Breve guida alla Biennale di Venezia

Le opere da andare a cercare alla 57esima edizione della Biennale, che ha come titolo "Viva arte viva"

La 57esima edizione della Biennale di Venezia ha come titolo “Viva arte viva” ed è curata dalla francese Christine Macel. La mostra – che si può visitare fino al 26 novembre – si sviluppa in nove capitoli: i primi due si trovano al padiglione centrale dei Giardini (dove c’è anche la maggior parte dei padiglioni nazionali) e i sette successivi si trovano invece all’Arsenale. Ogni capitolo ha senso nell’intero percorso che propone un racconto che va dall’intimità degli artisti e dei loro studi verso l’infinito, tema dell’ultima sezione: «Questo moto di apertura», ha spiegato Macel, «rappresenta di per sé una risposta a un clima conservatore, pericolosa origine di opinioni scontate, diffidenza, indifferenza». Gli artisti invitati sono in totale 120, e 103 non hanno mai partecipato prima alla Biennale. Abbiamo messo insieme un breve percorso guidato della mostra e alcune delle opere più significative.

Padiglione degli artisti e dei libri
Il padiglione centrale dei Giardini, quello degli Artisti e dei Libri, si apre con i grandi drappi di Sam Gilliam, uno degli esponenti più celebri del movimento artistico Color Field, che dagli anni Quaranta e Cinquanta utilizza grandi tele coperte interamente da estensioni invariate di colore, escludendo qualsiasi interesse per il valore della forma, del segno o della materia. Il lavoro di Gilliam per la Biennale si intitola Yves Klein Blue e rende omaggio a uno dei maggiori rappresentanti della Color Field Painting: Yves Klein, appunto.

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(Sam Gilliam, Yves Klein Blue, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

All’interno, il percorso mette in scena l’azione e l’otium, l’impegno e la pigrizia che caratterizzano il lavoro artistico: sebbene le produzioni artistiche siano destinate a un sistema commerciale, le modalità di quella stessa creazione rendono il lavoro artistico un’alternativa nella quale la necessità dell’azione non produttiva è fondamentale. Per questo la mostra si apre con l’artista serbo Mladen Stilinović, morto nel 2016, che dorme nel proprio letto e poi sulla panca di una delle sue mostre.

L’otium, senza alcuna rassegnazione, diventa anche il punto di partenza del processo di creazione di Frances Stark, artista californiana: il suo lavoro si intitola Behold Man! e la prima cosa che si vede è Stark che si rappresenta al centro del suo studio stesa su un divano. Sopra di lei, in uno specchio, c’è Bobby Jesus, musa e assistente che l’artista ha incontrato in uno skate-park di Los Angeles. Ai lati dello specchio ci sono una serie di disegni sul legame tra l’artista e il suo modello: c’è un’interpretazione esclusivamente maschile del Bagno Turco di Ingres, c’è una riproduzione di Toulouse-Lautrec e ci sono le opere di altre artiste contemporanee di Stark. Sul pavimento a terra è buttata una rivista con il ritratto del rapper 50Cent. Stark lavora sui temi dell’identità e sui codici di rappresentazione normati dalla cosiddetta cultura di massa.

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(Frances Stark, Behold Man!, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – Foto: Il Post)

L’attività, con lo studio dell’artista che diventa soggetto e oggetto dell’opera, è ben rappresentata dalla “installazione” di Dawn Kasper, che dal 2008 non potendo più pagarsi un atelier si è inventata il concetto di “studio nomade” usando come luogo di lavoro lo spazio dove veniva invitata a esporre. Da lì Kasper lavora, suona, interagisce con chi arriva. Subito dopo si entra in un altro studio, molto più affollato, quello di Olafur Eliasson: Eliasson ha montato un lavoro collettivo a cui partecipano ottanta richiedenti asilo e rifugiati che vivono a Venezia e dintorni e che provengono da Nigeria, Gambia, Iraq, Siria, Somalia, Afghanistan e Cina. Con loro collaborano alcuni studenti e il pubblico stesso, se lo vuole. Nell’atelier non c’è alcuna gerarchia: insieme si fabbricano dei moduli in materiale riciclato, li si colora e li si assembla per costruire una lampada progettata dall’artista: Green light si può anche acquistare per finanziare un progetto di sostegno e integrazione dei migranti coinvolti. La carta da parati alle spalle dello studio è un’opera di Edi Rama, attuale primo ministro dell’Albania e in posizione opposta rispetto a quella di Eliasson: Rama non è più un artista attivo sul piano socio-politico, ma un uomo politico la cui arte si colloca all’interno di quel tempo di lavoro: i disegni sulla carta da parati sono stati realizzati in modo automatico (tema caro ai surrealisti) durante le sue riunioni politiche.

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(Olafur Eliasson, Green light – An artistic workshop, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – Foto: Il Post)

Alle spalle dello studio di Eliasson, in alto, si intravede la sala in cui sono esposte le opere di Raymond Hains: ispirato anch’egli dai surrealisti, ha realizzato oltre una ventina di fotografie deformate con un espediente, mettendo cioè tra la macchina fotografica e l’oggetto (in questo caso vecchi manifesti dei padiglioni della Biennale) dei vetri scanalati. L’effetto è comprensibile guardando attraverso i suoi occhiali da lettura esposti in una teca, con le lenti in vetro scanalato.

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(Raymond Hains, Lunettes enverre cannelés, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

In questa sezione – dove ci sono molte altre opere che indagano il rapporto degli artisti e delle artiste con i libri – c’è un ultimo studio che vale la pena di vedere: quello tutto artigianale e femminile di Nuñez e Rodriguez, due giovani artiste filippine che hanno cucito libri di tessuto e hanno fabbricato all’uncinetto forbici, barattoli, penne, fermagli, graffette. Oggetti che diventano manufatti, a cui viene ridato un valore simbolico legato al tempo e alla mano di chi li produce superando la loro funzionalità. I loro libri rimandano poi alla critica di un sistema educativo finalizzato esclusivamente al mercato del lavoro. Di fronte al loro studio c’è una parete coperta con la carta da parati formata dalle singole pagine di un abecedario: Petrit Halilaj (le cui falene si arrampicano in un altro padiglione all’Arsenale) ha imparato la lingua albanese attraverso questo testo mentre frequentava la scuola elementare in un paese del Kosovo, proprio nel momento in cui l’oppressione della popolazione albanese del Kosovo da parte del governo serbo era al suo massimo livello.

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(Katherine Nunez & Issay Rodriguez, In Between the Lines 2.0, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

Padiglione delle Gioie e dei Dolori
Come annunciato dal nome è uno dei padiglioni più intensi: evoca il rapporto con la propria condizione esistenziale, con i propri sentimenti o con quelli che vuole suscitare. C’è l’alienazione causata dalle migrazioni e dalla sorveglianza di massa nelle cartoline e nelle mini-diapositive di Hajra Waheed e ci sono l’annullamento e la disgregazione dei ritratti a olio di Marwan, artista originario di Damasco morto in Germania nel 2016: le sue figure somigliano a ritratti di Cristo che si decompone, si allunga, si torce e che sfuma, infine, nel colore quasi tridimensionale. La sparizione, ancora più impressionante, è presente anche nelle Surface Torture dell’artista ungherese Tibor Hajas, il cui corpo alato, ferito e sanguinante sembra disfarsi nella serie di fotografie in negativo.

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(Tibor Hajas, Surface Torture, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

Sebastian Dias Morales, argentino, è presente con Suspension. Il video inizia con la visione di una nuvola bianca di vapore che dissipandosi lascia vedere un uomo sospeso e fluttuante in un cosmo rosso, fuori dal tempo, in cui non c’è alcun controllo di sé e dei proprio movimenti. L’artista ha spiegato che l’opera è un’allegoria dell’uomo moderno che anche mentre cade resta passivo e imperturbabile.

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(Sebastián Díaz Morales, Suspension, 2014, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

Senga Nengudi ha lavorato alla sua opera, intitolata RSVP, mentre era incinta: nelle sculture non c’è traccia della maternità ma quella del proprio corpo che si trasforma durante la gravidanza, dei propri seni che si gonfiano e pesano, della pelle che si fa sottile e trasparente. L’artista utilizza collant di nylon che si allungano, che si riempiono di sabbia, che si tendono tra barre di ferro o che sono mossi da un ventilatore.

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(Senga Nengudi, RSVP, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

La maternità e l’isolamento sono presenti anche nei fragili disegni dell’artista tedesca Kiki Smith che trasferisce e proietta su carta nepalese delle figure di donne con la volontà di distruggere l’immagine erotica tradizionale e quella di proporre, invece, una nuova rappresentazione del corpo femminile. Il percorso del padiglione si conclude con il film di animazione di Rachel Rose: racconta una storia di abbandono ambientata in un luogo immaginario in cui un animale (un coniglio? un cane? una volpe?) lascia la sua casa e incontra personaggi fantastici in constante trasfigurazione. Un sacchetto della spazzatura è anche una ciocca di capelli, una pentola dove bolle la pasta è anche un’onda. L’opera, molto poetica, è stata realizzata attraverso delle composizioni tratte da libri per bambini dell’Ottocento.

Padiglione dello Spazio Comune
Il padiglione dello Spazio Comune inaugura il percorso all’Arsenale: parla del collettivo, del modo di costruire una comunità ed è lo spazio più interattivo. Si può giocare con le cento strutture modulari di Rasheed Araeen, artista pakistano, si possono rattoppare vestiti al tavolo di Lee Mingwei, in una specie di terapia di rammendo collettivo, e si può ricamare l’enorme amaca di tessuto appesa al soffitto di David Medalla contribuendo alla creazione dell’opera stessa.

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(David Medalla, A stich in Time, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte, La Biennale di Venezia – Foto: Il Post)

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(Lee Mingwei, The mending project, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte, La Biennale di Venezia – Foto: Il Post)

Maria Lai, sarda, è presente con diversi lavori: ci sono i Telai, i suoi libri ricamati e soprattutto il video e le foto della performance collettiva del 1981 Legarsi alla montagna realizzata con la partecipazione degli abitanti di Ulassai, il paese in cui è nata. Prendendo spunto da una fiaba locale, una bambina che salva la propria comunità dal crollo di una montagna inseguendo un nastro azzurro, Lai ha svolto e annodato un chilometrico nastro blu legando il villaggio al picco della montagna.

Marcos Avila Forero, francese, conclude questo padiglione con un’opera in cui la perdita della comunità si unisce al desiderio di ritrovarla. Avila Forero ha trascorso molto tempo nell’Amazzonia colombiana. Nel progetto Atrato, dal nome di un fiume che attraversa la foresta di Choco in Colombia dove ora vivono delle comunità sradicate, fa suonare l’acqua come fosse uno strumento musicale ai membri di un gruppo di afro colombiani che lottano per la loro sopravvivenza e la loro memoria, recuperando un’antica pratica venuta dall’Africa.

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(Marcos Avila Forero, Atrato, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte, La Biennale di Venezia – Foto: Il Post)

Padiglione della Terra
Il Padiglione della Terra è uno dei più scenografici dell’intera mostra. Dopo l’Hydrochromie verde creata dall’argentino Uriburu a Venezia nel 1968 e poi nel 1979 (aveva versato trenta chili di fluorescina nel Canal Grande) e dopo le testimonianze della statunitense Bonnie Ora Sherk che ha trasformato un’area sterile vicina all’autostrada di San Francisco in uno spazio per l’arte e l’agricoltura urbana, Charles Atlas, a fianco di una proiezione in cui sfilano le cifre di un orologio elettronico, fa seguire le immagini di un tramonto della Florida su cui si sovrappone la voce della drag queen newyorkese The Lady Bunny che in un monologo parla di politica, e poi canta e balla una canzone che racconta di una relazione d’amore finita. Lady Bunny cita Occupy Wall Street, il movimento Black Lives Matter, dice che all’inizio detestava la politica perché era una “cosa da uomini”, spiega che negli Stati Uniti ci sono due partiti che rappresentano entrambi la guerra e nessuno che rappresenti invece la pace. E parla della Terra come dono.

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(Charles Atlas, The Tyranny of Consciousness, 2017, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

La grande sala che si apre dopo il video è molto suggestiva. Con la sua opera Future Fossil Spaces Julian Charrière scava la terra argentina per estrarre colonne di sale e incastonarci del litio che proviene sì sempre dalla terra, ma è il materiale del futuro, utilizzato soprattutto nei componenti elettronici: il cosiddetto “petrolio bianco”.

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(Julian Charrière, Future Fossil Spaces, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

L’artista vietnamita Thu Van Tran lavora sulla produzione di caucciù, in prospettiva storica (quella cioè dello sfruttamento in epoca coloniale delle foreste, da parte ad esempio di Michelin in Vietnam) e attraverso la materia stessa, instabile e sensuale.

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(Thu Van Tran, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

Michel Blazy, attivo dai tardi anni Ottanta, ha fatto crescere delle piante dentro a vecchie scarpe da ginnastica esposte come fossero in una vetrina innestando la vita su ciò che è artificiale. Poco più in là un mucchio di opuscoli colorati viene scavato da una goccia d’acqua che cade regolarmente dal soffitto trasformando gli strati di carta in una nuova dimensione, da prodotti di consumo a organismi viventi.

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(Michel Blazy, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

Petrit Halilaj, giovane artista scappato a dodici anni dalla guerra in Kosovo e rifugiato in un campo in Albania, mette in scena delle enormi falene realizzate con tessuti tradizionali kosovari che si riposano e mostrano la loro vulnerabilità nascondendosi sotto i tetti dell’Arsenale.

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(Petrit Halilaj, Do you realise there is a rainbow even if it’s night!?, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

Padiglione delle Tradizioni
Le tradizioni, ha spiegato la curatrice Christine Macel, «sono oggi tornate nella loro peggiore versione, tra fondamentalismi e conservatorismi, generando rigetto e nostalgia verso tempi antichi presumendoli migliori». Cynthia Gutiérrez, messicana, declina invece il tema della tradizione come memoria unendo opere tessili e blocchi di pietra provenienti dalle cave messicane: i tessuti arrivano dalla provincia di Oaxaca, dove sono prodotti dalle donne secondo un metodo antico che consiste nell’attaccare le estremità dei fili al tronco di un albero da una parte e alla propria cintura dall’altra. L’ibridazione è al centro del lavoro Translated Vases della coreana Yee Sookyung, artista emersa negli anni Novanta che esplora gli stereotipi culturali, associando tecniche antiche e contemporanee: Translated Vases consiste in una colonna elegante e informe allo stesso tempo composta da vasi coreani in ceramica, distrutti e poi ricomposti in escrescenze che sembrano essere contro natura.

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(Yee Sooyoung, Translated Vase Nine Dragons in Wonderland, 2017, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

Leonor Antunes è un’artista portoghese che vive e lavora a Berlino. La sua installazione invade lo spazio architettonico dell’Arsenale attraverso sculture in legno, cuoio, metallo e lampade in vetro realizzate a Murano. Ci si cammina in mezzo e ci si guarda dentro, passando tra diverse trasparenze e opacità.

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(Leonor Antunes, A Mirror Before You, 57 Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

Padiglione degli Sciamani
In questo spazio gli artisti e le artiste si fanno “artisti-sciamani” o missionari secondo la definizione di Marcle Duchamp. Nella struttura del brasiliano Ernesto Neto, al centro della navata principale dell’Arsenale, è possibile entrare fisicamente. La rete di poliammide è sospesa alle travature del soffitto e ingloba le colonne portanti. All’interno, indios Huni Kuin ripetono dei rituali tradizionali di guarigione dopo aver assunto una pianta psichedelica.

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(Ernesto Neto, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

Rina Banerjee, indiana, ha realizzato invece una serie di sculture appese alle pareti, realistiche e fantastiche insieme, accumulando oggetti di consumo e materiali naturali. Il risultato sono figure mitologiche e feticci che evocano l’iconografia indiana.

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(Rina Banerjee, Foto: AP Images)

Padiglione Dionisiaco
Il Padiglione Dionisiaco è popolato soprattutto da artiste: vi si trovano le reliquie di camicie da notte solidificate nel lattice di Heidi Bucher, i disegni con la celebrazione del corpo femminile e della sua sessualità dell’artista libanese Huguette Caland. Con Pauline Curnier Jardin si penetra (letteralmente) in una vagina mentre in un video Bernadette dopo l’apparizione divina scopre l’estasi suprema. L’artista cubana Zilia Sanchez ha piegato in modo sensuale le sue tele come lenzuola dedicandole alle Amazzoni, mentre Eileen Quinlan ha utilizzato il proprio corpo e quello di un’amica intima come soggetto delle sue foto, realizzate dopo la maternità. Maha Malluh ha creato invece un ampio pannello assemblato con dei piatti tradizionali in legno raccolti nella sua città, Riyad in Arabia Saudita, disponendovi sopra centinaia di cassette registrate in cui dei predicatori ripetono all’infinito raccomandazioni sulla giusta condotta che le donne devono avere.

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(Maha Malluh, Food for Thought “Amma Baad”, 2016
, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

Padiglione dei Colori
In questa sezione gli artisti e le artiste si occupano di materia e colore. Sono presenti due cicli di Giorgio Griffa, figura di spicco della pittura analitica italiana, e molti garbugli di Judith Scott, artista statunitense affetta da sindrome di Down in cui il filo e il colore si attorcigliano intorno ad alcuni oggetti spesso resi irriconoscibili. Sheila Hicks ha creato sulla parete che conclude la sezione un’immensa installazione in fibre colorate mentre di fronte a lei l’artista giapponese Takesada Matsutani, molto zen, ha lavorato sul nero.

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(Sheila Hicks, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

Padiglione del Tempo e dell’Infinito
«Che ne è dell’approccio metafisico all’arte? Il tempo, nel suo scorrere, continuità di mutazioni incessanti e impermanenza che sfocia nella morte, abita le opere degli artisti sin dagli anni Settanta, quando la performance concettuale si mescolava con una riflessione sul tempo lungo e la caduta irrimediabile. Riformulata dagli artisti a partire dagli anni novanta, nell’era del “presentismo”, o del presente sospeso, nonché dell’iperistantaneità, il concetto di tempo risorge oggi con una nuova connotazione metafisica», scrive la curatrice Christine Macel nella sua presentazione al padiglione. Edith Dekyndt, artista belga, propone un’opera legata al tempo che durerà tutta la Biennale: un performer spazza costantemente la polvere per seguire gli spostamenti di un rettangolo luminoso meccanizzato. L’eterno ritorno non è mai lo stesso, i confini appaiono e poi spariscono, lo stato permanente sembra non esistere. Nell’ultima grande sala dell’Arsenale Liu Jianhua ha lavorato sulla sospensione von Square, forme rotonde di porcellana dorata e di diverse grandezze posate su piastre di metallo di colore scuro.

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(Edith Dekyndt, One Thousand and One Nights, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

L’ultima installazione della mostra interna è dell’artista polacca Alicja Kwade, che ha creato un labirinto in cui alcuni specchi mettono in dubbio la percezione tra la realtà e il suo doppio. In alcuni momenti una performance mette a confronto i visitatori con due persone, praticamente identiche o gemelle, che compaiono in luoghi e momenti distinti all’interno dell’opera, creando così un effetto di “déjà vu”. L’effetto, prima di uscire, è decisamente spaesante.

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(L’opera di Alicja Kwade e sullo sondo le sfere di Liu Jianhua, 57esima Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva)

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