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  • sabato 27 maggio 2017

14 grandi storie dei Giri d’Italia

La volta che corse una donna, quella che un ciclista fortissimo fu pagato per non correre, e poi scioperi, rivalità e manubri tenuti con i denti

(ANSA)

Il primo Giro d’Italia si corse nel 1909 e da allora ce n’è stato uno ogni anno, tranne durante le guerre mondiali: il centesimo finirà domenica a Milano. In cento edizioni del Giro, migliaia di corridori hanno percorso centinaia di migliaia di chilometri, attraversando l’Italia e anche un po’ la sua storia. Nel frattempo il ciclismo è passato dall’essere lo sport più seguito a uno di quelli che si giocano i pochi spazi non occupati dal calcio e, soprattutto qualche anno fa, se l’è dovuta vedere con il doping. Nel ciclismo il Giro d’Italia è un gradino sotto al Tour de France, ma per certi versi è più difficile e più interessante: basta guardare una cartina e confrontare le montagne di Francia e Italia. Come disse Jacque Goddet, organizzatore per diversi anni del Tour, l’Italia sembra infatti «disegnata apposta per crearci sopra il Giro, mentre la Francia è troppo grande e ha così tanta pianura da finire per penalizzare la creazione di ogni nuovo Tour». Con l’occasione della cifra tonda abbiamo raccolto alcuni momenti importanti della storia del Giro d’Italia. Tante cose sono ovviamente rimaste fuori e non è solo un elenco di chi ha vinto e quando, ma un insieme di cose notevoli, per vari motivi.

Lo sciopero del 1912

Quel Giro si corse a squadre e lo vinse l’Atala, che pochi anni prima aveva contribuito a organizzare il primo, che era stato un successo. Poi c’erano stati problemi organizzativi e un crescente disinteresse verso la corsa: gli iscritti a quel Giro furono solo 52 perché molti preferirono il Giro del Belgio, per esempio. Nella quarta tappa, da Pescara a Roma, il tempo era molto brutto: le strade si rovinarono e l’intero gruppo di corridori sbagliò strada, anche per via di un’organizzazione un po’ carente. A Passo Corese, vicino a Rieti, i ciclisti sbagliarono direzione a un bivio e se ne accorsero solo qualche chilometro dopo, a Civita Castellana, in provincia di Viterbo. Demoralizzati e forse pure arrabbiati si fermarono, scioperarono e presero tutti un treno per Roma. Quella tappa fu “annullata per sbaglio di strada”.
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Alfonsina Strada

Nella lista dei nomi dei partenti al Giro del 1924 ce n’era uno strano: Alfonsin Strada. Il nome giusto era Alfonsina: la prima donna a correre il Giro d’Italia. Quell’anno i migliori corridori non parteciparono perché ci furono problemi di soldi tra l’organizzazione del Giro (che non voleva darne, o voleva darne pochi) e le squadre (che ne volevano di più). Parteciparono solo corridori isolati, cioè senza squadra. Temendo che il Giro avrebbe avuto poco seguito gli organizzatori invitarono quindi Alfonsina Strada, che correva su pista dal 1907 e si era fatta notare partecipando – e giocandosela – in gare in cui correvano gli uomini. Gli organizzatori non erano però certi dell’impatto che avrebbe avuto la sua presenza e per questo scrissero solo “Alfonsin”. Durante quel Giro, Alfonsina Strada se la cavò bene fino a quando nell’ottava tappa arrivò fuori tempo massimo e fu quindi squalificata: le fu comunque permesso di continuare il Giro anche se in modo ufficioso. Aveva 33 anni e non le fu consentito di partecipare ai Giri successivi, ma continuò comunque a gareggiare su pista e nelle prime gare femminili. I Têtes de Bois le hanno dedicato la canzone “Alfonsina e la bici”. Morì nel 1959 ed Eberardo Pavesi, uno dei corridori del primo Giro e poi allenatore di Fausto Coppi e Gino Bartali, disse di lei: «Era una donna straordinaria, che non pedalava poi tanto male».
giro-italia02(Wikimedia)

Quando Binda fu pagato per non correre

Alfredo Binda è stato insieme a Costante Girardengo (quello della canzone di De Gregori) uno dei migliori ciclisti italiani dei primi decenni del Novecento. Vinse il Giro nel 1925, nel 1927 (vincendo 12 tappe su 15), nel 1928 e nel 1929. Nel 1926 cadde nella prima tappa, accumulò un gran ritardo e decise di mettersi a fare il gregario al suo compagno Giovanni Brunero, che vinse quel Giro. Binda arrivò comunque secondo. Nel 1930 non vinse perché non corse: l’organizzazione del Giro gli offrì infatti 22.500 lire (pari al premio finale) per non correre, che altrimenti non ci sarebbe stata gara. Quel Giro – il primo che passò dalla Sicilia – lo vinse il piemontese Luigi Marchisio.
Undated and unlocated picture of Italian cycling c(STF/AFP/Getty Images)

Learco Guerra in maglia rosa

La maglia rosa – che serve a distinguere tappa dopo tappa chi è primo in quel momento in classifica generale – è rosa perché quello è il colore della Gazzetta dello Sport, che organizza la corsa sin dalla sua prima edizione (e per un motivo simile al Tour de France c’è la maglia gialla). Il primo Giro con maglia rosa fu quello del 1931, che alla fine fu vinto da Francesco Camusso. La prima maglia rosa – assegnata dopo la prima tappa, con arrivo a Mantova – la vinse Learco Guerra, che era soprannominato “la locomotiva umana” e vicino a Mantova ci era nato. Vinse in volata davanti a Binda.
CYCLING-TOUR DE FRANCE-1930(/AFP/Getty Images)

Il più giovane vincitore del Giro

Fu Fausto Coppi, che nel 1940 vinse il Giro a 20 anni e otto mesi. Quell’anno Coppi correva nella stessa squadra di Bartali, che di Giri ne aveva già vinti due. Bartali però si fece male e – un po’ come Binda con Brunero – si mise a fare da gregario a Coppi. Si dice che su una salita in cui Coppi stava andando in crisi, e forse pensando pure al ritiro, Bartali lo incitò dicendogli: «Sei solo un acquaiolo Coppi, ricordatelo bene. Sei solo un acquaiolo». Cioè: sei solo un portatore d’acqua, un gregario. Quel perverso incitamento funzionò. Il Giro d’Italia del 1940 finì il 9 giugno. Il 10, dal balcone di Palazzo Venezia a Roma, Mussolini disse che la dichiarazione di guerra era stata «consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia». Due tra i migliori sportivi italiani di sempre persero gran parte dei loro migliori anni per colpa della guerra.
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Coppi e Bartali dopo la Guerra

Del primo Giro dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo parlato qui: lo vinse Bartali. La frase che sapete anche se non ne sapete nulla di ciclismo – «Un uomo solo è al comando; la sua maglia è bianco-celeste; il suo nome è Fausto Coppi» – fu detta nel 1949 durante la Cuneo-Pinerolo, che finì con una delle più belle vittorie di Coppi.


Gli ultimi, anche

Su Bartali e Coppi (uno che una volta vinse con così tanto vantaggio che il radiocronista Niccolò Carosio disse: «Primo Fausto Coppi… e in attesa degli altri concorrenti trasmettiamo musica da ballo») si potrebbe dire molto altro. Ma nella storia del Giro c’è stata anche un’interessante rivalità al contrario, tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, tra Sante Carollo e Luigi Malabrocca. I due si sfidarono per la Maglia nera, che dal 1946 fu assegnata all’ultimo in classifica (e accompagnata da premi). Bisognava quindi andare piano ma non troppo (perché altrimenti si andava fuori tempo massimo e si veniva squalificati). Si dice che per ottenerla i due facessero di tutto: per esempio nascondersi per non far vedere all’altro che si stavano fermando. Malabrocca la vinse due volte (nel 1946 e nel 1947, con un tempo complessivamente di 4 e 6 ore superiore a quelli di Bartali e Coppi); Carollo solo una. Nel 1952 la maglia nera fu abolita.


La fuga bidone del 1954

Alla partenza di quel Giro d’Italia c’erano Coppi, Bartali, Fiorenzo Magni (noto come “il terzo uomo” nella rivalità Coppi-Bartali) e il forte svizzero Hugo Koblet, vincitore del Giro nel 1950. Il Giro del 1954 lo vinse però Carlo Clerici, un suo gregario alla Guerra (la squadra allenata da Learco), che come lui era svizzero. Clerici vinse perché andò in fuga insieme a Nino Assirelli nella tappa da Napoli all’Aquila e arrivò con più di 20 minuti di vantaggio sul gruppo, che nelle tappe successive nessuno riuscì a recuperare. Si definisce una “fuga bidone” una fuga che parte senza eccessive ambizioni e per motivi vari guadagna un grande vantaggio, capace di influire sulla classifica generale finale.


Fiorenzo Magni con in copertone tra i denti

La foto più famosa della storia del ciclismo è quella della borraccia di Coppi e Bartali (ma fu fatta al Tour). Una delle più famose del Giro la fecero nel 1956 a Magni, nel Giro poi vinto dal lussemburghese Charly Gaul. Magni si fratturò una clavicola e si accorse che faceva fatica a tenere il manubrio. Trovò allora un modo per farlo, che tra l’altro lo aiutava anche a sfogarsi un po’ per il dolore che sentiva. Alla fine di quel Giro arrivò secondo.

Al Giro del ’56 sono caduto nella discesa di Volterra e mi sono fratturato la clavicola. “Non puoi partire”, mi dice il medico. Io lo lascio parlare e faccio di testa mia: metto la gommapiuma sul manubrio e corro la crono. Poi supero gli Appennini. Ma provando la cronoscalata di San Luca mi accorgo di non riuscire nemmeno a stringere il manubrio dal dolore; allora il mio meccanico, il grande Faliero Masi, decide di tagliare una camera d’aria, me la lega al manubrio e io la tengo con i denti, per non forzare le braccia. Il giorno dopo, nella Modena-Rapallo cado di nuovo e mi rompo anche l’omero. Svengo dal dolore. Sono sulla lettiga quando riprendo coscienza e ordino a chi guida l’ambulanza di fermarsi. Mi butto giù, inseguo il gruppo, lo riprendo e arrivo sul Bondone sotto una tormenta di neve. Per questo gesto Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, che seguivano il Giro, mi ribattezzarono Fiorenzo il Magnifico.

Giro.jpg(ANSA)

Eddie Merckx per 12 secondi

Solo tre corridori hanno vinto il Giro d’Italia cinque volte: Binda, Coppi ed Eddy Merckx. Di questi ultimi due si dice spesso, per cercare di dare un ordine a una domanda che non può avere risposta, che Coppi è il più grande e Merckx il più forte. Il suo quinto Giro lo vinse nel 1974, con soli 12 secondi di vantaggio sul secondo, Gianbattista Baronchelli. Terzo arrivò Felice Gimondi, che un po’ come Magni ebbe la sfortuna di correre contro uno fortissimo (ma riuscì comunque a vincere almeno una volta quasi tutte le corse più importanti). Merckx ha vinto anche, tra le altre cose, cinque Tour de France, una Vuelta di Spagna, tre campionati del mondo su strada, sette Milano-Sanremo, due Giri delle Fiandre, tre Parigi-Roubaix, due Giri di Lombardia e cinque Liegi-Bastogne-Liegi.

SPORT-CYCLING-CINEMA-FILM-MERCKS(AFP/Getty Images)

La bufera sul Gavia, nel 1988

La 14ª tappa, da Chiesa in Valmalenco a Bormio, si corse il 5 giugno, con un tempo pessimo. Sulla salita del Passo Gavia i corridori trovarono una bufera, ma i problemi maggiori furono in discesa. La tappa la vinse l’olandese Erik Breukink e la maglia rosa andò allo statunitense Andrew Hampsten, che la tenne fino alla fine. In fuga a iniziò giornata c’era anche l’olandese Johan van der Velde, che però ebbe vari problemi – in pratica un principio di assideramento, che lo costrinse a entrare in un camper per scaldarsi – e arrivò al traguardo 46 minuti dopo Breukink.

Quella volta di Pantani a Oropa

Marco Pantani vinse il Giro del 1998; fu invece squalificato da quello del 1999, quando era in maglia rosa. Pochi giorni prima aveva fatto una grande impresa a Oropa: dovette fermarsi a inizio salita e poi recuperò tutti, superandoli uno dopo l’altro e vincendo da solo. Due giorno dopo la tappa con arrivo ad Oropa, Pantani fu escluso dal Giro a causa di un valore di ematocrito nel sangue superiore alla soglia consentita. Fu sospeso per 15 giorni ma non squalificato per doping. Pantani tornò poi a correre non riuscendo però mai a tornare ai livelli degli anni precedenti la squalifica. Morì il 14 febbraio del 2004 per un’overdose di cocaina.

Mario Cipollini più di tutti

I Giri d’Italia sono anche insieme di singole tappe. Quello che ne ha vinte di più è il velocista Mario Cipollini: 42, una in più di Binda. Lo superò il 19 maggio 2003 vincendo in volata la tappa con arrivo a Montecatini Terme. In maglia da campione del mondo, perché l’anno prima aveva vinto il Mondiale.

Vincenzo Nibali un anno fa

Nella 19ª e nella 20ª tappa del 99º Giro d’Italia Vincenzo Nibali riuscì a riaprire e poi ribaltare una corsa che fino a un paio di giorni prima sembrava decisa, con l’olandese Steven Kruijswijk che aveva quasi cinque minuti di vantaggio su di lui. Poi li recuperò tutti, si prese la maglia rosa e vinse il Giro, anche grazie a una grande mano da parte del suo gregario Michele Scarponi.

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