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  • lunedì 5 giugno 2017

La guerra che ha cambiato il Medio Oriente

Iniziò oggi cinquant'anni fa fra Israele e una coalizione di stati arabi, e durò solamente sei giorni

(AP Photo, File)

Se in una partita di Risiko uno stato protetto da due soli carri armati fosse circondato da tre stati nemici e armati rispettivamente da 5, 3 e 4 carri armati, avrebbe scarsissime possibilità di difendersi. Nel mondo reale, esiste un paese che si è trovato in questa condizione: e non è solamente riuscito a difendersi, ma anche a sconfiggere i tre paesi che lo circondavano.

Semplificando moltissimo, è quello che è successo durante la Guerra dei Sei giorni combattuta fra Israele e una coalizione di paesi arabi fra il 5 e il 10 giugno 1967, cinquant’anni fa. La vittoria di Israele è considerata ancora oggi uno degli esiti più sorprendenti di un conflitto armato nel Secondo dopoguerra, mentre le conseguenze che ha avuto sugli stati e le popolazioni coinvolte proseguono ancora oggi: qualcuno ha definito il conflitto «i sei giorni che cambiarono il Medio Oriente».

50 Years Later One State or Two

Un gruppo di soldati israeliani festeggia la fine della Guerra dei Sei giorni nel deserto del Sinai, 10 giugno 1967 (AP Photo)

I territori di Israele dal 1948 al 1967

I territori di Israele dal 1948 al 1967

Nel 1967 lo stato israeliano era nato da appena 19 anni: fu creato nel 1948, alla fine di quella che i paesi arabi chiamano nakba (cioè “la catastrofe“) e gli israeliani la Guerra d’Indipendenza. Nei suoi primi anni di vita, Israele ebbe un’esistenza piuttosto agitata: i suoi leader si trovarono a dover costruire delle istituzioni statali e un sistema economico e militare quasi da zero, e in mezzo dovettero affrontare anche un’altra guerra (la cosiddetta Crisi di Suez, nel 1956). Israele era insomma un paese ancora molto fragile, e i vicini stati arabi contavano ancora di poterlo battere in un conflitto armato e interrompere il flusso di ebrei in una terra che per secoli era appartenuta alla popolazione araba locale, gli antenati dei moderni palestinesi. A diversi stati arabi, il 1967 sembrò l’anno buono per provarci.

In quegli anni l’Egitto era governato stabilmente da Gamal Abdel Nasser, un carismatico leader socialista che a metà degli anni Cinquanta era stato fra i protagonisti del colpo di stato che rimosse la monarchia, e che fu nominato presidente nel 1956. Sotto Nasser, l’Egitto diventò il più attivo e dinamico fra i paesi a maggioranza araba della zona, anche nella politica estera: per anni Nasser fu il principale promotore del panarabismo, una corrente di pensiero che chiedeva maggiore unità politica ed economica fra i paesi arabi del Medio Oriente. Fra le altre cose Nasser si inventò una specie di coalizione permanente con la Siria – la cosiddetta Repubblica Araba Unita – e favorì la nascita dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che per decenni è stato il principale organo di rappresentanza del popolo palestinese.

YUGOSLAVIA-CONFERENCE Il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser parla col presidente tunisino Habib Bourguiba durante una conferenza a Belgrado, 6 settembre 1961 (AFP/Getty Images)

La nakba era passata da meno di vent’anni, e l’Egitto e gli altri paesi arabi consideravano ancora gli israeliani come un popolo invasore: le aliyah, i “ritorni” degli ebrei nella terra che secondo loro gli era stata donata da Dio migliaia di anni fa, erano iniziati solamente alla fine dell’Ottocento. Dalla creazione dello stato di Israele fino al 1967, nessuno dei paesi arabi confinanti aveva intrattenuto relazioni diplomatiche. Sia gli israeliani sia gli stati arabi sapevano che prima o poi sarebbe stata combattuta una nuova guerra: quella che per gli arabi avrebbe dovuto “vendicare” la nakba, e che invece per Israele avrebbe potuto significare la definitiva sopravvivenza.

Nei primi mesi dell’anno, fu chiaro a tutti che la guerra si stava avvicinando. Gli eventi precipitarono a metà maggio, quando Nasser venne a sapere dall’Unione Sovietica (uno dei suoi principali alleati) che Israele stava ammassando le sue truppe al confine con la Siria. Più avanti l’informazione si rivelò falsa, ma Nasser aveva già dato al suo esercito ordine di disporsi nel deserto del Sinai, nella porzione di territorio che confinava con Israele. Fra la metà e la fine di maggio, l’Egitto contribuì ad aumentare la pressione ordinando alle forze di pace dell’ONU di abbandonare il Sinai e chiudendo alle navi israeliane gli stretti di Tiran, l’unico sbocco sul mare nel sud del paese. Il 30 maggio, l’Egitto e la Giordania – che fin dalla fine della Seconda guerra mondiale occupava l’odierna Cisgiordania – strinsero un’alleanza difensiva.

HUSSEIN WITH NASSER 1967(AP Photo/Stf/Calvert)

Israele partiva in svantaggio solamente in apparenza: nonostante le sue forze militari fossero numericamente inferiori a quelle degli stati arabi, il suo esercito si stava preparando da anni all’eventualità di una guerra, di cui aveva studiato e sperimentato tutti i possibili sviluppi. In un report del 1967, lo Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti aveva stabilito che le forze e le competenze dell’esercito israeliano erano tali che il paese sarebbe stato militarmente imbattibile «da qualsiasi coalizione di stati arabi per i prossimi cinque anni».

Alle 7.45 di mattina del 5 giugno 1967, la quasi totalità dell’aviazione israeliana prese di mira le basi dell’aviazione egiziana in uno degli attacchi preventivi più famosi della storia contemporanea. Tutto fu studiato nei dettagli per rallentare e impedire un contrattacco egiziano: l’orario fu scelto appositamente perché in quel momento si teneva il primo cambio della guardia della giornata, e si decise di colpire per prime le piste di atterraggio, di modo che gli aerei egiziani sarebbero potuti nemmeno decollare. Per cogliere ulteriormente di sorpresa gli egiziani, inoltre, pochi giorni prima il governo israeliano aveva deciso di concedere un fine-settimana di riposo ad alcuni suoi riservisti, per lasciare intendere che non si aspettava un attacco imminente.

I bombardamenti durarono diverse ore, ininterrottamente: alla fine della giornata, l’aviazione egiziana aveva perso l’85 per cento della propria aviazione, cioè circa 300 aerei.

38th Anniversary Of Israel's 1967 Occupation Of Gaza (GPO via Getty Images)

L’attacco del primo giorno condizionò tutti gli eventi successivi. Il 6 giugno, senza più una copertura dell’aviazione, l’esercito egiziano dispiegato nel Sinai iniziò a ritirarsi. Contemporaneamente, le truppe di terra israeliane occuparono la Striscia di Gaza e parte dell’odierna Cisgiordania. Nella serata del 6 giugno l’esercito israeliano iniziò ad occupare parte di Gerusalemme, la città dove anticamente aveva sede il Tempio, il luogo più sacro per la religione ebraica, di cui oggi rimane solo il cosiddetto Muro del Pianto. La mattina del 7 giugno le truppe israeliane di terra assaltarono la collina dove oggi sorge il quartiere di Har Homa, a sud della città, aspettandosi di trovare un intero battaglione di soldati giordani. I quali però erano scappati durante la notte, lasciandosi dietro persino le armi.

La vittoria dell’esercito israeliano era ormai evidente: i giordani si ritirarono anche dal resto di Gerusalemme e della Cisgiordania, mentre l’esercito siriano non riuscì ad opporre resistenza a quello israeliano e perse le cosiddette Alture del Golan. L’8 giugno l’Egitto accettò il cessate il fuoco, due giorni dopo lo fece anche la Siria. La guerra era finita dopo appena sei giorni: in tutto erano morti meno di mille soldati israeliani e più di 20mila soldati arabi (fra cui 15mila egiziani, perlopiù durante la ritirata dal Sinai).

Israele non aveva solamente garantito la propria sopravvivenza: aveva stravinto, arrivando ad invadere territori che fino a quel momento non aveva nemmeno rivendicato, come il Sinai, le alture del Golan, la Striscia di Gaza e diverse città arabe della Cisgiordania. Da un giorno all’altro, Israele si era trasformato in una potenza occupante.

primaedopo Israele prima e dopo la Guerra dei Sei giorni, in un grafico di BBC

La Guerra dei Sei giorni ebbe conseguenze sia sulla pace sia soprattutto sulle guerre che si sarebbero combattute in futuro. La conquista del Sinai pose le basi per la futura pace con l’Egitto, che fu firmata nel 1979 in cambio della restituzione del Sinai. Mise fine al progetto militare e politico del panarabismo, che almeno per quel periodo storico finì con la morte di Nasser nel 1970. «Dall’altra parte», ha scritto il rispettato storico Benny Morris, «diede spinta a un’ideologia espansionistica legata ai movimenti della destra religiosa che prima del 1967 era praticamente inesistente»: in Cisgiordania si trovano infatti moltissimi luoghi descritti nella Bibbia, il libro sacro dell’ebraismo, cosa che secondo diversi leader religiosi ebraici dà loro il diritto di occuparli.

L’occupazione dell’intera Cisgiordania durò fino al 1994 – contro il parere dell’ONU – e causò disagi e sofferenze per milioni di palestinesi, che nel giro di pochi giorni diventarono delle specie di “cittadini di Serie B” dello stato israeliano (condizione che per alcuni di loro dura ancora oggi). L’occupazione legittimò la fondazione di colonie israeliane in tutta la Cisgiordania, che è proseguita per decenni. Oggi si stima che nelle colonie israeliane in terra palestinese viva circa mezzo milione di persone. La diffusione delle colonie è considerata il principale ostacolo per le prospettive di pace fra israeliani e palestinesi.

Il governo israeliano ha deciso di festeggiare il 50esimo anniversario della Guerra dei Sei giorni a settembre nella colonia di Gush Etzion, una delle più grandi colonie in territorio palestinese.

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Sullo sfondo, l’insediamento di Gush Etzion (HAZEM BADER/AFP/Getty Images)

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