111 posti da vedere a Torino

Come la Fetta di polenta, la Vigna della Regina, la Cavallerizza e la pasticceria Stratta, tutti consigliati da un'originale guida illustrata della città

(111 luoghi di Torino che devi proprio scoprire – Emons)

La casa editrice Emons ha da poco pubblicato 111 luoghi di Torino che devi proprio scoprire, una guida turistica illustrata della città scritta da Maurizio Francesconi e Alessandro Martini. Il libro consiglia monumenti, palazzi, parchi, sale da ballo Art Déco e losangeline, pasticcerie, circoli letterari, belvedere e teatri, spesso poco turistici e poco conosciuti ma che vale decisamente la pena visitare. Ne abbiamo selezionati 13 da non perdere, tra il classico Borgo Medievale, la suggestiva vigna della regina, la piola Ranzini e la Fetta di polenta.

Il libro fa parte di una collana di guide, tra cui quella dedicata a Milano uscita due anni fa di cui avevamo pubblicato un estratto sul Post.

Il Borgo Medievale
Un castello da favola nel parco

Il Borgo Medievale, costituito da un villaggio e un castello turrito lungo il Po nel cuore del Parco del Valentino, sorse come padiglione per la Sezione di Arte Antica dell’Esposizione Generale Italiana del 1884. È un prodotto d’invenzione, tanto da essere stato a lungo giudicato meritevole di ben poca considerazione: nel secondo dopoguerra si pensò addirittura di demolirlo perché ritenuto solo un falso storico. È bene sapere, però, che fu all’epoca un’importante occasione di conoscenza (grazie alla guida di studiosi come Alfredo d’Andrade), di educazione e di tutela dell’artigianato e delle tecniche costruttive tradizionali, capace di dare vita a un nuovo gusto per il medievalismo. Tra portici, corti e vicoli, ogni particolare architettonico, decorativo e di arredo è infatti una precisa riproduzione filologica tratta dai modelli originali del Quattrocento, individuati alla fine dell’Ottocento in Piemonte e Valle d’Aosta per poi essere rilevati e studiati. Alcuni di quei modelli sono nel frattempo scomparsi, tanto che le riproduzioni del Borgo ne sono oggi la sola testimonianza superstite.

La Rocca, copia fedele di una dimora fortificata signorile quattrocentesca, è il cuore del complesso e dal 1942 è un museo. I portici della zigzagante via del Borgo ospitano botteghe artigiane e attività che da sempre attraggono scolaresche e affascinano non solo i bambini. Ha le mura merlate, il ponte levatoio, la fontana con i melograni, il giardino medievale, l’antica cartiera e il laboratorio del maniscalco. Lo stesso Valentino, realizzato alla metà dell’Ottocento, fu sede di altre importanti esposizioni. La vicina Fontana dei Mesi è l’unico elemento ancora esistente dell’Esposizione Generale italiana del 1898. Mentre gli altri edifici vennero costruiti in legno, gesso e tela, per la fontana Carlo Ceppi (l’architetto di Porta Nuova) utilizzò il “moderno” cemento. È un’ampia fontana luminosa, di forme tra il Neorococò e il Liberty, ornata da quattro gruppi che raffigurano i fiumi torinesi (Po, Dora, Sangone e Stura) e da statue femminili che danno forma ai mesi dell’anno.

18_Il Borgo MedievaleIngresso libero: estate, lun-dom 9-20; inverno, lun-dom 9-19. Rocca: 10-18 (www.borgomedievaletorino.it) | Un suggerimento Dopo aver fatto un giro in bicicletta o risciò affittati lungo viale Virgilio, rilassatevi con una bibita nella vicina Latteria Svizzera (viale Virgilio 25), storico chiosco aperto con il bel tempo.

La capitale del Liberty
A passeggio per Cit Turin e oltre
Il campione del Liberty torinese fu Pietro Fenoglio. Non a caso il nostro itinerario (uno dei tanti possibili) nella “capitale italiana del Liberty” (secondo la massima studiosa, Rossana Bossaglia), prende le mosse proprio dal suo più celebre edificio, la Casa Fenoglio Lafleur, costruita nel 1902 in corso Francia. Ammirate la posizione d’angolo con il bow-window e la torre coronata da sinuose forme naturali, godetevi la perfetta sintesi tra architettura e decorazioni: i ferri battuti, i vetri colorati, gli stucchi e i graffiti, con il ripetuto segno del cerchio. Di Fenoglio le strade del Cit Turin conservano numerosi edifici, ville per la nuova borghesia (Villino Raby, corso Francia 8) e palazzi residenziali (Casa Maciotta, corso Francia 32). Celebre anche per gli edifici industriali, all’apice della carriera lasciò tutto e divenne un manager: addirittura amministratore delegato della Banca Commerciale Italiana.

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Cit Turin (piccola Torino, in dialetto) e San Donato sono ricchi di architetture floreali, o Art Nouveau come si diceva in ambito francese (in Germania Jugendstil, in Austria Secessionstil, Modern Style in Gran Bretagna e Modernismo in Spagna). Non perdetevi questi indirizzi: via Beaumont 3 (Casa Tasca di Giovan Battista Benazzo, 1903), via Piffetti 3-5 e 10-12 (Giovanni Gribodo, 1908), via Vassalli Eandi (Palazzina Baravalle di Annibale Rigotti, 1908).

Nel 1902 Torino ospitò al Parco del Valentino, già sede di altre esposizioni (vedi n. 18), l’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna, cui parteciparono i grandi del Liberty tra cui Olbrich, Behrens, Horta e il palermitano Ernesto Basile, accolti nei padiglioni temporanei di Raimondo D’Aronco. La sua villa (via Petrarca 44) è la prima di una serie nelle vie circostanti, come il Villino Kind (Michele Frapolli, 1904, via Monti 48). Tra le altre in città, in pre-collina Villa Scott (Fenoglio con Gottardo Gussoni, 1902, corso G. Lanza 57) è celebre anche perché ritratta nel film Profondo Rosso (Dario Argento, 1975).

Indirizzo Casa Fenoglio Lafleur, corso Francia angolo via Principi D’Acaja; le altre: quartieri di Cit Turin, San Salvario e altri | Un suggerimento Chi vuole acquistare ottimi capi di abbigliamento, spesso firmati e a basso prezzo, può andare, ogni mattina (ma soprattutto venerdì e sabato), nel mercato dei Giardini Luigi Martini, cuore di Cit Turin, da tutti chiamato piazza Benefica dal nome della Casa Benefica, istituto per l’educazione e l’istruzione degli orfani lì sorto nel 1889.

Il Circolo dei lettori
Tutti sono passati da qui. Venite anche voi!

Palazzo Graneri della Roccia si erge elegante e maestoso nella stretta via Bogino, al civico 9, proprio dietro la Biblioteca Nazionale e a pochi metri da Palazzo Carignano. L’edificio fu costruito tra il 1681 e il 1699 dall’architetto Giovanni Francesco Baroncelli per l’abate Marc’Antonio Graneri d’Entremont e rappresenta una delle dimore più sontuose ed emblematiche di Torino, con uno dei cortili più affascinanti della città. Dalla strada si può godere del fondale prospettico e dell’imponente atrio che conduce al giardino, dal quale si può apprezzare la vera facciata dell’edificio e, inoltrandosi meglio, si può ammirare il monumentale scalone a base quadrata che conduce al piano nobile.
Dal 1858 Palazzo Graneri della Roccia è sede del Circolo degli Artisti, uno dei più importanti cenacoli privati della città frequentato, tra gli altri, da Cavour e Massimo d’Azeglio, ma è nel 2006, anno dell’apertura del Circolo dei lettori, che è divenuto davvero celebre tra tutti i torinesi per la sua offerta culturale senza pari a livello nazionale.

Spingendosi fino al piano nobile si può godere dello spettacolo dei suoi imponenti saloni sontuosamente stuccati e affrescati. Qui è ospitato il Circolo dei lettori, all’interno del quale si trovano sale per la lettura di libri e quotidiani, il bar Barney’s e l’ottimo ristorante La Tampa (il “buco” o “taverna” in piemontese), che era in origine il ritrovo degli avventori del Circolo degli Artisti. Alle pareti della Tampa è appesa una raccolta di autoritratti e ritratti che, iniziata come un gioco, è andata poi sempre più sviluppandosi grazie a nuove opere donate dagli artisti, fino a raggiungere la consistenza attuale, un centinaio di tele di singolare importanza artistica e storica.

Al Circolo dei lettori sono passati, per le loro conferenze e chiacchierate aperte al pubblico, i più grandi autori: da Jonathan Franzen a Michael Cunningham, David Grossman, Daniel Pennac, Javier Marías, Jonathan Safran Foer, Peter Cameron e molti, molti altri.

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Indirizzo Via Bogino 9, 10123 – Torino | Come arrivare Castello (autobus e tram 13, 15, 55, 56) | Orari www.circololettori.it | Un suggerimento Il Caffè Fiorio (via Po 8) è uno storico caffè oggi un po’ fané, che vale però la pena visitare anche per provare il loro gelato, quello a cui i torinesi si sentono più legati. Intere famiglie, generazione dopo generazione, sono passate a prendere un gelato qui, per poi passeggiare sotto i portici.

La dentiera Sassi-Superga
Viaggi d’altri tempi
Superga e la sua storica tranvia a dentiera, che parte dalla Borgata Sassi per approdare in cima alla collina, sono un emblema della città insieme alla basilica con le tombe dei Savoia e la triste storia della squadra calcistica del Grande Torino, che il pomeriggio del 4 maggio 1949 si schiantò in aereo contro il terrapieno posteriore dell’edificio religioso.

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Per raggiungere questo storico belvedere, abbarbicato sopra alla città a 672 metri di altitudine, i modi sono due: andare in auto (metodo forse troppo ovvio, ma comodo) oppure parcheggiare il proprio mezzo alla base della collina nella Borgata Sassi e prendere la storica tranvia. È un’emozione affascinantissima perché non è cambiato granché da quel lontano 27 aprile 1884 quando venne inaugurata in occasione dell’Esposizione Generale Italiana (quella che ha lasciato in città anche il Borgo Medievale; vedi n. 18). All’epoca era a vapore, e venne poi modernizzata ed elettrificata nel 1935. La tecnologia è quella di una cremagliera senza fune con trazione elettrica che consente di superare agevolmente il dislivello di ben 425 metri, con una pendenza massima del 21 per cento nell’ultimo tratto. Solo salendovi si può godere appieno l’impressionante lavoro ingegneristico che permette in pochi minuti di arrivare in cima alla collina, ma il piacere comincia quando si accede alla piccola stazione rosa nella quale sono presenti il ristorante e il museo che racconta la storia della tranvia.

All’interno della stazione di arrivo a Superga il Centro Visite dell’Ente Parchi della Collina di Superga ospita una serie di iniziative rivolte a studenti e adulti al fine di migliorare la conoscenza dell’ambiente circostante. Il piacere maggiore è però dato dalla splendida vista che si gode dalla terrazza della basilica che spazia sulla città e i suoi monumenti e la catena alpina. L’apice della soddisfazione si raggiunge in estate, quando i vagoni vengono aperti sui lati e la brezza accompagna l’ascesa durante i periodi di calura, facendo così dimenticare per un attimo di essere in piena città.

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Indirizzo Piazza Modena 6, 10132 – Torino | Come arrivare Sassi-Superga (autobus e tram 15, 61, 68 poi tranvia) | Orari Lun, mar, gio, ven 10-15 e sab-dom 10-18 | Un suggerimento Una passeggiata a Superga, già nel Comune di Baldissero Torinese, fino ad arrivare alla Trattoria Bel Deuit (via Superga 58) o alla Trattoria Superga (via Superga 60), per provare la tipica cucina piemontese.

La Vigna della Regina
Nella villa sabauda l’unico vigneto urbano d’Italia
Il principe Maurizio di Savoia era un cardinale (già a 13 anni!) ma, come molti cardinali (dell’epoca, si intende) sapeva godersi la vita. D’altra parte, alla carriera ecclesiastica venne avviato per motivi puramente politici e dinastici. Figlio del duca Carlo Emanuele I e nipote addirittura di quell’Emanuele Filiberto che rese Torino capitale del ducato, Maurizio all’inizio del Seicento si fece realizzare una scenografica villa sulla collina torinese secondo il gusto delle residenze romane: sfarzosissima, quindi, e dotata di un “grande appezzamento di vigneto popolato da piante fruttifere”. Quell’aulica dimora, “delitiosa” residenza di duchesse, principesse e regine di casa Savoia fino all’Ottocento, passata nel 1868 all’Istituto per le Figlie dei Militari e poi a lungo abbandonata e vittima di un penoso degrado, è oggi nota come Villa della Regina. Dagli anni Novanta lunghi e complessi lavori hanno riportato alla luce gli appartamenti reali affacciati sullo straordinario salone, così come decorazioni e arredi in cui si riflette il gusto per le arti preziose e per l’esotismo in voga presso le corti europee nel Settecento.

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Il restauro ha permesso di recuperare anche i giardini all’italiana, con tanto di grotte, padiglioni, giochi d’acqua e un vero unicum: proprio l’antica vigna voluta dal cardinal Maurizio, reimpiantata tra il 2003 e il 2006. Dal 2009, poi, i grappoli delle viti danno un vino commercializzato dall’azienda vitivinicola Balbiano, nata nel 1941 sulle colline di Andezeno. Produce ogni anno circa 4.000 bottiglie di Freisa di Chieri “Vigna Villa della Regina”, dal 2011 gratificato della Denominazione di Origine Controllata. Torino, come Vienna e Parigi (che accolgono le altre vigne urbane gemellate, quella del castello di Schönbrunn e la storica Cuvée du Clos Montmartre), offre vino che nasce praticamente nel centro della città. E per chi è astemio, la soluzione sono le torinesissime (ma ormai vendute in mezzo mondo) pastiglie Leone al vino Freisa, prodotte in esclusiva per Balbiano con l’uva della Regina.

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Indirizzo Vigna della Regina, www.vignadellaregina.it, presso Villa della Regina, www.residenzereali.it e www.polomusealepiemonte.beniculturali.it, strada Santa Margherita 79, 10131 – Torino | Come arrivare Villa Regina (autobus 53, 56, 66) | Orari Mar-dom 10-17, lun chiuso. Tel 011.8194484 | Un suggerimento Raggiungibile a piedi, alle spalle della Gran Madre, la Trattoria Bar Decoratori & Imbianchini (via Lanfranchi 28; 9-24, mercoledì chiuso) è una piola tradizionale (ma di una qualche ricercatezza), tranquilla per caffè, merendesinoire all’ora dell’aperitivo, pranzi e cene d’antan in suggestive sale storiche o sotto il pergolato, tra pavimenti di legno, fiori secchi e vecchie stampe e credenze. Dal 1935 è gestita dalla Società Anonima Cooperativa di Consumo e Mutua assistenza Borgo Po e Decoratori, nata dalla fusione di due precedenti società di mutuo soccorso.

La piola Ranzini
Vini e tomini come negli anni Cinquanta
Caffè Vini Emilio Ranzini (più i secondi che il primo) è la piola per eccellenza. Se volete conoscere Torino, quella della tradizione e non quella alla moda dei tempi recenti, è qui che dovete passare. E rimanere un po’, rilassati, a bere, mangiare e chiacchierare. Magari anche a osservare gli avventori: habitués vecchi e giovani, studenti fuori sede, artisti (ci veniva Mario Merz, maestro dell’Arte Povera, che abitava poco lontano) e pensionati, professionisti e impiegati in pausa pranzo. Qui si vive ancora la cultura democratica delle piole d’na volta, fiorite perché, nella città ormai industriale, gli operai usciti dalle boite (“officine”) si ritrovassero per farsi un bicchiere di vin d’botal (“botte”).
Ranzini è nato addirittura nel 1848, vi racconterà Mario. Quando suo zio, l’Emilio dell’insegna, lo rivelò nel 1956, accoglieva i torinesi del vecchio centro insieme agli immigrati dal Sud e alle “signorine”, prima e dopo la Legge Merlin. Oggi dietro al bancone ci sono i figli Alberto ed Emiliano a mescere il vino e a servire taglieri, uova sode e (ben prima delle mode “slow food”) tomin elétrich e acciughe al verde, polpette e vitello tonnato, lingua in salsa rossa, salsiccia cruda, caponet di verza…

La piola è a Torino quel locale della tradizione (osteria o trattoria) che serve buon cibo e (soprattutto) vino, meglio se sfuso, in un ambiente conviviale e a gestione familiare, caldo e a bunpat (“economico”). In città se ne trovano ancora, sparse tra centro e periferia, spesso sotto volte di mattoni, con tanto legno, tovaglie a quadretti, vecchi calendari, tini in acciaio e caraffe per il vino: Da Cianci nella vicina piazza IV Marzo, Coco’s in San Salvario, le Cantine Vittoria in Borgata Vittoria, il Bon Bon in Barriera di Milano, Antiche Sere e Da Celso tra Cenisia e Borgo San Paolo, La Piola d’le 2 Sorele verso Bertolla. Sono i posti ideali per la merenda sinoira, l’aperitivo in Piemonte da sempre consueto, prima della moda, orribile e cacofonica, dell’apericena.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Indirizzo Via Porta Palatina 9, 10122 – Torino | Come arrivare Corte d’Appello (autobus e tram 4, 6, 12, 27, 51, 57); Milano (autobus Star2); Garibaldi (autobus e tram 4, 6, 7, 11, 27, 51, 57 | Orari Lun-ven 9:30-20:30, sab 10:30-15 | Un suggerimento All’interno dello stesso isolato, che comprende anche la piccola chiesa di Santo Spirito (controllate se è aperta di sera per qualche concerto di musica antica), si trova la cosiddetta Casa del Senato, affacciata sulla retrostante piazza IV Marzo al numero 17. Risale al Trecento e, sopra finestre medievali e rinascimentali, conserva una teoria continua di finestre ad arco all’ultimo piano. La parte recentemente restaurata ospita prestigiose residenze, dentro un nuovo corpo a torre (Studio De Ferrari Architetti) con meravigliose terrazze affacciate sul centro cittadino.

Sotto le bombe
Un rifugio antiaereo per 1.150 persone
Il rifugio antiaereo di piazza Risorgimento, nel quartiere Campidoglio, è forse uno dei pochi luoghi in cui si può almeno tentare di comprendere l’angoscia di cui i torinesi furono vittime nelle lunghe notti dei bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale. Chiuso dopo la guerra e dimenticato per decenni, è stato riaperto nel 1995 per visite guidate e didattiche.

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È uno dei 42 ricoveri pubblici costruiti dal Comune in calcestruzzo con tecniche antibomba. Poteva accogliere 1.150 persone: con 550 metri quadrati di superficie, è uno tra i più grandi della città. Avrebbe dovuto estendersi per 700 metri quadrati e avere quattro entrate ma, nell’emergenza dopo i bombardamenti del 18 novembre 1942, venne realizzata una soluzione ridotta, con i bagni su un solo lato e due entrate invece di quattro, verso via Rosta. Attraverso rampe di scale, si potevano raggiungere, a 12 metri di profondità, le tre gallerie parallele, lunghe 40 metri, larghe 4,20 e alte 3,50. Sulle pareti sono ancora leggibili le norme di comportamento: “Mantenete la calma: in ogni momento, in ogni posto, in ogni situazione”. Non era certo facile per chi era fuggito nel cuore della notte, spesso in pigiama. Erano comunque tra i fortunati che potevano garantirsi un rifugio. Le strutture costruite ad hoc per reggere l’impatto delle bombe (relativamente più sicure quindi di cantine, infernotti o luoghi non attrezzati) non riuscirono mai a garantire l’accoglienza a più del 15 per cento della popolazione.

Nel 1943 i ricoveri pubblici in città potevano contenere 25.000 persone (46.000 l’anno successivo), a cui si aggiungevano i 150.000 posti garantiti agli operai sotto le fabbriche. I rifugi nei palazzi erano meno di mille, per 41.200 posti. Erano segnalati con una R bianca a fianco del portone.
Sotto il cortile d’onore del Palazzo di Città è presente uno dei primi rifugi realizzati, edificato per i dipendenti comunali. Ma i posti erano soltanto 50.

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Indirizzo Piazza Risorgimento, tra via Nicola Fabrizi e via Buronzo, 10143 – Torino |
Come arrivare Racconigi (metro M 1); Pilo (autobus 2) | Orari Visite guidate, www.museodiffusotorino.it | Un suggerimento In via Rosolino Pilo 6, il Teatro Astra allestisce una stagione anche di teatro contemporaneo e sperimentale, a cura della Fondazione Teatro Europa, molto apprezzata dal quartiere e non solo. Inaugurato nel 1930 come Cinema Teatro Savoia, conserva belle decorazioni Art Déco.

Teatro Regio
Mollino: genio e irrequietezza
Era il 2005 quando da Christie’s a New York un tavolo di quercia e cristallo fu battuto per più di tre milioni di euro: primato mondiale in asta per un arredo del XX secolo. Il suo creatore, Carlo Mollino, è oggetto di un vero e proprio culto da parte di collezionisti, artisti, architetti e fotografi.

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Oggi sono molti, in città, i luoghi che ne ricordano il genio, mentre più difficile è respirare l’atmosfera dei suoi ambienti privati. Nella casa museo di via Napione 2, Mollino non visse mai, pur avendola arredata tra il 1960 e il 1968 come sintesi di un’intera vita (e, in prospettiva, cenotafio da faraone egizio). Fu designer, architetto, romanziere e fotografo (celeberrime le sue Polaroid di nudi femminili) ma anche sciatore e autore di manuali di “discesismo”, pilota di aerei e inventore di auto straordinarie come il Bisiluro, esemplare unico per la 24 Ore di Le Mans del 1955: insomma, fu un artista totale e uno sperimentatore eccentrico e ingordo. Figlio d’arte (suo padre progettò l’ospedale Molinette) e professore al Politecnico, fu apprezzato e allo stesso tempo criticato nella sua Torino, in cui lasciò capolavori come il Dancing Lutrario, la Camera di Commercio e il Teatro Regio.

Proprio il nuovo Regio è uno dei suoi progetti più discussi e significativi, oltre che l’ultimo realizzato (1965-1973): quasi un testamento spirituale. Mollino subentrò nella ricostruzione del massimo teatro cittadino, bruciato nel 1936, dopo decenni di dibattito e di progetti a firma di Aldo Morbelli (insieme avevano realizzato l’Auditorium Rai nel 1952-1958). Seppur avviato, il progetto di Morbelli per il Regio non fu mai concluso, finché la realizzazione venne affidata proprio a Mollino, che produsse uno dei suoi edifici più vasti e complessi, organico e flessuoso, totalmente libero dietro la facciata “storica”. Non perdetevi i fianchi (quasi “femminili”), il suggestivo foyer “piranesiano” (tutto scale, balconate e velluti) e la vasta sala con la cascata di luci.

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Indirizzo Piazza Castello 215, 10124 – Torino | Come arrivare Carlo Alberto e Castello (autobus e tram 13, 15, 55, 56); Partigiani (tram 7) | Orari Visite guidate su prenotazione, mar-ven 15:30, sab 11-15:45; tel. 011.8815209 | Un suggerimento Uscendo dal teatro, attraverso la cancellata dell’Odissea Musicale di Umberto Mastroianni, percorrete i portici alla vostra destra e scendete sotto l’arco, aperto negli anni Dieci al piano terreno delle Regie Segreterie di Stato. Godetevi la quiete dei Giardini Reali (bassi): alberi, prati, panchine e la vista sui bastioni e le mura della “zona di comando” della Torino sabauda.

La Cavallerizza
Da maneggio reale a libero teatro
Era il 1997 quando la Cavallerizza divenne un luogo finalmente conosciuto da tutti i torinesi: qui si inaugurò la Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo e la coda per visitare questo evento fece capire anche ai più ottusi che questa città stava cambiando. Si stava trasformando da polo della produzione industriale in qualcos’altro: in una città di cultura, viva e vogliosa di offrire ai cittadini sempre proposte nuove. Torino riuscì in questo difficile compito, si fece conoscere al mondo e diventò ciò che è ancora oggi: una meta turistica interessante nella quale scoprire ogni volta qualcosa di diverso e unico.

Il complesso della Cavallerizza venne costruito tra il 1740 e il 1742 e insieme a tutte le residenze reali dei Savoia è entrato a far parte, nel 1997, della lista del patrimonio dell’umanità dell’Unesco: è un fabbricato enorme, nascosto nella centrale e strettissima via Verdi, a pochi passi da piazza Castello e dalla Mole Antonelliana. Era inizialmente un luogo destinato agli esercizi e agli spettacoli equestri di corte, e venne realizzato all’interno della “zona di comando” di Torino (parte del centro di Torino che doveva accogliere le sedi rappresentative e amministrative del potere sabaudo), nell’area a levante dell’Accademia dei Paggi, fin dalle origini pensata per ospitare strutture adibite a maneggio. Entrando dal cancello ci si trova in un grande cortile (quello principale) al fondo del quale vi è uno stretto passaggio che unisce la Cavallerizza ai Giardini Reali sottostanti, polmone verde di questa parte del centro cittadino.

A oggi c’è un progetto cui partecipano istituzioni e associazioni cittadine che riguarda la riqualificazione degli spazi, attualmente utilizzati per attività organizzate e gestite dall’assemblea Cavallerizza 14:45. La Cavallerizza è un luogo dal fascino incredibile, pieno di angoli nascosti, tra alti edifici porticati, spazi verdi ora abbandonati, maniche rustiche e saloni aulici, da scoprire andando a ficcare il naso ovunque si riesca.

Cavallerizza Reale

Indirizzo Via Verdi 9, 10124 – Torino | Come arrivare Rossini (autobus e tram 13, 15, 55, 56) | Un suggerimento Il Teatro Gobetti (via Rossini 8) è uno squisito esempio di architettura di metà Ottocento e l’Auditorium Rai (via Rossini 15), il cui progetto di ristrutturazione fu curato da Aldo Morbelli insieme a Carlo Mollino, ospita i concerti dell’Orchestra Sinfonica Nazionale Rai.

I circoli canottieri
Sport sul Po tra Otto e Novecento
È incredibile la quantità di punti in comune che hanno la città di Torino e il mondo anglosassone: il low profile come imperativo morale e stile di vita, un certo senso dell’umorismo piuttosto sarcastico e noir e, non ultima, la cultura del canottaggio. Nelle mattine autunnali, quando la nebbia sembra appoggiarsi sull’acqua del fiume, ma anche nelle assolate e fresche mattinate estive e dopo l’orario del lavoro, il Po si riempie di imbarcazioni che lo solcano avanti e indietro da Moncalieri fino al ponte Vittorio Emanuele I. Decine di uomini e donne, giovani ma spesso anche un po’ âgé, si mantengono in forma applicandosi con rigore tipicamente sabaudo. Non esiste torinese della buona borghesia che da bambino o ragazzino o perfino da adulto non si sia dedicato a questo sport, di antica tradizione anglosassone e subalpina.

I circoli canottieri si susseguono sulle rive del fiume con le loro eleganti strutture ottocentesche e dei primi del Novecento e non nascondono la rivalità che li divide: i più prestigiosi sono sicuramente i circoli Cerea, Armida e Caprera, nati rispettivamente nel 1863, 1869 e 1883. I primi due hanno “l’invidiabile primato” di accettare iscrizioni solo se si è presentati da un membro oppure se si ha un famigliare stretto a fare da garante (un “democratico” primato che condividono con l’università di Harvard).Tutti possiedono un ristorante e architetture in legno e vetro fin de siècle che farebbero impallidire un paese del Cheshire. I loro iscritti possono tenersi in forma a contatto con la natura ma non con la gente comune perché, si sa, qui a Torino il canottaggio è uno sport per pochi eletti (se non lo siete, potete però andare agli Amici del Fiume), gli altri giocano a calcio (i figli della buona borghesia fino a una certa età fanno entrambe le cose). A questi tre circoli si devono aggiungere l’Esperia, nato nel 1885 (oggi è anche un locale serale), e il citato circolo Amici del Fiume, che organizza corsi di canottaggio in collaborazione con il Comune di Torino.

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Indirizzo Lungo il Po su entrambe le sponde del fiume | Come arrivare Pellico e Valentino (tram 9, 16); Della Rocca (autobus e tram 7, 16, 52); Moncalieri (autobus 52, 66, 70, 73) | Orari Aperti tutto l’anno | Un suggerimento Fate un giro lungofiume negli imbarchi sul Po, ristrutturati negli anni Ottanta e Novanta e poi trasformati in ristoranti o locali. I più famosi sono l’Imbarchino, il Perosino e l’Idrovolante.

La Casa del Quartiere
Da bagni pubblici a spazio di incontri
I bagni municipali di San Salvario furono costruiti all’inizio del Novecento su progetto di Camillo Dolza e sono ancora oggi un esempio estremamente interessante del Liberty torinese (vedi n. 22). È impossibile non notare il particolare del cornicione sul quale si alternano le decorazioni a forma di rana e di conchiglia.
La Casa del Quartiere aprì nel 2010 in questi spazi ristrutturati grazie all’Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario insieme a vari partner come la Città di Torino, la Fondazione Vodafone, Compagnia di San Paolo e la Circoscrizione 8. Si tratta di un “laboratorio” che nasce con lo scopo di realizzare iniziative in ambito sociale e cultu- rale in collaborazione con le associazioni del luogo, con i cittadini e gli operatori artistici e culturali. È uno spazio aperto e multiculturale, e rappresenta un’importante occasione di incontro e scambio di attività ed esperienze.

All’interno della struttura si trovano un ristorante, una ciclofficina, un ufficio di co-working, la banca del tempo, un orto, una sala riunioni e vari sportelli informativi e spazi di ascolto. Ma non è tutto: si organizzano laboratori d’arte, corsi di danza, musica e canto, di giardinaggio, lingue e informatica. Si possono poi organizzare feste, conferenze, spettacoli; si possono proporre attività di vario tipo, nello spirito di condivisione che è alla base dell’intero progetto. D’estate, poi, si può prendere l’aperitivo nel cortile, stando al fresco anche nelle serate infestate dalla calura tipica delle grandi città.

Davanti all’edificio ci sono i giardinetti, perfetti per fare ancora quattro chiacchiere prima di tornare a casa, perché così accade: si sta bene e ci si trasferirebbe lì dentro ma, purtroppo, non si può. In questo luogo gli abitanti del posto (“quelli di San Salvario”, tra i più tipici e fulgidi esempi del radical chic cittadino) si sono trovati a fare le cose più disparate: dal seguire un corso di cucito all’offrire libri per bambini alla collettività, fino a imparare come riparare la propria bicicletta.

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Indirizzo Via Oddino Morgari 14, 10125 – Torino | Come arrivare Madama Cristina (tram 9, 16); Valperga Caluso (autobus 18, 67) | Orari Dom-gio 9-24 ,ven-sab 9-2 | Un suggerimento Non mancate il ristorante Dai Saletta (via Belfiore 37) per la vera cucina tipica piemontese, da sempre punto di riferimento di coloro che sono appassionati dei gusti locali. Fulful Design (via Saluzzo 51) è l’unico negozio di arredamento e oggettistica di design degno di essere chiamato tale in città. Gentili, capaci e in grado di dare sempre il consiglio giusto.

L’immaginifico Antonelli
La sfida della Fetta di Polenta
New York ha il Flatiron Building (“ferro da stiro”), Torino la Fetta di Polenta. Ci accontentiamo. L’edificio della Grande Mela, inaugurato nel 1902 tra la Fifth Avenue e Broadway, ha una punta talmente stretta (soli due metri) che i newyorchesi si divertirono a scommettere su quanto tempo avrebbe resistito alle raffiche di vento. Qualcosa di simile devono aver pensato, più di cinquant’anni prima, i torinesi quando videro sorgere nel quartiere Vanchiglia un’esile residenza, quasi una lama. La ribattezzarono “fetta di polenta”, per la forma triangolare e il prevalente colore giallo. Il suo architetto, Alessandro Antonelli, era impegnato in vaste speculazioni immobiliari nel circostante quartiere, allora molto degradato. Fallito il tentativo di acquistare anche il lotto adiacente, volle dimostrare di essere comunque in grado di costruire una casa, recuperando in altezza (9 piani, di cui 2 interrati) ciò di cui non disponeva in larghezza.

L’edificio sorse in più fasi: nel 1840 i primi quattro piani, poi altri due finché, nel 1881, come ulteriore dimostrazione di destrezza tecnica, venne aggiunto l’attuale coronamento, con il balcone inglobato nel cornicione. Ogni elemento è sfruttato al meglio: la parte più stretta (54 cm) ospita impianti e servizi, mentre le finestre fuoriescono per recuperare spazio. Vinta la sfida, Antonelli donò alla moglie la Casa Scaccabarozzi (il suo cognome da signorina), in cui la coppia visse per qualche anno, per trasferirsi poi nell’edificio di via Vanchiglia 9, dello stesso Antonelli. Alla fine degli anni Settanta, gli interni furono ridisegnati da Renzo Mongiardino per Giancarlo Bus- sei. Trent’anni dopo, tra il 2008 e il 2013, ha accolto le mostre della Galleria Franco Noero, del cui titolare è ora la residenza.

Così come i newyorchesi si abituarono agli edifici in altezza, i torinesi familiarizzarono presto con il genio di Antonelli. La Fetta di Polenta resta una magistrale prova della tecnica che il progettista ha portato alle sue estreme conseguenze nella Mole Antonelliana, a cui è rimasto legato il suo nome.

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Indirizzo Via Giulia di Barolo 9, 10124 – Torino | Come arrivare Vanchiglia (tram 16); San Maurizio (autobus e tram 15, 30, 55) | Un suggerimento In un quartiere che si riempie di locali a vista d’occhio, Margò (via Buniva 9) è un luogo piacevole in cui bere e mangiare buone fette di torta, alternativo e alla moda (senza essere hipster, fenomeno caduto ormai in disuso), gay friendly e particolarmente frequentato dai giovani del quartiere, che lo rendono uno dei posti più interessanti della zona.

Stratta
Dove Cavour sceglieva i dolci
Aperta nel 1836, la pasticceria Stratta è uno dei locali storici di Torino, famosa per i suoi dolci, in particolare i marron glacé, e per la raffinatezza dei suoi arredi. Nata come Ditta Reina, e diventata dieci anni più tardi Confetteria f.lli Stratta, è uno dei simboli della Torino dei locali pubblici e nell’Ottocento era annoverata tra le caffetterie più belle d’Europa. È anche uno dei pochi esempi ancora intatti di arredamento d’interni in stile carloalbertino: le boiserie e la facciata in legno sono le stesse di quando il locale fu inaugurato.

La confetteria rivelò da subito una certa ambizione e una spiccata sensibilità verso le innovazioni, al punto che, già nel 1840, richiese, e ottenne, l’installazione dell’illuminazione a gas. Per più di un secolo Stratta è stata sinonimo di cura del servizio ed eleganza, che le sono valse il privilegio di essere inclusa tra i “Fornitori della Real Casa” e di vantare tra i suoi clienti lo stesso Camillo Benso Conte di Cavour, come risulta da una fattura di “Lire 2.547 e 60 centesimi” che lo statista torinese pagò per l’acquisto di “29 chili di marron glacés, 18 di sorbetto, 37 di frutti caramellati, paste, confetture e meringhette” per un ricevimento al Ministero degli Esteri. Il locale si articola in una sala vendita e in un retro; uno dei pezzi forti è il soffitto con decorazioni in stucco e il meraviglioso lampadario centrale in vetro di Murano. L’arredo interno in legno di ciliegio e noce si compone di una boiserie a specchi con lesene in legno; sui due lati della boiserie sono state inserite mensole di vetro, mentre lo stemma di fornitore della casa reale in legno dorato, che ora è presente all’interno sopra la cornice degli specchi, era in origine collocato sul portainsegna della facciata. In questo Paese di Bengodi è possibile acquistare (oltre ai famosi, grossi e morbidi marron glacé) i bonbons della nonna (caramelline colorate al gusto di frutta, miele e fiori) ma anche i fiori cristallizzati al gusto di violetta, petali di viola e di rosa, mimosa e foglie di menta, le famose gelatine oppure sorseggiare una eccezionale cioccolata calda (con o senza panna).

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Indirizzo Piazza San Carlo 191, 10123 – Torino | Come arrivare Lagrange (autobus Star1) | Orari Mar-sab 9-19 e dom 9:30-19 | Un suggerimento Nel parcheggio sotterraneo di piazza San Carlo, i resti di una torre romana sono facilmente raggiungibili dall’ingresso di via Principe Amedeo in corrispondenza di via Eleonora Duse. L’area è accessibile da qui solo se provvisti di biglietto di parcheggio per la presenza di un cancello, oppure liberamente entrando nella rimessa sotterranea da piazza San Carlo e percorrendo, al primo livello interrato, il corridoio verso piazza Castello fino alla prima deviazione verso est. Proprio in corrispondenza dell’entrata di piazza San Carlo al parcheggio sotterraneo si vedono invece pochi resti dei piloni di un ponte seicentesco. In piazza San Carlo i lavori di scavo, negli anni 2004 e 2005, portarono alla luce parte di una necropoli romana costituita da ventisei tombe a inumazione e una piccola casa.

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