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  • giovedì 13 luglio 2017

Che cosa disse Spatuzza nel 1998 sulla strage di via D’Amelio

I passaggi del colloquio investigativo che smentiva con dieci anni di anticipo il depistaggio sui falsi colpevoli e la confessione di Scarantino

Gaspare Spatuzza entra in aula per deporre nel processo a carico del senatore Marcello dell'Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa, il 4 dicembre 2009 al palazzo di giustizia di Torino (TONINO DI MARCO/GID)

La cosa più importante e fino ad allora sconosciuta – ma lo sarebbe rimasta per dieci anni – che Gaspare Spatuzza disse ai magistrati Vigna e Grasso nel 1998 (in un “colloquio investigativo” di due ore che riempì 80 pagine di molti argomenti e risposte) riguardava la strage di via D’Amelio in cui venne ucciso Paolo Borsellino. Era importante perché Spatuzza smentiva e demoliva – allora senza fornire ancora riscontri alla sua versione, come invece avrebbe fatto nel 2008 iniziando a “collaborare con la giustizia” – la versione che le inchieste e i processi stavano avallando in quel periodo, che avrebbe portato alla condanna di una decina di persone sulla base di confessioni false ed estorte a Vincenzo Scarantino, che si era autoaccusato falsamente della strage in conseguenza di “pressioni e abusi” da parte di chi lo interrogò. In particolare Spatuzza negò che fossero coinvolti nell’attentato lo stesso Scarantino e Giuseppe Orofino, accusato di avere collaborato alla preparazione dell’autobomba – una 126 rubata, secondo le sentenze – nel suo garage. Questi sono i passaggi in cui ne parla (qui c’è il testo completo).

SPATUZZA G.: OROFINO, non esiste questo.
Proc. GRASSO: OROFINO è quello che ne abbiamo parlato?
SPATUZZA G.: no, non esiste questo.
Proc. GRASSO: in che senso non esiste?
SPATUZZA G.: non esiste. Perché chi l’ha rubata, l’ha messa dentro e l’hanno preparata. Per logica stessa SCIORTINO custodiva la macchina dentro il garage; prendeva targhe da lì una macchina che ci ha in custodia lui e la mette nella macchina per andare a fare l’attentato. Poi vanno a rubare un’altra macchina.

Proc. GRASSO: uhm, e la macchina che avevano quella di OROFINO, come si spiega? Le targhe sono di OROFINO, OROFINO non sa nulla di questa storia, gli prendono le targhe, mettono in questa macchina, e poi si può andare a prepararla come autobomba, no?
SPATUZZA G.: si
Proc. GRASSO: che era di sabato o venerdì? Non si sa? E quello dell’autorimessa, non si doveva vedere, l’officina era lì? era presente? lo sapeva?
SPATUZZA G.: lui è estraneo a tutto. Aveva subito un furto.
Proc. GRASSO: lei allora dice che OROFINO non sa?
SPATUZZA G.: non esiste. Loro hanno questa situazione all’officina, e prendono per dire una macchina mia?
Dottore: e allora come è andata?
SPATUZZA G.: praticamente stu disgraziato di OROFINO fu coinvolto pirchi c’iru a rubari i targhi a notti stissu.
Proc. GRASSO: anche le targhe hanno rubato? Ma allora non si è fatta nell’officina di OROFINO la preparazione.
SPATUZZA G.: nru nru. (verosimilmente lo SPATUZZA annuisce come per dire di no).
Proc. GRASSO: e queste targhe di macchine a loro volta rubate? Oppure?
SPATUZZA G.: no, erano di macchine che OROFINO aveva nell’officina.
Proc. GRASSO: allora. OROFINO aveva le macchine, vanno a rubare nell’officina di OROFINO la targa che lui aveva dentro in riparazione. Dopo la usano per metterla nella macchina dell’autobomba, cosi è?
SPATUZZA G.: si.

Proc. GRASSO: che viene preparata in un’altro luogo, e non nell’officina di OROFINO. E CIARAMITARO in questa cosa che cosa che c’entra? CIARAMITARO, mi scusi, SCARANTINO.
SPATUZZA G.: non esiste completamente.
Proc. GRASSO: non partecipa completamente?
SPATUZZA G.: non esiste.
Proc. GRASSO: e scusi, com’è che allora le cose che lui ha detto che sa?
SPATUZZA G.: lui era a Pianosa, ha ammazzato un cristiano che doveva ammazzare, e ci ficiru diri chiddu ca nu avia adiri. Toto LA BARBERA.
Proc. GRASSO: e quell’altro che era con lui, ANDREOTTI?
SPATUZZA G.: ma, di . . . . . vieninu chisti? Si sono rifatti di nuovo pentiti?
Proc. GRASSO: no, dice che poi eh, non.
SPATUZZA G.: tutti questi cinque nella stessa cordata, evidentemente.

Durante un’udienza nel processo “Borsellino quater” l’11 giugno 2013, Gaspare Spatuzza – divenuto dal 2008 “collaboratore di giustizia” – ricorderà di avere parlato di questo con i magistrati (lui dirà nel 1997): «Purtroppo si sono chiusi dei processi di cui io all’inizio potevo dare un contributo fondamentale (…) Mi volevano portare dalla parte dello Stato ma allora non ero ancora preparato: però ho inteso dare un indizio seppur lieve che per quanto riguardava la strage di via D’Amelio stavano facendo un grossissimo, grossissimo errore. Ho cercato già nel ’97 di mettere in guardia l’istituzione, a dire “siate cauti per la questione di via D’Amelio perché la storia non è così. Però non ho sentito più nessuno (….) Purtroppo hanno seguito un altro… e oggi ci troviamo qui a rifare tutto daccapo”».

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