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Notitiae quae non erant

I romani non sparsero del sale su Cartagine, Archimede non salvò Siracusa con un sistema di specchi, e altre storie del mondo antico che citiamo a sproposito

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Anche se a volte non lo sappiamo, diverse espressioni e modi di dire che usiamo oggi sono legate a episodi della storia romana o greca. Ma molti di questi in origine avevano un significato diverso, oppure sono legati a fatti di dubbia storicità: “mettere la mano sul fuoco”, ad esempio, non si riferisce a un episodio in cui qualcuno si dice sicuro di qualcosa. Non possiamo dare per certo nemmeno il famoso “tu quoque” (anzi), mentre siamo piuttosto sicuri del fatto che i romani non abbiano sparso del sale su Cartagine dopo averla distrutta, e che Archimede non salvò Siracusa da un assedio con l’aiuto di alcuni specchi.

Le statue greche e romane non erano bianche
Nonostante ora le vediamo così, in origine erano pitturate con colori anche piuttosto sgargianti: alcuni esemplari, come le sculture di un tempio dell’isola greca di Egina, hanno anche conservato delle tracce di colore ben visibili ai raggi ultravioletti. L’equivoco nasce dal fatto che le statue sono state ritrovate centinaia di anni dopo la loro produzione, quando la pittura era ormai svanita: i lavori degli scultori rinascimentali e neoclassici – non pitturati, così come le statue romane che avevano davanti a loro – hanno contribuito a rafforzare la falsa convinzione che anche gli originali fossero bianchi.

Archimede e gli specchi ustori
Film, aneddoti e storielle sull’antichità hanno raccontato più volte che nel 212 a.C. il matematico Archimede riuscì a difendere la città siciliana di Siracusa bruciando le navi romane con un elaborato sistema di specchi. Da secoli circola grande scetticismo su questa storia, sia perché con le conoscenze e i materiali dell’epoca sarebbe stato molto complicato, sia perché viene riportata solo da fonti tarde. Come avvenuto per altri aneddoti di questo tipo, la storia potrebbe essere nata dall’unione di racconti diversi: da fonti attendibili come gli storici Polibio e Tito Livio sappiamo che Archimede contribuì alla difesa della città costruendo delle macchine da guerra, mentre lo scrittore latino Apuleio nella sua Apologia racconta che Archimede aveva scritto degli specchi ustori «in un libro importante» sullo studio degli specchi (che però non possediamo).

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L’episodio degli specchi ustori usati nell’assedio di Siracusa in un dipinto del pittore Giulio Parigi alla Galleria degli Uffizi di Firenze (circa 1600)

Tu quoque, Brute, fili mi!
Sono le parole che comunemente vengono attribuite a Giulio Cesare mentre veniva ucciso da un gruppo di ribelli – fra cui il nobile romano Bruto – il 15 marzo del 44 a.C.. La frase probabilmente non fu mai pronunciata in questa forma. Il primo a parlare di una cosa simile fu Svetonio, uno storico latino con uno spiccato gusto per gli aneddoti, che scrivendo 150 anni dopo riportò che Cesare disse a Bruto, in greco: «καὶ σύ, τέκνον» (“anche tu, figlio”). Nessun’altra fonte più affidabile o antica di Svetonio ne parla. Inoltre, ci sono diverse cose che non quadrano: il fatto che Cesare avesse parlato in greco, e che avesse chiamato Bruto “figlio” (dato che secondo le fonti aveva un buon rapporto con lui, ma non era suo figlio naturale né lo aveva adottato). È ancora meno probabile che dopo l’omicidio di Cesare Bruto abbia detto “sic semper tyrannis” (“è così che succede sempre, ai tiranni”). E se anche prendessimo per buono tutto quanto, vorrebbe dire che Cesare non ha mai pronunciato le parole tu quoque.

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Il sale su Cartagine
Secondo questa voce, i Romani cosparsero di sale il territorio della città africana di Cartagine dopo averla distrutta alla fine della Terza guerra punica, nel 146 a.C., per rendere infertile il terreno. La storia è quasi certamente falsa: non ne parla nessuna fonte antica – e ne abbiamo molte, sulla distruzione di Cartagine – ed è iniziata a circolare solo in età moderna. Nella storiografia romana non esistono altri casi di città rase al suolo e poi cosparse di sale.TO GO WITH AFP STORY BY Kaouther LARBI V

Alcune rovine dell’antica Cartagine (FETHI BELAID/AFP/Getty Images)

La strage di Erode
È un episodio raccontato solamente nel Vangelo di Matteo, e in nessun’altra fonte storica o evangelica. Secondo Matteo poco dopo la nascita di Gesù Cristo l’allora re dei Giudei Erode il Grande ordinò di uccidere tutti i neonati di Betlemme perché aveva sentito che secondo una profezia in quella città era appena nato il nuovo re. Lo scetticismo degli studiosi su questo episodio è legato soprattutto al fatto che non se ne trova traccia in Flavio Giuseppe, uno storico romano di poco posteriore a Gesù Cristo che si occupò estesamente della storia della Giudea. La Chiesa Cattolica dà invece per certo l’episodio e ricorda i bambini morti nella presunta strage il 28 dicembre di ogni anno.Giovanni_Pisano_Strage_Innocenti_Pistoia

Un bassorilievo di Giovanni Pisano eseguito per il pulpito della chiesa di Sant’Andrea a Pistoria, che raffigura la cosiddetta “strage di Erode” (1301)

Muzio Scevola
In italiano, l’espressione “mettere la mano sul fuoco” significa essere certi di una cosa: è tratta da un episodio raccontato da Tito Livio, ma che in origine non era legato a quel significato. Il protagonista è Gaio Muzio Cordo, un giovane nobile romano che nel corso dell’assedio di Roma da parte degli Etruschi nel 508 a.C. propose al Senato romano di uccidere il comandante etrusco Porsenna con una missione segreta. L’incarico fu dato allo stesso Muzio, che però per errore uccise uno scriba etrusco. Catturato e portato davanti a Porsenna, Muzio minacciò Porsenna dicendogli che i Romani lo odiavano e che presto sarebbe stato ucciso da uno di loro. A quel punto, sempre secondo Livio, Scevola disse: «questo è il valore che dà al corpo chi aspira a una grande gloria». E si fece bruciare la sua mano destra in un braciere. Porsenna, impressionato dal coraggio e forse convinto che Muzio volesse punirsi, lo lasciò andare. Scevola fu il nome con cui venne chiamato dopo, da scaevus (mancino). L’episodio quindi è più legato all’autoflagellazione e al fanatismo che alla certezza.

In Grecia non esisteva davvero la democrazia
Si sente spesso dire che la Grecia è la “culla della democrazia”, o cose del genere. È un’informazione distorta dal fatto che la maggior parte del materiale storico e letterario della Grecia antica sia stato prodotto da Atene, la città più fiorente, ricca e avanzata dell’epoca. Ad Atene dal VI secolo a.C. per un certo periodo fu introdotto un innovativo sistema di rappresentanza che ricorda le democrazie moderne, slegato dalla nobiltà e dal censo: ma in tutta la Grecia – che all’epoca non era una nazione o un impero ma un insieme di piccole città-stato – le città che avevano sistemi simili erano fondamentalmente quelle legate all’etnia greca degli Ioni. In molti altri posti le cose funzionavano in maniera diversa: a Sparta – come in diverse altre città legate all’etnia dei Dori – il governo era affidato ai re. In ogni caso, anche ad Atene, dal governo e dai servizi civici di tutte le città greche restavano esclusi le donne e gli schiavi.

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Gli scavi dell’agorà di epoca romana ad Atene (LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images)

Cleopatra e l’aspide
Come raccontato dallo storico greco Plutarco e da decine di altre storie, film e libri successivi, la regina d’Egitto più famosa della storia si uccise nel 30 a.C. in seguito al suicidio del suo compagno Marco Antonio. Plutarco racconta che Cleopatra scelse di suicidarsi con un morso di aspide perché il suo veleno «induceva nelle membra un torpore sonnolento e un deliquio dei sensi, senza per questo arrecare spasimo o provocare gemiti». Uno studio del 2010 ha sollevato diversi dubbi su questa ricostruzione, di cui si dubitava da tempo: il veleno dell’aspide provoca infatti un’agonia di diverse ore.

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Guido Cagnacci, Morte di Cleopatra (1660 circa, Pinacoteca di Brera)

Nerone e la lira
Nel 64 d.C. la città di Roma subì un grave incendio, che secondo le fonti dell’epoca fece moltissimi morti e danni. Due degli storici che ne hanno parlato, Svetonio e Cassio Dione, attribuirono la responsabilità dell’incendio all’imperatore Nerone e raccontarono che mentre gli edifici della città andavano a fuoco lui salì su una collina per cantare la storia della distruzione di Troia. Gli storici moderni considerano una forzatura l’attribuzione delle colpe a Nerone (che nella tarda antichità venne caratterizzato come un personaggio frivolo e un po’ pazzo anche grazie ai racconti di Svetonio). Tacito, lo storico più obiettivo su quel periodo, ammette che alcuni accusarono direttamente Nerone, ma spiega anche che l’imperatore si diede molto da fare per spegnere l’incendio, mentre non cita affatto l’episodio del canto.

Non abbiamo prove sulle conseguenze dell’incendio alla biblioteca di Alessandria
Era considerata la più grande e importante del mondo antico, ma non sappiamo quanti libri esattamente contenesse né in quale occasione sia stata bruciata: dunque è sbagliato sostenere, come fa qualcuno, che il progresso scientifico e culturale del mondo antico si fermò dopo la sua distruzione. Le ipotesi per la datazione del suo incendio vanno dal I secolo a.C. al settimo d.C. La quantità di libri bruciati varia da 40mila a 700mila. Se davvero l’evento della sua distruzione fu così importante, probabilmente avremmo molte più informazioni sul suo conto.

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