Trump ha ritirato gli Stati Uniti dal trattato sul clima

Lo ha annunciato confermando che non osserverà i termini dell'Accordo di Parigi, le conseguenze ci riguardano tutti

di Emanuele Menietti – @emenietti

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump (AP Photo/Pablo Martinez Monsivais)
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump (AP Photo/Pablo Martinez Monsivais)

Oggi il presidente statunitense, Donald Trump, ha annunciato che gli Stati Uniti non manterranno gli impegni previsti nell’Accordo di Parigi, il più importante trattato degli ultimi anni per contrastare il riscaldamento globale riducendo sensibilmente le emissioni di anidride carbonica, uno dei principali e più pericolosi gas serra. La decisione era stata anticipata dai media statunitensi fino da ieri, ma Trump aveva rimandato al suo annuncio ufficiale dalla Casa Bianca di oggi: la procedura per uscire dal trattato richiede quasi quattro anni per essere completata. L’accordo era stato sottoscritto appena due anni fa dalla precedente amministrazione Obama e da altri 195 paesi in giro per il mondo. La decisione potrebbe avere serie conseguenze sul mantenimento degli impegni da parte degli altri stati e più in generale sullo stato del pianeta, considerato che il riscaldamento globale si sta già verificando e ogni anno perso per contrastarlo fa aumentare il rischio di produrre effetti irreversibili sul clima.

Nel suo lungo discorso dalla Casa Bianca, Trump ha sostenuto che l’Accordo di Parigi avrebbe danneggiato l’economia degli Stati Uniti, definendo il trattato ingiusto. La sua decisione ha portato a numerose reazioni da parte di politici e imprenditori di alcune delle più grandi aziende statunitensi. Trump è stato duramente criticato dall’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, dall’ex segretario di Stato, John Kerry, e dall’ex candidata alle presidenziali per i Democratici, Hillary Clinton.

Trump ha anche annunciato di volere uscire dall’Accordo di Parigi per negoziare nuove condizioni con la comunità internazionale sul tema del clima. In un messaggio comune, Italia, Germania e Francia hanno ricordato che l’Accordo di Parigi non può essere in alcun modo rinegoziato.

Perché un accordo sul clima
Riassumendo molto: negli ultimi decenni la produzione di anidride carbonica (CO2) nel mondo è aumentata, soprattutto a causa dell’attività umana che con industrie, automobili e il costante consumo di combustibili fossili ha immesso nell’atmosfera enormi quantità di questo gas. La CO2 crea una sorta di bolla intorno alla Terra, impedendole di disperdere in modo efficiente il calore proveniente dal Sole: questo riscaldamento anomalo del pianeta porta i ghiacci polari a sciogliersi più velocemente, muta le correnti oceaniche e più in generale il clima, con eventi sempre più estremi come alluvioni o prolungati periodi di siccità.

CO2

Gli effetti del riscaldamento globale sono ormai tangibili e verificati scientificamente, così come le responsabilità dell’attività umana nell’aumentata produzione di anidride carbonica. Per questo motivo da decenni, e con risultati non sempre soddisfacenti, la comunità internazionale ha prodotto accordi sul clima con il principale obiettivo di inquinare meno.

Cosa c’è nell’Accordo di Parigi
Nel 2015 i paesi del mondo hanno sottoscritto, durante la Conferenza sul clima di Parigi, un impegno non vincolante per mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale al di sotto dei 2 °C rispetto ai suoi livelli nell’epoca preindustriale. Questa soglia non garantisce l’arresto del riscaldamento globale e, anzi, secondo la maggior parte dei ricercatori non impedirà che si verifichino cambiamenti per il clima. È però un punto di partenza molto importante, perché per la prima volta ha responsabilizzato ogni paese sulla necessità di fare di più e meglio per ridurre le emissioni, puntando al tempo stesso sulle opportunità economiche offerte dallo sfruttamento delle energie rinnovabili e dal nucleare di nuova generazione.

Conferenza clima Parigi

Ogni paese a Parigi ha presentato un proprio piano su come intende ridurre le emissioni entro il 2030, in modo da produrne in quell’anno 56 miliardi di tonnellate su scala globale invece dei 69 miliardi di tonnellate che si produrrebbero mantenendo gli attuali ritmi di crescita. Gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Obama, si erano impegnati a ridurre le emissioni del 26-28 per cento rispetto al 2005, fissando il 2025 come ultima scadenza per ottenere questo obiettivo. Si erano inoltre impegnati a finanziare i paesi più poveri e in via di sviluppo per migliorare e rendere più sostenibili le loro politiche energetiche, attraverso un fondo da 3 miliardi di dollari (finora ne era stato speso circa 1 miliardo). La Cina si è impegnata a rivedere profondamente il modo in cui produce energia elettrica entro il 2030, ottenendo almeno il 20 per cento da fonti rinnovabili. Cina e Stati Uniti sono al primo e al secondo posto nella classifica dei più grandi produttori di emissioni di anidride carbonica al mondo: per questo il loro impegno comune ottenuto con un lungo lavoro di diplomazia spinto da Barack Obama era ritenuto fondamentale per la tenuta dell’Accordo di Parigi.

riduzione-emissioni

Come si esce dell’Accordo di Parigi
L’accordo sul clima non è vincolante, inoltre nessuno stato rischia penalizzazioni dirette se decide di lasciare. Nel trattato è previsto un meccanismo per abbandonarlo che, nel complesso, richiede circa quattro anni per essere completato. Gli Stati Uniti potrebbero interrompere da subito tutte le loro attività di collaborazione, non partecipare alle nuove riunioni sul clima e isolarsi dal resto della comunità internazionale su questo tema; la successiva amministrazione, se lo volesse, potrebbe tornare indietro e sottoscrivere nuovamente l’accordo. Trump potrebbe anche decidere di ritirarsi dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Accordi di Rio), che porterebbe per la prima volta gli Stati Uniti a non partecipare ai gruppi di lavoro sul cambiamento climatico dell’ONU. Attualmente due soli stati non fanno parte dell’Accordo di Parigi: Siria e Nicaragua.

Diplomazia e clima
Dopo anni di accordi falliti o inefficaci, Parigi è stata la prima vera occasione per creare una base comune su come affrontare il cambiamento climatico che ha messo d’accordo praticamente tutti, compresa la Corea del Nord (!). Il risultato è stato ottenuto grazie a enormi sforzi diplomatici e all’impegno dei principali produttori di emissioni – Stati Uniti e Cina – che hanno convinto gli altri stati a partecipare e a presentare piani credibili. L’Accordo è stato criticato per non essere vincolante, ma come hanno dimostrato le analisi condotte finora, il fatto che le diplomazie dei singoli paesi si tengano sotto controllo a vicenda ha portato a comportamenti virtuosi, incentivando in alcuni casi l’adozione di politiche per l’energia pulita più radicali degli stessi impegni assunti due anni fa.

Accordo clima - Barack Obama, Xi Jinping

Soprattutto durante gli anni di Obama, gli Stati Uniti sono stati l’esempio positivo per buona parte della comunità internazionale sulle sfide da affrontare per fermare il cambiamento climatico: il loro ritiro potrebbe avere conseguenze sui paesi che avevano sottoscritto l’accordo con minore convinzione. Unione Europea e Cina dicono da tempo che i termini dell’Accordo di Parigi saranno mantenuti, con o senza gli Stati Uniti. Il problema è che ci sono aziende europee e cinesi, soprattutto dell’industria pesante, preoccupate dalle limitazioni sulle emissioni e che fanno pressioni per cambiarle. Imporre politiche energetiche più restrittive, mentre una delle più grandi potenze economiche del mondo può farne a meno, potrebbe diventare molto più difficile in Europa e in Cina. Gli Stati Uniti potrebbero produrre a costi più bassi inquinando di più, facendo una sorta di concorrenza sleale nei confronti degli altri paesi con politiche sulle emissioni più responsabili. Il mancato rispetto di un accordo internazionale di questa portata, inoltre, potrebbe danneggiare la reputazione e le relazioni diplomatiche statunitensi, perché di fatto il suo governo sarebbe visto come meno affidabile nelle politiche di medio-lungo periodo.

Ci salverà la Cina?
Negli ultimi anni la Cina ha visto nella lotta al cambiamento climatico una grande opportunità economica, legata allo sviluppo di nuove tecnologie soprattutto per quanto riguarda lo sfruttamento delle fonti rinnovabili. Il governo ha attivato fondi e investimenti nella ricerca sull’eolico e sul solare, così come nel nucleare di nuova generazione per realizzare reattori più piccoli e più sicuri. La Cina ha un estremo bisogno di diversificare il modo in cui produce energia elettrica, riducendo il consumo delle sue centrali a carbone altamente inquinanti. Il costo sociale dell’inquinamento è enorme, soprattutto nelle grandi città come Pechino dove l’aria è irrespirabile e pericolosa per la salute per molti mesi dell’anno.

Dopo avere faticato nello sviluppo delle loro tecnologie, soprattutto per quanto riguarda il solare, le aziende cinesi potrebbero aumentare sensibilmente le loro esportazioni di pannelli e altri sistemi per sfruttare le rinnovabili, grazie alla minore concorrenza degli Stati Uniti nel settore. Il problema è che la Cina finora ha mantenuto la sua abituale politica di isolamento sul tema, senza fare particolari pressioni sugli altri paesi asiatici per mantenere i termini dell’Accordo di Parigi. Il suo governo si era anche opposto a introdurre sistemi di controllo più severi per verificare i progressi raggiunti dai paesi partecipanti.

Cosa può cambiare per gli Stati Uniti
Nei mesi della campagna elettorale per le presidenziali, Donald Trump aveva detto in più occasioni di essere contrario alle leggi e alle politiche per l’ambiente promosse da Barack Obama, soprattutto per quanto riguarda la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, che considera dannose per le imprese americane. Il ritiro dall’Accordo di Parigi è quindi solo un pezzo della storia: appena diventato presidente, Trump ha di fatto ridotto i poteri dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA) e sta lavorando per eliminare il Clean Power Plan, il piano promosso da Obama per ridurre le emissioni di CO2 prodotte dalle centrali elettriche statunitensi che bruciano combustibili fossili. Trump intende rivedere anche altre leggi introdotte per tutelare l’ambiente, ma la loro eliminazione porterà probabilmente a lunghi contenziosi legali, come preannunciato dalle principali associazioni ambientaliste.

A prescindere dalle decisioni di Trump, molte aziende sono comunque determinate a mantenere i loro piani per la produzione di pannelli solari, turbine eoliche e altri sistemi per sfruttare le fonti rinnovabili. Sono società che durante gli otto anni di amministrazione Obama hanno ottenuto fondi e agevolazioni per ingrandirsi e svilupparsi, e che hanno visto nell’energia pulita una grande opportunità per fare affari. Alcune di queste, come Tesla (che produce automobili elettriche e pannelli solari tramite la controllata Solar City), hanno fatto pressioni nei confronti dell’amministrazione Trump per non cambiare le cose e sostenere i piani per lo sviluppo delle rinnovabili. Elon Musk, il CEO di Tesla, ha annunciato le sue dimissioni dal gruppo di consulenza su questi temi per Trump. Molti altri CEO, dopo la decisione di Trump, hanno annunciato che continueranno a lavorare per fare in modo che le loro aziende rispettino i termini dell’Accordo di Parigi per ridurre le emissioni nocive.

È comunque difficile prevedere con esattezza quale impatto possa avere l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi. Uno studio pubblicato di recente ha stimato che le politiche annunciate da Trump negli ultimi mesi potrebbero far mancare di molto gli obiettivi che aveva fissato Obama. Entro il 2025 le emissioni potrebbero ridursi del 15-19 per cento rispetto ai livelli del 2005, invece del 26-28 per cento assunto come impegno al momento della sottoscrizione dell’Accordo di Parigi.