nel nord della Siria: quella mostrata in verde scuro nella mappa qui sopra.

Questioni strettamente collegate al cambio di strategia della Turchia in Siria, però, non sono soltanto il riavvicinamento alla Russia e la decisione di concentrare gli sforzi bellici sui curdi siriani, ma anche i molti attentati terroristici compiuti dallo Stato Islamico nel paese. Erano già cominciati prima del tentato golpe: inizialmente, lo Stato Islamico aveva cercato di bilanciare il suo obiettivo di destabilizzare il paese con gli attentati senza però inimicarsi troppo il governo turco, per non spingerlo a reagire. Un attentato a Suruc nel luglio 2015 in cui morirono 32 persone, però, aveva causato il primo bombardamento turco contro lo Stato Islamico in Siria.

L’epurazione dopo il tentato colpo di stato comportò tra le altre cose la sostituzione di molti funzionari antiterrorismo, cosa che ha reso la vita più facile ai jihadisti. Con l’invasione turca della Siria, alla fine dell’agosto del 2016, non furono conquistate soltanto città controllate dai curdi siriani, ma anche dai miliziani dello Stato Islamico. Da una reciproca minima tolleranza della Turchia nei confronti dello Stato Islamico, spiegata da ragioni di opportunità, si è insomma passati a un’aperta ostilità.

A settembre lo Stato Islamico è stato cacciato dal nord della Siria, al termine dell’operazione “Euphrates Shields” che è stata appoggiata anche dagli Stati Uniti, tra diverse critiche: nonostante l’operazione abbia colpito direttamente lo Stato Islamico, il suo obiettivo indiretto ma probabilmente più importante è stato infatti limitare un’ulteriore avanzata dei curdi siriani nel nord della Siria. L’ultimo grande attentato dello Stato Islamico in Turchia è stato quello avvenuto la notte di Capodanno al locale Reina di Istanbul, che ha provocato la morte di 39 persone.

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I funerali di una delle persone morte nell’attentato al locale Reina di Istanbul, il 2 gennaio 2017 (BULENT KILIC/AFP/Getty Images)

Uno degli avvenimenti che hanno attirato più attenzioni internazionali, tra quelli avvenuti nell’ultimo anno in Turchia, è stato l’assassinio ad Ankara dell’ambasciatore russo in Turchia Andrei Karlov, compiuto a dicembre da un poliziotto turco che ha gridato «Allahu akbar» e «Non dimenticatevi di Aleppo, non dimenticatevi della Siria!». L’omicidio è stato fotografato da Burhan Ozbilici, un fotografo dell’agenzia Associated Press che stava coprendo l’evento durante il quale c’è stata l’aggressione, e che poi ha raccontato la storia di come è riuscito a scattare quelle foto incredibili che sono finite sulle prime pagine di tutto il mondo e hanno vinto il World Press Photo.

Turkey Russian Ambassador
(AP Photo/Burhan Ozbilici)

Dal punto di vista della politica interna, la repressione iniziata subito dopo il golpe da Erdogan ha avuto una sua conclusione nel referendum costituzionale approvato con uno stretto margine (il 51,4 per cento) e tra molte accuse di brogli lo scorso 16 aprile, con il quale il presidente turco ha trasformato il paese in una repubblica presidenziale, aumentando i suoi poteri e forse – a seconda di come verrà interpretata la nuova Costituzione – garantendogli potenzialmente la possibilità di restare presidente fino al 2029. La riforma, che entrerà in vigore dopo le prossime elezioni, darà al capo di stato il potere di nominare i ministri e gli permetterà di intervenire nel sistema giudiziario, che secondo Erdoğan è molto influenzato da Gülen.

Inoltre, il presidente potrà continuare a essere il leader del suo partito, contrariamente a oggi: Erdoğan così potrà tornare a guidare l’organizzazione politica di cui è stato cofondatore, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP). La riforma ha attirato le critiche e le reazioni preoccupate degli osservatori internazionali e dei paesi europei, anche se non si può dire che abbia trasformato la Turchia in un paese autoritario: perché lo era già da prima, da quando è diventato “normale” arrestare i parlamentari di opposizione, chiudere i giornali critici col governo, licenziare centinaia di migliaia di insegnanti e altri dipendenti pubblici solo perché sospettati – spesso senza prove – di essere lontani dalle posizioni del presidente.

L’approvazione della riforma è stato l’ultimo capitolo dell’allontanamento della Turchia dai paesi europei: come hanno scritto diversi analisti, però, il vero obiettivo di Erdoğan era ottenere il consenso dei nazionalisti turchi, contrari all’ingresso nell’Unione Europea, la cui base politica si era in precedenza allontanata dalle posizioni del presidente. In pratica Erdoğan aveva mostrato di poter sacrificare senza troppe reticenze il suo rapporto con i paesi europei per questioni di opportunità politica interna.

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Un evento pro-Erdoğan a Istanbul, il 5 marzo 2017 (OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

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