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  • sabato 3 giugno 2017

Come ci è arrivato l’ISIS nelle Filippine?

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti

Se ne sta parlando per le violenze delle ultime due settimane sull'isola di Mindanao e per l'attentato di Manila: e forse bisogna cominciare a preoccuparsi

Soldati filippini a Marawi (TED ALJIBE/AFP/Getty Images)

Nelle ultime due settimane diversi osservatori hanno cominciato a parlare del rischio di una colonizzazione dell’Asia da parte dello Stato Islamico. La ragione è quello che sta succedendo nelle Filippine, dove a metà maggio un gruppo jihadista che ha giurato fedeltà allo Stato Islamico ha conquistato alcuni quartieri di Marawi, una città dell’isola meridionale filippina di Mindanao. Non solo: giovedì scorso un uomo armato è entrato in un resort di Manila, la capitale delle Filippine, e ha appiccato un incendio uccidendo almeno 36 persone. Nonostante la polizia filippina stia trattando l’accaduto come una possibile rapina, lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco tramite la sua agenzia di stampa Amaq. E quindi: come ci è arrivato lo Stato Islamico nelle Filippine? Dobbiamo preoccuparci?

Intanto, dove sono le Filippine e la città di Marawi (sull’isola di Mindanao).

Non ci è arrivato in barca
Negli ultimi tre anni lo Stato Islamico si è espanso per lo più grazie a gruppi jihadisti di altri paesi che giuravano fedeltà ad Abu Bakr al Baghdadi, il leader dell’ISIS. In questo senso le Filippine, dove la popolazione musulmana supera di poco il 5 per cento, non sono un’eccezione. Non sono arrivati barconi di miliziani estremisti dall’Iraq e dalla Siria: semplicemente alcuni gruppi che già operavano nel sud delle Filippine, dove storicamente si è concentrata la guerriglia autonomista e islamista, si sono fatti attrarre dalla propaganda dello Stato Islamico. Ad esempio è successo ad Abu Sayyaf, un gruppo estremista filippino che era legato ad al Qaida (organizzazione nemica dell’ISIS) e che all’inizio del 2016 diffuse tramite i canali dello Stato Islamico un video che mostrava i suoi miliziani giurare fedeltà a Baghdadi. Il solo fatto che del materiale prodotto nelle Filippine (per esempio i video) venisse ripreso dai canali media centrali dello Stato Islamico dimostrava un livello di coordinamento con i vertici dell’ISIS piuttosto alto.

Quando l’ISIS comincia a parlare delle Filippine
Nel novembre 2014 Dabiq, la rivista in lingua inglese dello Stato Islamico, scrisse che alcuni gruppi di diversi paesi, tra cui le Filippine, avevano promesso fedeltà a Baghdadi. Quello era il periodo di massima espansione dello Stato Islamico: l’estate precedente l’ISIS aveva conquistato molto rapidamente diverse città irachene, tra cui Mosul, e si era fatto conoscere al mondo tramite i video delle decapitazioni degli ostaggi occidentali. Nel novembre dell’anno successivo, nel periodo degli attentati di Parigi nei quali furono uccise 130 persone, lo Stato Islamico diffuse un video di propaganda che mostrava tra le altre cose una mappa del mondo con segnati i posti dove il gruppo era presente: uno dei pallini illuminati indicava proprio le Filippine.

khilafahUn’immagine di un video di propaganda dello Stato Islamico che mostra la presenza del gruppo in giro per il mondo

In seguito i contatti tra gruppi locali e vertici dell’ISIS in Siria e in Iraq diventarono più frequenti e i rapporti più stretti. In un articolo del maggio 2016, l’analista Charlie Winter scrisse che il legame che stava nascendo era forte, molto più forte di quello che i vertici dello Stato Islamico avevano creato con i gruppi jihadisti di altri paesi, come Bangladesh o Somalia. A un certo punto sembrava che da un momento all’altro dovesse essere annunciata la creazione di una nuova loro provincia dello Stato Islamico nelle Filippine. Poi però qualcosa cominciò a cambiare e l’espansione territoriale dello Stato Islamico subì una brusca frenata.

Provincia o no?
La concessione dello status di “provincia dello Stato Islamico” è il massimo livello di riconoscimento dato dall’ISIS a uno o più gruppi che operano in suo nome in una zona particolare del mondo. “Giurare fedeltà” non è sinonimo di “diventare una provincia”, perché nel primo caso si parla di un livello inferiore di cooperazione. Non è una differenza puramente tecnica o formale: nel primo caso, per esempio, gli attentati vengono compiuti nel nome dell’organizzazione, nel secondo per volere dell’organizzazione. Nel primo non è necessario che i gruppi locali si organizzino in una struttura definita e con una leadership forte, nel secondo si. Nelle Filippine, nonostante le aspettative di molti jihadisti, finora non è ancora stata istituita una provincia, probabilmente anche a causa delle sconfitte militari che lo Stato Islamico sta subendo da più di un anno in Siria e in Iraq.

Chi è Isnilon Hapilon
Nonostante il progetto di creazione di una provincia nelle Filippine non sia ancora stato attuato, lo Stato Islamico ha comunque riconosciuto il suo leader, non solo del paese ma dell’intera regione del sud-est asiatico: si chiama Isnilon Hapilon, ha 51 anni ed è capo del gruppo Abu Sayyaf. Isnilon è super-ricercato dalle forze di sicurezza filippine, ma è anche uno dei “Most Wanted” degli Stati Uniti: l’FBI ha promesso 5 milioni di dollari di ricompensa in cambio di informazioni che possano portare alla sua cattura.

HapilonL’avviso dell’FBI su Isnilon Hapilon, il leader del gruppo terroristico Abu Sayyaf, affiliato dello Stato Islamico (FBI via AP)

Lo scorso martedì le forze di sicurezza filippine avevano tentato di arrestare Isnilon: l’operazione non era andata però a buon fine e aveva scatenato la reazione dei miliziani filo-ISIS di Marawi, che avevano conquistato diversi altri quartieri della città, dando inizio alla crisi che dura ancora oggi. Non è chiaro come mai lo Stato Islamico abbia scelto Isnilon come suo leader. Un rapporto dell’Institute for Policy Analysis of Conflict (PDF) dice al riguardo:

«Sembra che Isnilon non parli né arabo ne inglese e che abbia una conoscenza limitata della religione. La sua nomina potrebbe riflettere i suoi lunghi legami con i jihadisti stranieri, i suoi contatti con i miliziani provenienti dal sud-est asiatico e affiliati all’ISIS in Siria, la sua capacità di esercitare il controllo sul territorio e il suo entusiasmo per l’incarico.»

Quello che si sa è che le violenze a Marawi sono oggi compiute principalmente da un altro gruppo affiliato all’ISIS relativamente giovane, che si fa chiamare Maute. L’esercito filippino dice che Isnilon si è unito a Maute, ma secondo le ricostruzioni di altri analisti non è così. Non è chiarissimo se e come siano stati formalizzati i rapporti tra i diversi gruppi jihadisti filippini che hanno dichiarato fedeltà allo Stato Islamico. Sembra comunque che le varie fazioni abbiano deciso di coalizzarsi per sconfiggere il nuovo nemico comune, cioè il presidente Rodrigo Duterte e il suo esercito. La scorsa settimana, dopo il fallimento dell’operazione per arrestare Isnilon, Duterte aveva annunciato l’imposizione della legge marziale sull’isola di Mindanao, dove sono più attivi i gruppi jihadisti.

Dobbiamo preoccuparci?
In generale, il fatto che lo Stato Islamico sia riuscito a prendere il controllo di un pezzo di città nelle Filippine è una brutta notizia, ma potrebbe anche non essere l’unica. Negli ultimi anni i gruppi jihadisti nel sud del paese hanno sfruttato i nuovi legami con i vertici dello Stato Islamico per attirare sempre più reclute e per mettere in piedi nuovi campi di addestramento. In altre parole, sono cresciuti.

Secondo Sidney Jones, direttrice dell’Institute for Policy Analysis of Conflict, la cooperazione tra ISIS e gruppi jihadisti locali potrebbe diventare sempre più importante anche a causa delle sconfitte militari subite dallo Stato Islamico in Iraq e in Siria. La nuova reputazione di questi gruppi, soprattutto dopo le vicende delle ultime due settimane, potrebbe attrarre anche molti altri jihadisti provenienti da paesi vicini. Secondo Jones, «visto che andare in Siria è diventato sempre più difficile per i jihadisti del sud-est asiatico, Mindanao potrebbe essere la loro successiva migliore opzione».

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