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  • giovedì 15 giugno 2017

“Straniero” non vuole dire sempre la stessa cosa

Non c'è una definizione unica, ogni stato ha la sua definita dalle leggi che ha approvato, ed è per questo che è difficile confrontare i numeri degli stranieri dei diversi paesi

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Una ragazza fotografata durante la manifestazione per l'approvazione della riforma della legge di cittadinanza organizzata a Roma il 28 febbraio 2017 (FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

La riforma sulla legge di cittadinanza potrebbe diventare legge oggi grazie al voto del Senato (la Camera l’ha già votata). La sua approvazione introdurrebbe delle novità importanti per molti cittadini non italiani residenti in Italia, e tra le altre cose provocherebbe una riduzione significativa del numero degli stranieri nel paese, visto che i giovani nati o cresciuti in Italia e figli di genitori stranieri diventerebbero italiani. Se si considera la cosa in termini numerici, significa che dall’entrata in vigore della legge il numero di stranieri in Italia si ridurrebbe di un milione, quello di italiani aumenterebbe della stessa quantità.

Stando ai dati del 2015, l’Italia è al terzo posto in Europa per numero di stranieri residenti, che supera di poco i cinque milioni di persone e rappresenta l’8,2 per cento della popolazione; è preceduta nella classifica da Germania e Regno Unito, in cui risiedono rispettivamente circa 7,5 e 5,4 milioni di stranieri. Se la legge passasse, l’Italia scenderebbe al quinto posto, scavalcata dalla Spagna e dalla Francia.

cosa-vuol-dire-stranieri copyLe classifiche di questo tipo sono interessanti perché mostrano come molto spesso i numeri che riguardano gli stranieri in un paese possano cambiare da un giorno all’altro senza che cambi veramente qualcosa nella realtà. Nel caso dell’Italia, per esempio, la legge permetterebbe a tutti coloro che hanno compiuto 18 anni, che sono nati in Italia da genitori stranieri e che non hanno mai vissuto altrove, di diventare cittadini italiani. Ogni paese ha le sue leggi di cittadinanza e ha parametri propri per stabilire chi debba essere considerato straniero: Danimarca e Germania – paesi agli estremi opposti della classifica sopra – sono due buoni esempi.

In Danimarca risiedono circa 422mila stranieri, il 7,5 per cento della popolazione: in termini assoluti è un numero basso, ma questo non significa che i danesi siano di manica larga nel riconoscere la cittadinanza. Un’apertura della legge c’è stata però a partire dal 2011, con l’arrivo di un governo di centrosinistra, e nel 2014 sono state introdotte altre modifiche su tre aspetti specifici. Oggi la cittadinanza viene riconosciuta per esempio anche ai bambini nati da almeno un genitore danese, e ai ragazzi nati in Danimarca da genitori stranieri che presentino richiesta entro i 19 anni (a patto che non abbiano commesso reati, abbiano vissuto in Danimarca per almeno 12 anni dei quali almeno cinque ininterrottamente negli ultimi sei anni, abbiano superato l’esame dell’ultimo ciclo scolastico con una certa media o, nel caso non ci siano riusciti, abbiano compiuto 18 anni). La riforma ha permesso anche di cominciare a riconoscere la doppia cittadinanza agli immigrati in Danimarca, e non più solo ai danesi emigrati all’estero.

In Germania, dove gli stranieri rappresentano il 9,3 per cento della popolazione, sono state fatte varie riforme. Con quella del 2000 fu l’introdotto il principio dello ius soli, per il quale le persone nate in Germania da genitori stranieri acquisiscono la cittadinanza a condizione che un genitore sia residente sul territorio da almeno otto anni e sia in possesso di un permesso di soggiorno. Dal 2004 sono stati poi introdotti dei nuovi requisiti: i genitori devono dimostrare un alto livello di integrazione che consiste nel conoscere bene il tedesco e avere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato.

Queste due leggi e quella italiana dicono tutte cose diverse e rendono difficile il confronto dei dati sulla popolazione straniera dei singoli stati: in Germania la cittadinanza viene riconosciuta al momento della nascita, in Danimarca al raggiungimento della maggiore età, un po’ come succede ora in Italia, ma in modo diverso e più ampio. Stando alla legge attuale del 1992, l’Italia riconosce la cittadinanza ai figli di stranieri nati sul territorio che abbiano risieduto ininterrottamente in Italia fino alla maggiore età; la Danimarca, invece, richiede una permanenza minima di 12 anni. Con l’approvazione della riforma, di fatto, il concetto di “straniero” per la legge italiana si avvicinerebbe a quello dato dalla legge tedesca.

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