Come ha fatto la Spagna a riprendersi

L'Economist spiega come, a differenza di Italia e Grecia, la Spagna sia riuscita a far ripartire la propria economia dopo la crisi

Un operaio della azienda produttrice di parti di automobili Gestamp, ad Abrera, vicino a Barcellona, il 5 aprile 2017 (PAU BARRENA/AFP/Getty Images)

La Spagna si è ripresa meglio dalla crisi economica di quanto abbiano fatto Italia e Grecia: per ognuno degli ultimi tre anni l’economia spagnola è cresciuta di più del 3 per cento, il tasso di crescita più alto di tutti i grandi paesi che hanno l’euro come moneta, e ha creato circa 500mila posti di lavoro in un anno. Secondo il ministro dell’Economia Luis de Guindos, il mese scorso il PIL del paese ha superato i livelli precedenti la crisi iniziata nel 2009. L’Economist spiega che questi risultati si devono alle riforme strutturali del primo governo di Mariano Rajoy (2011-2016), introdotte nel 2012, quando la Spagna aveva chiesto un prestito di 100 miliardi di euro per salvare le proprie banche. Diversamente dall’Italia, dove le riforme del lavoro sono state «esitanti» secondo l’Economist, prima che cominciasse il periodo di instabilità politica degli ultimi due anni la Spagna è riuscita a riformare il mercato del lavoro, mettere a posto il sistema finanziario e ridurre il deficit pubblico.

pil_spagnaLa crescita del PIL della Spagna negli ultimi anni, secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Prima della crisi economica il settore più importante dell’economia spagnola era quello delle costruzioni, che contribuiva a un quinto del PIL. Oggi invece le esportazioni hanno assunto molta più importanza: rappresentano il 33 per cento del PIL, rispetto al 23 per cento del 2009. Secondo il gruppo di studi economici Círculo de Empresarios, più di 150mila aziende spagnole esportano per più del 50 per cento rispetto al 2007. Inoltre oggi la Spagna è la seconda maggiore produttrice ed esportatrice di automobili dopo la Germania. Anche il turismo sta crescendo e a Madrid e Barcellona stanno nascendo moltissime startup digitali, mentre i debiti delle famiglie e delle aziende sono diminuiti e grazie all’aumento delle tasse e alla riduzione della spesa pubblica il deficit pubblico (cioè la differenza tra le spese dello stato e le sue entrate) si è ridotto dal 10,6 per cento del 2012 al 4,3 per cento del 2016.

La Spagna è stata favorita dall’abbassamento dei prezzi del petrolio, da quello del valore dell’euro e dalla ripresa del commercio mondiale, ma questi fattori globali non sono sufficienti a spiegare la sua crescita, dato che gli altri paesi dell’euro non hanno avuto risultati paragonabili. Il merito è delle riforme, secondo l’Economist. La riforma del mercato del lavoro ha fatto diminuire il tasso di disoccupazione, aumentando la flessibilità dei contratti e aiutando molte aziende in difficoltà a non chiudere. Tra le concessioni alle imprese c’è stato l’abbassamento delle liquidazioni per i dipendenti licenziati, dall’equivalente di 45 giorni di stipendio per anno di lavoro a soli 33. Un’altra riforma importante è stata l’introduzione di trattative sul salario conducibili all’interno di una singola azienda, cosa che ha fatto aumentare la competitività.

Rispetto a quelli dell’Italia, i risultati della Spagna sono molto buoni. È vero che il PIL italiano non è diminuito tanto quanto quello spagnolo negli anni della crisi economica, e che allo stesso tempo il deficit pubblico e il tasso di disoccupazione non sono cresciuti altrettanto, ma nemmeno la ripresa ha avuto gli stessi livelli di quella spagnola. In Italia la crescita economica è ferma all’1 per cento e il tasso di disoccupazione (di poco superiore all’11 per cento) non sta diminuendo, anche se è più basso di quello spagnolo (17 per cento). In Spagna il costo del lavoro è diminuito, mentre in Italia è aumentato: per questo non c’è stata molta crescita nelle esportazioni. Il confronto con la Grecia è ancora più favorevole per la Spagna: anche se in Grecia il costo del lavoro è notevolmente diminuito, non ci sono aziende in grado di approfittarne né le condizioni politiche necessarie perché sia possibile investire per creare nuovi posti di lavoro.

L’Economist dice anche che la ripresa economica della Spagna non è completa, visto che il debito pubblico è cresciuto fino a raggiungere il 100 per cento del PIL, 230mila aziende hanno dovuto chiudere e il salario medio è più o meno pari a dieci anni fa. Servirebbero ulteriori riforme per migliorare ancora di più la situazione economica: secondo l’Economist dovrebbero esserci meno vincoli per le aziende tradizionali, dovrebbero essere introdotte più regole per quelle digitali, per cui c’è un vuoto legislativo, e bisognerebbe fare qualcosa per alcuni problemi che la Spagna condivide con l’Italia, cioè l’eccesso di burocrazia e il clientelismo (amiguismo in spagnolo).

Un’altra cosa sulla quale la Spagna dovrebbe lavorare, dice l’Economist, è trasformare i nuovi contratti di lavoro temporanei in contratti a tempo indeterminato e aiutare le persone disoccupate con bassa specializzazione a formarsi per tornare sul mercato del lavoro. Il 57 per cento dei disoccupati non lavora da più di un anno e il 25 per cento da almeno quattro anni: molte di queste persone non hanno completato l’istruzione secondaria perché prima della crisi economica riuscivano facilmente a trovare lavoro nell’edilizia. Tuttora la percentuale di spagnoli che lascia la scuola prima di aver preso il diploma è la più alta dell’Unione Europea, se si esclude Malta: nel 2016 era pari al 19 per cento. Il rischio per la Spagna è che queste nuove riforme non vengano fatte perché ora Rajoy non ha più la maggioranza che aveva in passato: da novembre guida un governo di minoranza.

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