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  • sabato 24 giugno 2017

Le movimentate estati del calcio italiano

Ora ci siamo calmati, ma fino a pochi anni fa di questi tempi era tutto un ricorso al TAR (e ve lo ricordate Gaucci?)

Luciano Gaucci davanti alla sede della FIGC con alcuni tifosi del Catania nell'estate del 2003 (ANSA)

Fra maggio e giugno in Italia i campionati di calcio finiscono, le squadre vengono promosse o retrocesse e le stagioni si concludono: inizia quindi il calciomercato, i ritiri, il calcio d’agosto e poi si riparte con un’altra stagione. Negli ultimi anni le estati del calcio italiano hanno riguardato quasi esclusivamente – per il sollievo di molti – solo le cose che dovrebbero succedere nel cosiddetto calcio d’estate, quindi trattative fra club, acquisti, cessioni di calciatori e nient’altro, salvo gli ancora frequenti fallimenti che avvengono tra la Serie A (rari) e la Lega Pro (numerosissimi, ogni anno). Ma fino a poco tempo fa, fra giugno e settembre il calcio italiano veniva animato da scandali e fallimenti che si trasinavano per mesi, a volte per anni, modificando e bloccando gli esiti e l’organizzazione dei campionati e soprattutto danneggiando la credibilità del calcio in Italia, contribuendo a peggiorare le condizioni di quello che negli anni Novanta era ritenuto uno dei campionati più belli al mondo (di scandali ne succedevano anche allora, comunque).

Dalle sentenze dello scandalo dei passaporti falsi, in cui vennero coinvolti una quindicina di giocatori e decine di dirigenti di alcune delle squadre più forti del campionato, passando per il più grande scandalo di sempre, Calciopoli, fino all’ultimo caso di “calcioscommesse” che coinvolse praticamente tutto il calcio italiano, dalla Serie A ai dilettanti, le estati dei primi anni Duemila furono molto lunghe, e successe un po’ di tutto.

Lo scandalo dei passaporti falsi (2000-2001)

Il 29 marzo del 2000 la giustizia italiana iniziò a indagare sui documenti del centrocampista argentino Juan Sebastian Veron, arrivato in Italia, alla Sampdoria, nel 1996 e in quel momento alla Lazio. L’11 luglio, dopo che il ministero degli Esteri venne avvisato dalla sua sede di La Plata, città natale di Veron, di possibili irregolarità nella documentazione che aveva permesso al calciatore di ottenere la cittadinanza italiana (e quindi lo status di “calciatore comunitario”), venne accertata la falsificazione del suo passaporto: diversamente da quanto sostenuto dalla Lazio, Veron non aveva nessun parente italiano, e la persona identificata come tale era in realtà argentina, senza nessun legame con l’Italia.

Iniziò lo scandalo dei passaporti falsi, che coinvolse anche squadre inglesi, francesi, spagnole e portoghesi. In Italia riguardò dirigenti e calciatori di Inter, Milan, Roma, Lazio, Sampdoria, Udinese e Vicenza, fra cui, oltre a Veron, Alvaro Recoba e Gabriele Oriali dell’Inter, il portiere brasiliano Dida, il presidente della Lazio Sergio Cragnotti e il direttore sportivo della Roma Franco Baldini, con i giocatori Gustavo Bartelt e Fabio Junior.

Si iniziò a contraffare i documenti poiché in quegli anni in Serie A era in vigore il limite di cinque giocatori extracomunitari tesserabili per ciascun club. Inoltre le squadre avevano l’obbligo di schierarne non più di tre fra campo e panchina in occasione delle partite di campionato. Le squadre italiane, quindi, dedicavano risorse e tempo alla ricerca di lontani parenti italiani o comunitari di calciatori argentini e brasiliani, che erano allo stesso tempo fra gli stranieri più forti del momento, quelli più presenti nel campionato italiano e quelli con più probabilità di avere origini italiane, per via delle numerose comunità di immigrati nei due paesi.

juan-sebastian-veronJuan Sebastian Veron in un Milan-Lazio del 2001.

A molti giocatori sudamericani vennero effettivamente riconosciute delle lontane origini comunitarie, ad altri invece no, perché non esistenti o non rintracciabili. Fra i club e la ricerca di parentele in Sud America si inserì una rete di persone che tentò di agevolare le pratiche, solitamente inventandosi parentele o appunto falsificando documenti spacciando per comunitaria gente che non lo era affatto. Alcuni dirigenti iniziarono a servirsene a partire dagli anni Novanta, e il metodo sembrò efficace e affidabile. Le voci si sparsero fra i club, i cui dirigenti iniziarono ad avere contatti con questa “rete”: alcuni sapevano, altri no. Nel 2011, in un’intervista a Repubblica, Franco Baldini, l’allora assistente dell’allenatore della nazionale inglese Fabio Capello, disse: “Oriali ha detto la verità, nel senso che mi chiese un consiglio, io gli dissi che sapevo che c’era una persona, che però non conoscevo, che si occupava di vedere se le carte erano in regola. Poi questa persona non si è rivelata a posto. Oriali non lo sapeva, nemmeno io. Lui ha molto sofferto per la macchia e mi dispiace”.

Oriali, responsabile dell’area tecnica dell’Inter, fu uno dei dirigenti più famosi coinvolti nella vicenda, per cui nel 2006 chiese il patteggiamento: gli fu comminata una pena di sei mesi di reclusione, che poi venne tramutata in una multa di 21.420 euro per concorso in falso e ricettazione. La stessa pena fu inflitta a Recoba, che ricevette inoltre un anno di squalifica. Fra gli altri giocatori, Veron venne assolto, Dida fu squalificato per un anno, così come Fabio Junior. Nel calcio italiano i casi di documenti falsi continuano a verificarsi anche a distanza di anni.

Il caso del Catania di Luciano Gaucci (2003)

Durante Catania-Siena, 30esima giornata della stagione 2002/2003 di Serie B, la squadra ospite schierò fra i titolari il difensore Luigi Martinelli, che due giornate prima aveva ricevuto una squalifica per somma di ammonizioni e avrebbe dovuto quindi saltare un turno. Al termine della partita, finita in parità, i dirigenti del Catania di Luciano Gaucci – già proprietario del Perugia – presentarono ricorso alla Commissione d’Appello Federale, sostenendo che nella giornata precedente Martinelli aveva sì saltato la partita di campionato contro il Napoli, ma aveva giocato con la primavera del Siena, non scontando quindi la sua squalifica. Il ricorso del Catania fu accolto a campionato in corso e tramutò il pareggio in una vittoria a tavolino del Catania per 2-0. Ma un altro ricorso, in cui si contestava la decisione di assegnare una vittoria al Catania, venne presentato alla Corte Federale dalle squadre di Serie B nelle settimane successive: venne accolto e causò l’annullamento della sentenza del CAF in favore del Catania.

I ricorsi accolti e poi annullati non causarono problemi al Siena, che venne promosso ugualmente in Serie A, ma crearono molta confusione nella zona bassa della classifica, poiché il Catania si trovava in zona retrocessione. L’annullamento della vittoria a tavolino privò il Catania di due punti fondamentali. Il Catania si rivolse quindi al Tribunale amministrativo regionale (TAR) di Palermo, a cui chiese il ripristino della sentenza della Commissione d’Appello Federale. Il primo luglio, un mese dopo la fine del campionato, il TAR di Palermo accolse la richiesta del Catania, che in questo modo riottenne i due punti persi. La decisione del TAR cambiò ancora la classifica, ma come se non bastasse il Venezia, altra squadra immischiata nella lotta salvezza, scoprì che nella partita giocata contro il Catania il 17 maggio e vinta dai siciliani, il Catania aveva commesso lo stesso errore del Siena: mandò in campo il centrocampista Vito Grieco, che nella giornata precedente giocò con la primavera pur essendo stato squalificato per un turno nella partita precedente.

Un video d’archivio di Luciano Gaucci ai tempi del Perugia.

Ci furono altri due ricorsi, di cui uno alla giustizia ordinaria: il primo assegnò la vittoria a tavolino al Venezia, salvandolo dalla retrocessione, il secondo ripristinò il risultato ottenuto sul campo poiché il Venezia presentò il suo ricorso oltre i termini previsti per quel genere di casi. Nel mezzo di una situazione caotica e senza apparenti vie d’uscita, alla luce anche di continue proteste e contestazioni fuori dalla sede della FIGC, la federazione decise che quell’anno in Serie B non ci sarebbero state retrocessioni in C1, tranne quella del Cosenza che nel frattempo era fallito: al posto dei calabresi venne ammessa d’ufficio in Serie B la Fiorentina, che poche settimane prima, quando ancora si chiamava Florentia Viola in seguito al fallimento di due anni prima, aveva vinto la C2, facendole saltare una categoria “per meriti sportivi”. A causa della vicenda, l’inizio di tutti i campionati e della Coppa Italia fu rimandato a fine estate e in Serie B si venne a creare un campionato a 24 squadre.

Le combine in Genoa-Venezia e l’esclusione di Torino e Perugia (2005)

Tre giorni dopo l’ultima giornata del campionato di Serie B 2004/2005, che aveva stabilito la promozione in Serie A di Genoa ed Empoli e la qualificazione ai playoff di Torino, Ascoli, Perugia e Treviso, un dirigente del Venezia, squadra già retrocessa contro cui il Genoa giocò l’ultima partita di campionato, venne fermato dai carabinieri lungo l’Autostrada Torino-Trieste. In macchina i carabinieri trovarono una valigetta al cui interno c’erano il contratto per la vendita di un giocatore del Venezia al Genoa (l’uruguaiano Rubén Maldonado) e 250mila euro in contanti, che Pagliara giustificò al momento come un anticipo per il trasferimento del giocatore. I carabinieri che fermarono Pagliara erano stati inviati dai pubblici ministeri di Genova che stavano indagando sui contatti avvenuti tra le due società prima e dopo la partita e secondo cui i soldi trovati nella macchina di Pagliara erano stati usati per truccare l’incontro e assicurare la vittoria, e quindi la promozione diretta, del Genoa in Serie A.

Genoa e Venezia vennero accusate di essersi messe d’accordo per far terminare la partita con una vittoria del Genoa. Al termine del processo sportivo, nell’agosto del 2005 il Genoa venne retrocesso in Serie C mentre il Venezia non venne giudicato, perché era fallito un mese prima. Nel processo finì in mezzo anche un ex dirigente del Torino, Roberto Cravero, che venne sospeso per 4 mesi senza però tirare in ballo il club. Il Torino poi vinse i playoff battendo in finale il Perugia, ma a luglio la Guardia di Finanza perquisì la sede del club piemontese, che si trovava in una pessima situazione finanziaria: nelle settimane successive la società del Torino non fu in grado di fornire le garanzie necessarie a partecipare alla Serie A, non si iscrisse e ripartì dalla Serie B grazie al Lodo Petrucci. Per motivi simili, causati principalmente dai debiti lasciati dalla presidenza di Luciano Gaucci, anche il Perugia, la squadra che avrebbe dovuto sostituire il Torino in Serie A, non riuscì a iscriversi nemmeno alla Serie B: ripartì l’anno seguente dalla C1 e a novembre dichiarò il fallimento.

Alla fine in Serie A, oltre all’Empoli, ci andarono il Treviso, in quanto semifinalista perdente dei playoff e quarto classificato, e l’Ascoli, altra semifinalista perdente dei playoff.

Calciopoli (2006)

Fu il più grande scandalo mai avvenuto nel calcio italiano, che vide la retrocessione in Serie B della Juventus, la squadra più forte e famosa del campionato, e la penalizzazione di molte altre, fra cui Milan, Lazio e Fiorentina, oltre a radiazioni e sospensioni di arbitri e dirigenti e alla profonda modifica della classifica della Serie A appena conclusa, che permise fra le altre cose al Chievo Verona di partecipare ai preliminari di Champions League. Il caso iniziò nel maggio 2006, quando vennero rese pubbliche intercettazioni telefoniche che coinvolgevano diversi dirigenti, per le quali si aprì un’inchiesta della magistratura sportiva – e poi penale – per accertare la regolarità dei due campionati precedenti.

Diverse squadre furono accusate di aver fatto pressioni per ottenere arbitri considerati più favorevoli nei loro confronti. L’accusata principale fu la Juventus: due suoi importanti dirigenti, Luciano Moggi e Antonio Giraudo, furono poi radiati dalla giustizia sportiva e ricevettero anche condanne penali (poi prescritte dalla Corte di Cassazione, nel 2015). Il processo riguardava soprattutto fatti accaduti fra il 2004 e il 2006. In quelle due stagioni, 2004/2005 e 2005/2006, la Serie A fu vinta dalla Juventus. Al termine dei vari processi sportivi si decise di revocare entrambi i titoli: si stabilì di non assegnare lo scudetto 2004-2005 per via di molti e diversi illeciti e lo scudetto del 2005-2006 fu invece attribuito all’Inter, che quell’anno arrivò terza a distanza di 15 punti, dato che anche il Milan, secondo in classifica, fu penalizzato. Oltre alla revoca dei due scudetti, la Juventus fu retrocessa d’ufficio in Serie B con nove punti penalizzazione.

Nel corso del processo penale, iniziato nel 2008, furono condannati in appello anche l’ex vicepresidente della FIGC Innocenzo Mazzini e l’ex designatore arbitrale Pierluigi Pairetto. Tutti i reati di frode sportiva, però, vennero considerati prescritti: è il motivo per cui uscirono senza condanne anche gli indagati per frode sportiva, come il presidente della Lazio Claudio Lotito. Giraudo era stato invece condannato sia per associazione a delinquere sia per frode sportiva e gli altri dieci imputati del suo processo erano stati assolti: tra loro gli ex arbitri Tiziano Pieri e Paolo Dondarini e l’arbitro Gianluca Rocchi, che è ancora in attività. Parallelamente ai processi penali, si svolsero i processi della giustizia sportiva: il 15 giugno 2011 la Commissione Disciplinare della FIGC – la federazione che gestisce e organizza i campionati di calcio professionistici italiani – ha deciso la radiazione a vita da qualsiasi squadra affiliata alla FIGC di Moggi, Giraudo e Mazzini.

Calcioscommesse (2011)

L’ultimo grande scandalo del calcio italiano legato alle scommesse – che ha strascichi ancora oggi – cominciò quando, il primo di giugno del 2011, su ordine della procura di Cremona, la polizia arrestò sedici persone accusate di associazione a delinquere e frode in competizioni sportive. Tra le persone arrestate ci furono Beppe Signori, ex attaccante di Foggia, Lazio e Bologna; Vittorio Micolucci, difensore dell’Ascoli; Vincenzo Sommese, centrocampista dell’Ascoli; Mauro Bressan, ex centrocampista di Fiorentina e Foggia; Antonio Bellavista, ex capitano del Bari; Marco Paoloni, portiere del Benevento. Furono indagati invece l’ex calciatore Stefano Bettarini e Cristiano Doni, capitano dell’Atalanta.

L’inchiesta nacque da una denuncia dei dirigenti della Cremonese dopo la partita di Lega Pro contro la Paganese del 14 novembre 2010. Al termine della partita cinque giocatori della Cremonese e un massaggiatore si sentirono male: uno di questi, tornando a casa in auto, uscì di strada a causa di un malore. La Cremonese denunciò quanto accaduto e dalle analisi delle urine dei calciatori emersero tracce di un forte sonnifero. La procura indagò e mise sotto controllo il cellulare del portiere Paoloni, scoprendo “la sua accanita propensione a fare scommesse sportive con particolare riguardo agli incontri di calcio”. La procura di Cremona attribuì la responsabilità della somministrazione di sonniferi proprio a Paoloni, poi squalificato fino al 2016 e formalmente accusato di associazione a delinquere.

L’inchiesta si è poi prolungata negli anni e nel 2012 vennero arrestate altre 19 persone, tra cui Stefano Mauri, capitano della Lazio, e Omar Milanetto, calciatore del Padova, a lungo in Serie A col Genoa. Venne perquisita anche l’abitazione di Antonio Conte, allora allenatore della Juventus, che venne inserito fra gli indagati e successivamente squalificato per “omessa denuncia”, assolto nel procedimento ordinario e sanzionato con una multa di 25mila euro in seguito al patteggiamento nel processo sportivo.

Tutte le notizie sul caso di calcioscommesse iniziato nel 2011 le trovate qua.

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