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  • lunedì 10 luglio 2017

Il figlio di Trump incontrò i russi in piena campagna elettorale, per parlare di Clinton

di Francesco Costa – @francescocosta

Lo ha confermato lui stesso, contraddicendo le cose dette in passato, ed è il caso più eclatante fin qui di contatti – e collaborazione? – fra il comitato Trump e il governo russo

Donald Trump Jr. (John Moore/Getty Images)

Il figlio maggiore del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che si chiama Donald Trump Jr, incontrò un’avvocata legata al governo russo durante la campagna elettorale nel 2016, perché quest’avvocata gli aveva detto di avere materiale compromettente su Hillary Clinton, all’epoca candidata del Partito Democratico. Lo ha scritto ieri il New York Times sulla base dei racconti di tre consulenti della Casa Bianca e altre due persone, ma poco dopo la pubblicazione lo ha confermato lo stesso Donald Trump Jr, smentendo le altre sue precedenti versioni ma dicendo comunque di non aver fatto niente di male. In realtà è una notizia molto grossa: l’FBI sta indagando da mesi sull’interferenza della Russia nell’ultima campagna elettorale allo scopo di favorire Donald Trump, e sia Trump che le persone a lui più vicine – come il vicepresidente Mike Pence e lo stesso Donald Trump Jr – avevano sempre negato che ci fosse stato qualsiasi incontro con i russi durante la campagna elettorale. Donald Trump è indagato per aver ostacolato l’indagine.

L’incontro è avvenuto alla Trump Tower di New York il 9 giugno, due settimane dopo la vittoria di Trump alle primarie del Partito Repubblicano. Oltre a Donald Trump Jr – che oggi insieme al fratello Eric gestisce l’azienda di famiglia, ma all’epoca collaborava strettamente col comitato elettorale – parteciparono l’allora capo del comitato elettorale, Paul Manafort, e il genero di Trump, Jared Kushner, oggi influentissimo consigliere alla Casa Bianca. Sia Manafort che Kushner sono sotto indagine per i loro legami con la Russia: Manafort ha solidi rapporti con i russi e ha ricevuto soldi per anni dal partito filo-russo in Ucraina; Kushner tra le altre cose sentì l’ambasciatore russo negli Stati Uniti a dicembre, allo scopo di organizzare un canale di comunicazione segreto e sicuro tra il comitato Trump e il governo russo, anche usando le strutture diplomatiche russe, allo scopo di evitare che le loro comunicazioni fossero monitorate o intercettate, e mentì su questi contatti finché non furono scoperti dai giornali.

Lunedì pomeriggio Donald Trump Jr ha scritto su Twitter che sarebbe «felice» di collaborare con il Comitato per l’Intelligence del Senato, al quale una senatrice Repubblicana ha chiesto di svolgere un’audizione sulla vicenda. Trump Jr ha anche scritto ironicamente: «Ovviamente sono la prima persona in una campagna elettorale a partecipare a un incontro per ascoltare informazioni sull’avversario».

La domanda al centro dell’inchiesta dell’FBI è: il comitato elettorale di Trump collaborò con la Russia allo scopo di alterare la campagna elettorale e favorire Donald Trump? L’articolo del New York Times e anche la conferma di Donald Trump Jr sembrano suggerire di sì, oltre a mostrare che moltissime delle cose raccontate fin qui sul tema da Trump e i suoi più stretti collaboratori sono false. La sequenza dei fatti in questo senso è eloquente: prima Trump e le persone a lui più vicine hanno negato di avere avuto qualsiasi tipo di contatto con i russi; poi sono cominciati a venir fuori i contatti – nascosti anche al Congresso e all’FBI – tra l’ambasciatore russo negli Stati Uniti e alcuni alti consiglieri di Trump, oggi sotto indagine, e sono arrivate anche le conferme.

Sabato il New York Times aveva scritto che Donald Trump Jr incontrò l’avvocata russa Natalia Veselnitskaya in campagna elettorale, senza aggiungere dettagli: Trump Jr aveva ammesso di averla incontrata – contraddicendosi una prima volta – ma aveva detto di aver parlato con lei soltanto della controversa legge sulle adozioni internazionali tra Russia e Stati Uniti. E aveva ribadito che l’incontro non aveva a che fare con la campagna elettorale:

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Soltanto quando il New York Times ha diffuso i dettagli sul contenuto dell’incontro (scrivendo quindi che Veselnitskaya propose materiale compromettente su Clinton), Trump Jr ha diffuso questo comunicato contraddicendosi di nuovo.

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Il secondo comunicato dice diverse cose nuove: Trump Jr ammette che sapeva dall’inizio che si sarebbe parlato della campagna elettorale, che gli fu proposto con vaghezza materiale che avrebbe potuto danneggiare Hillary Clinton, ma che «diventò rapidamente chiaro che non aveva nessuna informazione significativa». Visti i precedenti, anche questa versione non andrebbe presa come definitiva: un altro dettaglio potrebbe venir fuori domani e Trump Jr potrebbe confermarlo contraddicendosi di nuovo. Ma è importante che Trump Jr confermi l’incontro, che coinvolse i più alti in grado del comitato di Trump, e confermi che si sia parlato della campagna elettorale: l’FBI sta indagando proprio sulla presunta collaborazione tra il comitato Trump e i russi per danneggiare Hillary Clinton. Alla luce di tutto questo e della presunta collaborazione, è rilevante anche che Trump Jr non si sia immediatamente rivolto all’FBI per raccontare quanto accaduto, ma che anzi – lo scrive lui stesso – una volta capito che l’avvocata non aveva niente in mano, si sia alzato e se ne sia andato. Nel 2000 qualcuno fece arrivare al comitato elettorale di Al Gore, all’epoca vicepresidente e candidato dei Democratici, tutti i documenti di preparazione ai dibattiti televisivi del suo avversario George W. Bush: il comitato Gore chiamò immediatamente l’FBI.

Questa notizia arriva pochi giorni dopo il primo incontro tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin, i cui contenuti sono ancora confusi. I due hanno parlato dell’interferenza russa nella campagna elettorale ma non è chiaro in che termini, anche perché Trump fino a pochissimo tempo fa ha negato l’esistenza di quella stessa interferenza. La proposta di costruire un’unità di intelligence informatica congiunta tra Russia e Stati Uniti è stata discussa, è stata definita «un risultato importante» dal governo statunitense e poi liquidata come impossibile dal presidente Trump su Twitter; il segretario di Stato Rex Tillerson aveva detto che Trump e Putin non avevano parlato di sanzioni e poi Trump su Twitter ha scritto che si è parlato di sanzioni. Di fatto oggi alla Casa Bianca è diventato complicato capire quanto peso dare alle parole di chiunque, e bisogna mettere in conto che ogni dichiarazione ufficiale può essere falsa o imprecisa.

Donald Trump,Vladimir Putin Vladimir Putin e Donald Trump il 7 luglio al G20 di Amburgo. (AP Photo/Evan Vucci)

Tutte le agenzie di intelligence statunitensi hanno concluso ormai da mesi che la Russia ha interferito nella campagna elettorale statunitense allo scopo di favorire Donald Trump, in parte rubando e passando a Wikileaks una montagna di dati e email sottratte con attacchi informatici al Partito Democratico e a Hillary Clinton, perché li mettessero in imbarazzo. L’FBI ha aperto un’inchiesta alla fine di luglio 2016, concentrandosi soprattutto su alcuni importanti consiglieri di Trump: su tutti l’ex generale Michael Flynn, che Trump scelse anche come consigliere per la sicurezza nazionale ma che fu costretto a dimettersi quando vennero fuori i suoi molti rapporti mai dichiarati con la Russia e il fatto che li aveva nascosti all’FBI e al vicepresidente Pence; e Paul Manafort, per mesi capo del comitato Trump. Circolano da tempo voci mai confermate per cui Flynn stia collaborando con le indagini.

Il presidente Trump ha detto più volte di considerare quest’inchiesta «una caccia alle streghe» e lo scorso maggio ha licenziato il capo dell’FBI, James Comey, anche per la sua gestione dell’inchiesta sulla Russia. Comey ha raccontato successivamente che Trump gli aveva chiesto di «chiudere un occhio» nell’inchiesta su Michael Flynn. L’indagine da allora è stata presa in mano da un procuratore speciale, Robert S. Mueller, che nel frattempo ha messo insieme un team di avvocati e investigatori. L’indagine a questo punto non riguarda più soltanto la presunta collaborazione tra il comitato Trump e il governo russo, ma anche il presunto tentativo del presidente Trump – direttamente o attraverso i suoi dipendenti – di ostacolare le indagini.

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